CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [34]

Fermo in quella curva di tempo visivo, il mondo procedette in un ronzio. Il ronzio dell’Oriente è nel suo inconfondibile odore, qualcosa di netto e insieme di scivoloso, un gemito di quella terra e basta. Eppure è sufficiente provare a ricostruirne mentalmente la scia lontana d’azzurro per vederlo risollevarsi altrove. L’Oriente si stagliò improvviso e denso nell’ingorgo di macchine nella terra dei morti dell’Occidente. M12 annusò l’odore familiare dolciastro e malsano (l’arabo alzò il volume e scese nel traffico per litigare attraversando l’incendio dell’aria). M12 ricordò una sua vecchia battaglia contro gli scrittori, che lui incolpava soprattutto di questo, di sapere bene che non basta dire di aver visto un posto per affermare di esserci stato. Una volta li sorprese sulle coste di Pukett, seduti sul ciglio della strada, a scambiarsi e a confondere pagine fresche. Scrivevano e passavano al vicino il foglio per delle aggiunte, uno a uno, in catena di montaggio, fino a coprire tutti gli spazi bianchi e lavorare strato su strato. Questo formicaio stava diffondendo una sonnolenta malattia tropicale. Gli abitanti della regione, affaccendati nelle imprese quotidiane, si arrestavano d’improvviso a fissare un punto all’orizzonte, e in quest’atto statico e illusorio terminavano i loro giorni. Lui stesso a quel punto stentò a riconoscere la zona. Si aggrappò ai ricordi, ai vecchi viaggi e alle lontane missioni, intuendo solo la differenza e la distanza. Quanto più si rimaneva tanto più ci si spostava. Qualcuno – ma presumibilmente fu solo una frase isolata sfuggita alle pagine – parlò di una scossa panica verificatasi nel centro umido della foresta, dove un soldato, per nascondersi dall’agile e feroce felino, si trasformò nell’albero più grande.

Già allora, essere e vedere tradivano un’origine spuria e una distanza non più colmabile. Tutta la questione orientale si basava su un falso assoluto, l’idea stessa che fosse possibile conoscere l’altro attraverso la mediazione delle parole, la menzogna sicura, esatta, che la parola definisca qualcosa. La parola è immagine. Cioè al massimo una labile correlazione, una scorciatoia che neppure si avvicina a quell’immagine. Addirittura un intero pianeta si era messo a credere a dei sistemi di comunicazione, a delle mediazioni di massa che avrebbero facilitato le relazioni, avrebbero informato. Peccato che non si informi altro se non parole, lontane traduzioni delle cose, quelle che, in una risata generale, vennero chiamate notizie.

All’epoca fu chiaro che la fragilità dei rapporti umani, l’intero pianeta sempre sull’orlo di una guerra finale, si fondava sul fatto che la parola veniva usata e consumata, cioè reimmessa in circolo secondo la sua dote e difetto maggiori, l’essere momentanea. Fu chiaro, ma nessuno se ne preoccupò. Che triste spettacolo i disperati che si spaccavano la testa a cercare di comunicare, a cercare di evitare la fine comunicando… La parola è quel poco che serve a essere capiti senza dire nulla. Qualunque concetto espresso esprime solo il proprio desiderio, la propria tensione, a essere definito. L’umano non c’entra più nulla. Le relazioni umane vengono prima della parola, averle volute spiegare, in nome di un’astrazione successiva, la comunicazione globale, ha significato gettare le basi di una guerra perpetua. Di fatto il dramma cominciò perchè tutti i concetti sono facilmente utilizzabili senza che vi sia necessità di darne o che se ne sappia dare una definizione.

Eppure era giusto, a poco a poco, che la parola si perdesse. La letteratura è difettosa e la filosofia si occupa di questo difetto, se ne fa occupare. Ecco un buon obiettivo, pensò M12, appassire, venir meno, scivolare via da questa orribile abitudine al linguaggio. Una passeggiata in leggera discesa, contemplazione della morte dopo la morte. Anche quella che doveva essere sembrata al suo amico Jack una grande intuizione, una trovata geniale, una sfida – fare a meno della parola c o m e – si era risolta unicamente nella rinuncia a una parola, senza poter dissipare lo slancio della metafora, dell’essere in metafora, morbida e d’assalto, della verità stessa e del suo non meno veritiero contraltare, la menzogna. Del resto la metafora è della parola stadio successivo, visuale limitata e parziale sul mistero da cui ogni singola parola allontana. È un’ancora gettata in mare aperto, un osservatorio permanente, la parola che si avvicina al mistero da sola, autonoma, libera dall’umano.

Jack era troppo istintivo per accettarne le conseguenze, perciò agiva in veste paranoica ponendosi al centro dei marosi e credendo di poter catalogare i moti ondosi. M12 era troppo riflessivo, desiderava un mare calmo su cui cullarsi. Jack scriveva un diario, per lasciare qualcosa. M12 si limitava a ricapitolare, cercando invece, nelle liste, di morire una volta per tutte. Provava con amara malinconia a ricordare in rigoroso elenco tutte le perdite, i lasciti, le rinunce, i fatali non ci fu tempo abbastanza, non c’è più tempo per. Ecco perchè aveva accettato di perseguire ed eliminare scrittori: perchè non bastavano le parole a terminare gli elenchi. Un piccolo tratto di strada, là dietro quella casa, subito in fondo al vicolo, la quantità di persone che vi erano transitate, i passi distratti e quelli febbrili, le due pozze d’acqua agli angoli, gli scrosci di pioggia negli anni, le strisce bianche consumate, grida lontane dei bambini di passaggio, i palloni giocati, le partite finite, vinte, perse, le conversazioni, i colori…

(fine capitolo 6) [continua]

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