Posts Tagged ‘inediti’

L’INIZIO

dicembre 27, 2012

(l’inizio di un romanzo inedito)

“La mossa traversa del vento, col battente volteggio della pagina in lettura, gli guadagnò, a fronte dello srotolarsi nero su bianco, ora in arresto, due brevi inquadrature sul brevilineo declìvio e, dopo la pineta in pendenza, il mare. In realtà Leonardo era già sul punto di star fermo, certo alquanto con poca fermezza, ma succede così, quando, inavvertita, si tira fuori la mano dall’acqua o dalla merda”.

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THE OTHER SIDE OF THE WIND

aprile 5, 2011

Inediti ovvero quello che non vedremo mai. Per esempio questa opera ultima di Orson Welles, di cui esisono brevi lancinanti frammenti, mentre il resto è bloccato da mille peripezie giudiziarie sugli aventi diritto.

Sinceramente non c’è nient’altro che vorrei vedere.

INVITO ALLA LETTURA (2)

dicembre 23, 2010

(seconda parte dell’ultimo capitolo di un romanzo inedito)

 

L’inizio è velo svelato. L’inizio è ascolto di palpebre sbattute.

 

Nel sole bruciarono pellicole. La notte fulminò i colori.

 

Scrivere di una donna attesa da sempre è come cercare la musica giusta per la vita. Non c’è più finzione. Ma bisogna intendere il ricordo come un vuoto di memoria. La donna è la distanza dalle cose. Scrivere di una donna attesa da sempre è scrivere di questa distanza.

 

Anche se davvero esistessero dei fatti cui aggrapparsi per il racconto, essi sarebbero già svaniti nel semplice gesto di star dinanzi al foglio bianco con l’intenzione di scriverne.

 

Il primo incontro ha già in sé l’ipotesi narrativa. Il che esclude la possibilità che si scrivano ancora romanzi.

 

Il primo incrocio di sguardi include in vertiginosa sintesi tutti quelli successivi. Il che esclude la più piccola possibilità che si facciano ancora film.

 

È allora che D comincia a far da sola. Finzione e racconto di quella finzione.

 

Stupore.

 

Abbandono.

 

Noi.

 

Vidi la mia morte come un riflesso nello specchio. Presi il vetro e usai il sole per segnalarla al mondo. Si voltarono solo i volti diafani dei malinconici robot bambini e mi lanciarono i fiori azzurri che portavano come fermagli sui capelli. Qualcuno gridò aiuto. Io volevo solo che non finisse mai, desideravo solo un’onda ferma nel lampo, speravo di trovare il volume giusto che fosse un’unica cosa col braccio e la mano febbrili dell’utopia dello scrivere. Scambiai l’effetto con la causa.

 

Parlare d’amore è parlare della morte.

 

Davvero l’amore dura più a lungo?

 

Quanto dura la morte?

 

Favole per D.

 

La pioggia acre d’acido scorticante fece rabbrividire l’asfalto. L’insetto più piccolo fu colpito dal fendente ghiacciato perfetto di una lama precipitata dal cielo. Arrestai nell’aria le mani vicino ai bottoni della sua camicia a fiori. Qualcunò gridò suonerò questo flauto tutti i giorni e tutte le notti. Scricchiolio d’ossa. Violini.

 

Parlare di questo tremito improvviso che può essere una mano serrata sul cuore. Dire di questo dolce dolce riconoscere la frequenza dei battiti e del continuo stupirsene.

 

D è la città ultima che contiene l’intero spettro dei miei occhi lucidi e stanchi.

 

 

L’inizio e la fine come un’unica corsa ininterrotta.

 

In realtà tutta questa ricognizione è il plagio ulteriore. Come ogni a ritroso. Peggio ancora, solo un esperimento per vedere se si è capaci di riprodurre esattamente quello scrittore. Vennero le squadre speciali e obbligarono i popoli alla trasparenza. Le strade si riempirono di radiografie. Saluto vicendevole di gelate forme articolari. Poi qualcuno fece una giravolta e i tumori si riversarono sui marciapiedi e la terra si raggrinzì in una morsa. Oplà.

 

Mi piace quando le carezzo il volto e D sbatte gli occhi e accenna un sorriso appena appena come a dire si.

