CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [33]

Capitolo 6.

La città scoloriva, sospesa nella precaria messa a fuoco. Jack sentiva il peso degli occhi, mentre cercava di fissare il brulichio rallentato degli avventori. Seduto al suo tavolo di tutti i giorni studiava una breve incrinatura del legno, una piccola ruga inattesa. La crepa rilasciava segatura che lenta si adagiava sulla piega dei pantaloni e scivolava verso terra. Jack ne seguiva la discesa inclinando leggermente la testa verso il basso. Nell’assenza di spazio il movimento del capo veniva respinto da qualcuno fermo o di passaggio lì accanto, e allora lui tornava su e riprendeva a seguire il flusso sottile. Per nulla stupito e neppure interessato al fatto che dopo tutti questi anni solo adesso si fosse accorto della crepa, pensava invece all’assoluta assenza di fascino in questo sgretolarsi sempre uguale delle cose.

Senza smettere di guardare, chiese a se stesso le parole per dire questo niente, intuendo subito che invece le chiedeva per dire niente. Niente. Gli arrivò uno strattone più forte del solito e fu per cadere, ma neanche questo accadde. Invece ricordò un pensiero lontano dei primi giorni nella città, l’unica, fra tutte quelle viste, dove rimanere in bilico non comportava alcuna caduta o recupero di una posizione più solida. Un pensiero e una risposta. Se si facessero dei piani per il futuro? Si fermerebbe il mondo.

Jack provò a sintonizzarsi sul ruminare indistinto di lingue sconosciute, alle volte riconosceva una parola, altre volte un tono familiare. Si soffermò anche sul ricordo appassito di alcune parole che tanto tempo fa desiderava scrivere. Erano sequenze disordinate che di tanto in tanto balenavano su ritagli di carta, ma non ricordava quando le avesse scritte. Decise di considerarle pulviscolo che brilla nell’aria, un’incertezza dell’occhio.

 

Il giorno respirava con lentezza esasperante. Sul suo tavolo, nella parte bassa del locale, apparve un computer, qualche tasto si muoveva lentamente. Il tavolo aveva una gamba tagliata male e ballava di continuo. Ogni cosa tuttavia, i tasti premuti e il legno zoppicante, sembrava aver trovato un magico equilibrio, una struttura insieme esatta e in ebollizione. Le parole nascevano e il tavolo scompariva, la sua vecchia fibra legnosa diventava polvere, gialla polvere di parole dimenticate. Il computer, con tutti i suoi tasti sporchi (perchè Jack mangiava e lasciava tracce d’unto sulle lettere) navigava sospeso, nei momenti peggiori bilanciato d’incanto dalla spinta casuale di qualcuno che passava infilandosi fra gli altri. Il mondo era un attrito, ma il cigolio restava impercettibile.

Questo faceva arrabbiare molto M12, quando giungeva faticosamente per il quotidiano scambio di opinioni, e al solito scuoteva la testa rassegnato. Jack, appena lo vide, non si fece pregare. “Sai, Johnny, vedo delle parole, no, vedo dei caratteri illeggibili che seguono la curva sporadica degli edifici e mentre la città fa per svanire faccio in tempo a passare le mani sulle lettere sparse, ne seguo le linee e mi sembra di intuire il significato con il tatto, ma sento il ruvido dei polpastrelli e non riconosco l’incrocio esatto, mi è solo chiaro che a ogni passaggio l’inchiostro esala l’ultimo respiro, e proprio in quel momento alzo il braccio e indico le montagne di quella regione che si chiamava… sai, dove quella ragazza e le sue amiche inventavano storie in un respiro elettrico, mentre laggiù quell’altra donna fuggiva oltre il confine, ed ecco ora i giovani cinesi sperduti fra le piattaforme con i treni che fischiano l’addio, qualcuno ha spalancato i manicomi, ti ricordi, e i matti occupano la città e rimangono fermi a fissare il cielo, non so più cosa è successo ai quadri che i colori colano via, non so cosa vuole quella donna telepatica che si prostituisce sotto le bombe, mentre quell’altra filma il proprio stupro e tutto tutto ha una sua copia in scala al centro del mondo, nei bordelli le candele tremolano luce ipnotica, quella famiglia guarda il padre morto alzarsi in fumo nero verso il cielo rosso del tramonto, macchine scivolano lente fuoristrada, il bambino trattiene il fiato sott’acqua, agenti scoperti muoiono in una giravolta, soldati non tornano più a casa, i sessi si confondono, i pugni sono sferrati senza tregua, laggiù la pioggia inutile dopo la bomba, malattie radioattive, guerre perdute, treni sospesi nella corsa, pioggia di pallottole, dio scompare, pesci luminosi, quei ragazzi registrano il sonoro della morte, le nevi attutiscono la caduta, la musica prende forma nella fabbrica abbandonata, una piramide sfiora le nuvole, un uomo scopre la leggerezza del fiato nel corpo di un animale sacro, malattie tropicali sudano stanchezza ovunque, i deserti salgono verso il sole, le donne trattengono segreti e ascoltano, ovunque cominciano partite senza tempo, c’è una luce…”.

M12, che solo a Jack permetteva di farsi chiamare col suo vero nome Johnny, conciliava l’ascolto deviando leggermente lo sguardo. Mentre Jack lo costringeva a un’azione sussultoria di ricordi abbandonati, i suoi occhi si aggiravano liquidi, fissando con deliberata disattenzione un punto nella folla. Il posto era un brulichio costante e inesatto, un gioco di gravità satellitare afono e senza identità. I corpi cozzavano senza direzione ma apparentemente sicuri di un qualche obiettivo, e non era possibile individuare i volti perchè la rotazione e lo scontro occludevano lo spazio imponendo una visuale a mezza altezza.

Nella bolla talvolta emergeva un luccichio stordito, un punto cieco d’azzurro fra i gomiti, una subliminale apparizione di vuoto. M12 l’attendeva pazientemente, da buon soldato che ne ha viste troppe. Nel punto cieco credeva di vedere gli spettri sopravvissuti al naufragio, algide anime dall’occhio vitreo che scuotevano la memoria. Una volta era riuscito a vedere questa casa crollata dove lui entrava inciampando nei vestiti strappati e cercando qualcosa fra le pareti, ma appena le toccava queste si sgretolavano e intorno si affollavano animali affamati, guardava giù in strada e vedeva un uomo raccogliere brandelli scuri di sangue rappreso della sua famiglia dopo l’esplosione…

(continua)

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