CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [32]

Bisogna affrontare questa non appartenenza (a sé, alle proprie parole). In essa alberga un piccolo ineliminabile desiderio di pluralità. Jack era solo in tanti. L’uomo è solo una cosa fra tante. Anche la morte non riserva altro che un cammino accanto alla vita. Ovvio che i morti risorgano: camminano non meno di quanto abbiano fatto in vita. Camminano perchè i vivi sono sempre in procinto di morire, di levarsi dalla vita. Invero non si vive e non si muore, si prende una strada, si finge un movimento. Non esiste vita e non esiste morte, c’è un andare verso, un direzionarsi che non sempre è quello giusto, ma che sempre fa convergere la vita e la morte nell’essere stato. Essere stato là, in nessun luogo e dappertutto, estraneo e congiunto. La parola è una piccola porta semichiusa su questa discesa verso il nulla. Per aprirla bisogna accettarne le proprietà cancerogene e comprendere in esse le qualità necessarie alla caduta. Se non si crede alla caduta la vita e la morte diventano un’unica inutile putrefazione. Al contrario, precipitando, risulterà chiara la loro intima natura: parola che uccide per vivere e vive per uccidere. Solo così si nasce e si muore, lottando contro la vita e la morte a favore dell’esistenza. Tutti vivono e tutti muoiono, a pochi è concesso di esistere. E anche così, non serve a niente.

(fine capitolo 5) [continua]

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