 

Fuga per le città. Fuga di musica. Fuga erotica.

 

E. Un bambino capace di respirare sott’acqua sogna la strada del funerale e allora si ferma e fa sedere la sorella più grande che si posa lentamente sulla pietra in attesa e le mostra questo grande insetto fra le mani e lei apre le sue intrecciate a una lunga lunga collana e muove leggermente le labbra come a dire si.

 

Rileggo tutto ad alta voce sulle rive dell’Oceano musica in cuffia perché voglio sentire lo svolgersi sonoro delle parole e se mi fermo anche solo un attimo vuol dire che ho sbagliato qualcosa correggo e ricomincio daccapo ad alta volce sopra le onde.

 

Ho in mente altre cose. Sono stanco e annoiato dalla prima persona singolare. Dov’è più quella musica familiare. Chi sa scrivere qualcosa sul tutto che cambia di continuo producendo sempre le stesse cose e d’altra parte è di questo inconfondibile tepore che abbiamo bisogno?

 

In fondo me ne frego.

 

Non mi sembra ci sia molto altro da dire. Di questo. Che tu D mi hai salvato la vita. Gli uomini furono tutti deportati nelle prigioni sotterranee dalle amazzoni ipnotiche. Le donne furono tutte prostituite. I bambini erano già tutti volati via. Tutte le canzoni vennero prese e ricantate da voci irriconoscibili. Non ci furono più città ma solo aria incerta fra sopra e sotto. Le immagini si ripercuotevano sul pianeta in un terreo loop retrodatato. Gli ultimi animali vennero cacciati e cucinati in un’unica poltiglia di ossa e sangue. Il sole bruciava i corpi al primo albeggiare. La notte li congelava. I cannibali cominciarono a cibarsi di loro stessi. I colori si confusero in un decrepito nulla. I venti smisero di sferzare gli alberi. Gli alberi affondarono nel terreno. Le acque scomparvero in una pozzanghera. Armi senza padrone attesero il nemico. L’ossigeno divenne una morsa senza fiato. I sogni si riversarono sull’esterno moltiplicando all’infinito ciò che già non era più vero. In fondo tutto ma proprio tutto era lì, a portata di mano. E qualcuno cominciò a farne a meno. Guardai fuori dalla finestra e mi vidi aprire una botola e sparire nel sottosuolo.

INVITO ALLA LETTURA (1)

dicembre 22, 2010

(Capitolo finale di un romanzo intitolato Plagio e mai pubblicato. Prima parte.)

L’inizio è uno sguardo nel vuoto. La prima e ultima immagine in movimento. Una fotografia presa dal finestrino dell’automobile in corsa. Acciaio fuori e pellicole nella testa. Il cavalcavia è il primo non luogo. Fidarsi della propria banalità costituisce la base della presunzione di ogni scrittore.

 

Bisogna filar via veloci per accedere al mondo statico che verrà.

 

Anche solo mimato il movimento genera una dialettica parallela. Il flusso contrastato dall’ellissi, forato ovunque, disarticolato. L’inizio è un vuoto bucato pieno di bugie.

 

La ruota ha il suo ingranaggio. Primo obiettivo smarcarsi dal meccanismo giocandolo tutto dall’interno. Ecco il genere. Ecco la donna.

 

Qualche falso raccordo: città, hotel, nazioni…

 

Verde. Bianco. Verde scuro. Arancione.

 

Come un occhio gelido preso in trappola dai suoi stessi tratti rotatori.

 

Già visto. Già fatto. Già pensato.

 

Schemi. Gli schemi sono alibi. Passione per gli schemi.

 

Comincia una pressione come un doppio fondo. Schermi allora, più che schemi. Schermi come specchi.

 

Lavorare nel riflesso.

 

Doppio. Riflesso. Generazione automatica del plagio. Già visto. Già fatto. Già pensato. Come.

 

Al tempo stesso introdurre il concetto di variazione.

 

Sonoro della ripetizione. Nella parola. Nella voce. Nei fatti.

 

I fatti sono la donna. Il fatto è la finzione plagio. Lei: Donatella. Il plagio: omicidio e investigazione.

 

La variazione è l’esplicitazione del furto. Il plagio che discorre sul plagio. Dicendo: io.

