ACQUERELLI IPERCORPOREI

1.

Sempre vicino alla fiamma ossidrica si sa quel che fanno le scintille a questa vecchia città, aggrappandosi alla nudità, e sottile il mondo ripassa compresso. Al rallentatore luce occidua e calda e decaduta che striscia in unico piano: l’uomo in pantaloncini e ipod si alza perché sulla banchina all’aperto rallenta la metropolitana, le macchie dei riflessi rimbalzano dalle sopraelevate ai vetri dei palazzi ancora di primo novecento, il dj agglutina appunti e sganci sonori con un casco-elmo da minatore high-tech e il corvo becca nella strada vuota un collage d’acqua dell’ultimo acquazzone e dell’olio bruciato dell’ultimo tamponamento.

2.

Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto: perché non è più ammesso cominciare con una frase così? Non perché non sia bella, anzi vedendo ciò che tutti i canali considerano vivo e degno di attenzione, viene nostalgia di tanta cupezza già allora così reale da stare in capo a un romanzo di fantascienza: e non state a specificare che oggi non c’è più solo la tv e che non esiste canale morto e che anche quando lo spengono, internet, soccorre il prossimo proxi il prossimo passaparola (a parte che anche quello scrittore si sbagliava: la neve dei canali tv, invece di essere assimilabile a un’idea di morte, era ancora minima avvisaglia elettrica, resto vibrante di mosse precedenti e pretendenti qualcosa di vitale, mentre l’aver fatto coincidere la vita e la non più vita con ciò che si vede e ciò non si vede, questo fu l’errore d’allora che si ripete oggi, visto che tutto è sempre invisibile).

3.

Le pietruzze che si allineano al fondo piano del caleidoscopio scoprono lo scoppio lento della sovrimpressione e non lo stupore della forma inattesa; l’amalgama è una perfetta collana di perle che riflette, riacutizzandole come un ricordo in risalita, figure e figurine con cui provare a giocare la vita, l’albero verdeazzurro mosso dal vento, il ragazzino bianconero che scalcia la terra nella foresta spoglia, la galleria opaca di lamiere che sfrecciano e i casi di tutte queste dimore in attesa.

4.

Litografie sistemiche: silhouette per estrazioni d’ossa, plastici per neon rossi, cilindri graduati, beccucci da travaso, lampi infrarossi, basi satellitari, traiettorie balistiche, tessuti connettivi, lenti d’ingrandimento, clessidre, scafandri, meduse, ovaie, nervi tesi, scambi di binari, fruste, stelle morte, dighe, piste d’atterraggio, treni a carbone, elefanti marini, minigonne.

5.

Un cielo così smorto, un cielo così tutti i giorni, alle persone si è riusciti a nasconderlo, tragica umanità che a tutto rinuncerebbe ma mai ora alla sua bianca cecità, prima faticosamente concupita, ora difesa coi denti, anzi rilanciata come perno meraviglioso del generale obnubilamento, perché, per di più, si crede bella, questa non vedente, che non ha più una frase da cui cominciare, non vedendone, ma che dico la punteggiatura, non vedendone la ragione, di cominciare.

6.

Ha inizio lo show off delle ombre, senza far torto allo slow motion delle vite, oblunghe nel bel mezzo dell’oceano, curve nel gorgo di una corsia elettronica, elastiche nel macularsi della pellicola, sottili nella città dall’interno di una bolla atlantidea, come un affondo per sparire negli abissi marginali di un videoclip.

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