CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [35] – FINE –

Capitolo 7.

Jack e M12 scesero barcollanti il dislivello cittadino. A vederli dal basso, in quella posizione insieme verticale e inclinata, che usava le gambe più che per camminare per fare perno sul pendio, sembravano aste sottovento, rami pencolanti di antichi alberi morenti. Difficile dire quante volte si erano accinti, dopo il rullare sordo del bar, a quell’inabissarsi, indifferenti e rassegnati allo sbilanciamento. Non era l’abitudine o l’azione sempre uguale a disorientarli, ma le variazioni microscopiche, le macchie nuove già riassorbite, i vecchi colori in lunga e costante macerazione. Non perchè incapaci a vederli – anzi, per deformazione professionale ne notavano più del necessario, alcuni fino a memorizzarne l’incedere precisamente per disinteresse e tenuta mentale avvezza a organizzare freddamente l’inconscio prima ancora del pensiero. Piuttosto non vedevano più l’inizio e la fine, loro erano lì per non vedere e per non credere, per non poter più usare la vita e la morte in rapporto all’essere e allo stare, allo spazio e al tempo. Loro erano il mezzo.

Un dono o una condanna? Questo esilio in una città calda e assolata che sorgeva al mattino e restava in eterea trasparenza fino a svanire in un’ombra senza colore a sera. Questa responsabilità tragica e bellissima del fantasma, del non dover più agire, ma di affollare le azioni degli altri, di quei vivi che non credono alla loro spettralità. Questa passeggiata, una grande paura e una grande tristezza, lacrime lente e copiose che velano l’orma, il gesto, lo sguardo, il cielo, la terra. Gli umani non credono ai fantasmi, ne temono la presenza allo stesso modo in cui sono terrorizzati dal non essere più presenti. E con tutto questo presente, si dimenticano di ricordare, fingono di non passare, scacciano via i pensieri belli e i pensieri brutti, lasciano in eredità quanto dovrebbero ereditarsi in vita, cancellano generazioni senza rigenerarsi, dicono ora, senza sporgersi sull’automatico prima e il fatidico dopo, addirittura, parlano. Questa disperazione, certo. Questo tempo fuori sesto, questa feritoia colma di incisioni e suture, curvature e correzioni, ognuna già avvenuta eppure senza precedenti, e laggiù il sole, la luce intermittente a vegliare sul mondo, sulla storia, sui tentativi di traduzione e su quelli di interpretazione, sui solchi lasciati, sui solchi dimenticati, sulle intuizioni smarrite, sulle cose a memoria, sulle cose della memoria, sulla memoria delle cose, sulle sedi, i confini, le cause, le casualità, l’ingegno, la solitudine. È oggi da ieri, è il tempo, ma è anche la vita, ed è lo spirito.

Capitolo 8.

Nella città vuota solo un breve accostarsi di nebulosa. Neppure propriamente un vuoto, ma qualcosa di più e di meno, un agitarsi sottile d’anima, senza più città. Le mani cercarono l’uscita, ma sembrarono solo piccole tentazioni di dita rassegnate all’attesa. Una linea immaginaria. L’istinto di usare la vista e di pronunciare parole e il piacere doloroso di non saperle più. Neppure ombre furtive, che sarebbero il preludio o la certezza di un corpo. Uno scivolare lento e informe. Giunti al fondo la città finì. C’è un momento, per tutti, in cui la velocità massima convalida la morte.

FINE.

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