 

Io è l’alibi primario. Io è la costante che produce la variazione. Esibizione del plagio e cancro che erode la scrittura.

 

Questo vetro come un panno trasparente oltre cui si specchia il mondo. Questo vetro filtro patina piegato nella curva polverosa di una città lontana. Molle nel giallo seppia esploso nel grigio livido dei sogni di tanto tempo fa. Se riuscissi a dire del sottile formicolio elettrico in polvere che lo trascolora. Se potessi dare un nome a questo dolore. Invece nella notte stellata ho dato il mio corpo in prestito e ho goduto della lama gelata sul petto e al posto del sangue è uscito muco una mano si è infilata nella colonna vertebrale la schiena spaccata in due si è spalancata sul nero il cuore cercava una via d’uscita dalla bocca è rimasto fra i denti intrappolato.

 

In realtà si tratta di un disperato tentativo di dar voce all’inconscio di un bambino di dieci anni che perde la madre. Parlare con le parole che lui non sa dire. Che non sapeva di dire.

 

Nell’impossibilità, don’t be afraid. C’è il plagio. La vicenda altrui. L’illusione di essere veramente IO.

 

Non si tratta di inventare ricordi, ma di sbattersi in faccia la paura e il rimosso. Solo allora sarà l’ALTRO a fare da sé.

 

Non c’è modo mamma di ricordare le tue mani. Non c’è modo di sapere il suono della tua voce. La fibra dei tuoi capelli. Il tatto della tua pelle. Carne senza peso. Nella luce del sole mentre svieni. Nel cuore della notte mentre vegli la mia febbre. L’ora dorata in cui mi insegni a non avere paura del mio cazzo. Il sangue marrone del tuo vomito da lontano. Il brivido del tuo orgoglio smisurato mentre mi leggi. La severità tagliente delle tue punizioni. I colpi precisi di una donna decisa a fare di me un uomo. La dolcezza. L’assenza. Vorrei affondare le mani nel tuo corpo malato.

 

Riprendere il filo.

 

Finzione.

 

Ferite come terra che si apre inghiottita nell’abisso.

 

Fingere il flusso. Invece puro controllo. E semmai perdersi nell’accostamento ingenuo.

 

Cuore teorico?

 

Citare copiare plagiare rielaborare occultandone i segni a uno a uno.

 

Soggetto. Oggetto. Tempo.

 

Guerra. Film. Sesso. Romanzo. Filosofia. Etica. Bello. Sublime. Musica. Psicosi. Malattia. Donna. Scrittura. Politica. Pittura. Poesia. Genetica. Nascita. Morte. Plagio. Amore.

 

Riprendere il filo. Fingerne la ripresa.

 

Vorrei che ci fossero orecchie disposte a ascoltare la mia canzone. Occhi pronti a confondersi. Volti che mi riconoscano senza che io debba dargli un nome. Sorrisi improvvisi e non richiesti. Ma la città lontana affonda nel vuoto e i suoi bambini corrono a guardare giù nel burrone e nulla più ci appartiene del ventre che diede la vita. Non ci sei madre mentre si accorre nei locali a guardare le nuvole cadere come pioggia bianca che spoglia i cieli. Non ci sei sotto il cielo verde d’armi chimiche dove uomini e donne scompaiono lasciando macchie d’anima sulle case. Schermi piegati nel fango riflettono il ricordo d’una proiezione lontana.

 

Aggiungere qualche dato e immediatamente disperderlo.

 

L’indagine prosegue in brevi fughe che dimenticano la soluzione.

 

Nell’orizzonte stretto dell’occhio soffocato Donatella è la fuga di colore, il tratto che rimescola tutti gli altri, la parola che parla della parola, l’immagine filtrata dall’immagine. Il raccordo fantastico. La curva e la retta. L’arresto e il moto.

 

Un solo protagonista ormai. Il corpo e il suo sfaldarsi.

 

Ironia e banalità del corpo letterario. Patetico sfinirsi del corpo umano.

 

Nuova finzione. Fingere di saper scrivere.

 

Tre sogni.

 

Stop.

 

Fermo in moto.

 

Crisi.

 

Crisi e decisione.

 

(ultimo deragliamento)

 

Crisi e decisione.

 

Una confessione. Una telefonata d’amore.

 

La ragazza dell’ultima riga.