CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [31]

Ma il romanzo riprese da quella pagina smarrita. All’ultimo, divenne una parabola sulla morte. Prese la forma grigia delle lettere in bella posa. Sostò nel bianco in attesa del nero. Uccise l’eterno io fra le righe. Forse una piccola frase, o solo una parola, avranno qualche possibilità di sopravvivergli (grigio che sopravvive). Sarà un resto, di nuovo, ma più indeterminato. Talmente insicuro del proprio sapere, da essere stato scritto. In questo secolo futuro il resto dell’io indeterminato, per sopravvivere, scrive (indeterminato significa che già si potrebbe dire scrisse, o anche, fu scritto). È preda di scritture e confessioni che non sanno altro che lo scrivere (nella stanza piena e vociante un numero imprecisato di scrittori si mosse all’unisono sulle sedie), e allora domandano (pagina strappata emersa alla periferia di Islamabad).

Jack domanda allo scrivere, perchè Jack è scritto e scrittore (l’editore mostrò segni di nervosismo). La storia dei suoi viaggi in Oriente è la frase fragile di un linguaggio tombale. Per questo Jack si aggrappava alla professione. La parola scritta fu un tentativo di affidare alla carta la morte sicura di ogni cosa. Ma la parola rimaneva sempre memoria incerta di vecchie frasi convenzionali (polvere alla polvere). L’ultimo segreto del mestiere: il tuo unico vero compito è di concludere la caducità del presente, di portare a termine l’agire monotono di un mondo straziato. La parola fu dunque l’elaborazione del lutto. In quanto tale ebbe il solo merito di attestarsi su una curva temporale. Secondo le regole di qualsiasi lutto, essa si prese del tempo.

 

Altro ancora? Si. Brevi lampi da Kiev, l’azzurro che strozza il petto di Ankara, l’indifferenza di Tbilisi, la luce secca e infuocata di Sana’a, lo strillo cadaverico di Dakha, la languida trasparenza di Riga, la traccia rapace e lamentosa di Manila… Per tutti gli agenti, asserviti o rivoluzionari, si trattò di ripetere all’infinito la recita della parola in lutto, affrontare la decomposizione rifiutandola o cannibalizzandola, fingendo ribellione e fingendo acquiescenza (prendersi il tempo del lutto significa raccontare la storia di una rivoluzione e del suo consueto fallimento. Ultimo sguardo agli umani dallo zombi che sale verso il cielo).

Jack semplicemente si espose più degli altri. Capì, senza ammetterlo, che di tutta quella polvere qualche granello è più solido degli altri (eclissi di sole. Anche quella volta una parola rimbalzò via tradendo il buio improvviso, ebbra di tempo notturno sognato da tutti. La città fu scossa nelle fondamenta).

Era così ovvia la guerra degli editori contro gli scrittori. Tutto quel tempo in discesa filiforme metteva in stasi il mondo, lo ingabbiava nel lutto sospeso dal quale saltava fuori proprio quella parola inopportuna e un’altra città scompariva (insieme a milioni di libri invenduti).

Jack intuì che quanto più si bruciava l’archivio, tanto più lo si ingigantiva (giacchè è impossibile che gli scritti non finiscano per diventare di dominio pubblico). L’obiettivo reale degli agenti scrittori? Smettere di scrivere e cominciare a imparare a memoria. Scrivere, leggere e bruciare in un’unica azione tutti gli appunti.

 

Allora ecco, nell’ultimo viaggio a Tokyo, l’idea del Comando. Costituire gruppi di controllo. Coloro che osservano gli scrittori (agenti che si guardano torvi). Si cominciò nell’aria malsana della zona in estinzione delle vecchie ferrovie. Scrittori e osservatori si misero al lavoro. Immediatamente prese forma una deriva mutagena. Gli scrittori divennero osservatori, gli osservatori scrittori. Simbiosi (pochi i casi di rigetto, ma terribili, carni lacerate con le unghie sporche d’inchiostro). Il romanzo riprese da una pagina a caso. Grandi macchie rosse punteggiano la corsa leggera del giovane scrittore che scrive in bianco sul terreno. Dall’alto si vede meglio. La foresta tocca il cielo e ognuno prende la sua strada. Il movimento è un teatro di ombre elettriche. Oggi il virus è entrato in azione. Sulla riva dei microfoni registrano il sonoro della morte. La composizione musicale raccoglie lo stridore e risucchia il fiato bianco dei suicidi. Si organizza un grande concerto solista nel prato per guarire i malati. Svenimenti. Convulsioni. Erba mossa dal vento. I morti ritornano. I microfoni registrano lo stormire delle foglie al passaggio. Molti si abituano a rivedersi morire. Anche la bambina nascosta nella valigia viene uccisa per sicurezza. Gocce rosse sul bianco. Si alza una canzone triste. Tutto è geometrico eppure deformato in una lente. La fenice si allontana immortale. Giallo alle spalle.

(continua)

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