Archive for maggio 2012

CANNES 2012: IL PALMARES

maggio 28, 2012

Immagino di essere impopolare, ma quando penso a un cinema contro il cinema, lontano dalla vita, disumanizzato mi vengono in mente Haneke, Vinterberg, Garrone, Reygadas, Loach: ebbene è questo il tipo di cinema che viene premiato. La vita è altrove.

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SUPERCANNES 2012: ANTIVIRAL

maggio 20, 2012

Il primo film di Brandon Cronenberg. Da padre in figlio la malattia continua.

SUPERCANNES 2012: MICHEL GONDRY, “THE WE AND THE I”

maggio 19, 2012

SUPERCANNES 2012: WES ANDERSON

maggio 16, 2012

Intanto cominciamo col piccolo film di Wes Anderson, Moonrise Kingdom.

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [35] – FINE –

maggio 15, 2012

Capitolo 7.

Jack e M12 scesero barcollanti il dislivello cittadino. A vederli dal basso, in quella posizione insieme verticale e inclinata, che usava le gambe più che per camminare per fare perno sul pendio, sembravano aste sottovento, rami pencolanti di antichi alberi morenti. Difficile dire quante volte si erano accinti, dopo il rullare sordo del bar, a quell’inabissarsi, indifferenti e rassegnati allo sbilanciamento. Non era l’abitudine o l’azione sempre uguale a disorientarli, ma le variazioni microscopiche, le macchie nuove già riassorbite, i vecchi colori in lunga e costante macerazione. Non perchè incapaci a vederli – anzi, per deformazione professionale ne notavano più del necessario, alcuni fino a memorizzarne l’incedere precisamente per disinteresse e tenuta mentale avvezza a organizzare freddamente l’inconscio prima ancora del pensiero. Piuttosto non vedevano più l’inizio e la fine, loro erano lì per non vedere e per non credere, per non poter più usare la vita e la morte in rapporto all’essere e allo stare, allo spazio e al tempo. Loro erano il mezzo.

Un dono o una condanna? Questo esilio in una città calda e assolata che sorgeva al mattino e restava in eterea trasparenza fino a svanire in un’ombra senza colore a sera. Questa responsabilità tragica e bellissima del fantasma, del non dover più agire, ma di affollare le azioni degli altri, di quei vivi che non credono alla loro spettralità. Questa passeggiata, una grande paura e una grande tristezza, lacrime lente e copiose che velano l’orma, il gesto, lo sguardo, il cielo, la terra. Gli umani non credono ai fantasmi, ne temono la presenza allo stesso modo in cui sono terrorizzati dal non essere più presenti. E con tutto questo presente, si dimenticano di ricordare, fingono di non passare, scacciano via i pensieri belli e i pensieri brutti, lasciano in eredità quanto dovrebbero ereditarsi in vita, cancellano generazioni senza rigenerarsi, dicono ora, senza sporgersi sull’automatico prima e il fatidico dopo, addirittura, parlano. Questa disperazione, certo. Questo tempo fuori sesto, questa feritoia colma di incisioni e suture, curvature e correzioni, ognuna già avvenuta eppure senza precedenti, e laggiù il sole, la luce intermittente a vegliare sul mondo, sulla storia, sui tentativi di traduzione e su quelli di interpretazione, sui solchi lasciati, sui solchi dimenticati, sulle intuizioni smarrite, sulle cose a memoria, sulle cose della memoria, sulla memoria delle cose, sulle sedi, i confini, le cause, le casualità, l’ingegno, la solitudine. È oggi da ieri, è il tempo, ma è anche la vita, ed è lo spirito.

Capitolo 8.

Nella città vuota solo un breve accostarsi di nebulosa. Neppure propriamente un vuoto, ma qualcosa di più e di meno, un agitarsi sottile d’anima, senza più città. Le mani cercarono l’uscita, ma sembrarono solo piccole tentazioni di dita rassegnate all’attesa. Una linea immaginaria. L’istinto di usare la vista e di pronunciare parole e il piacere doloroso di non saperle più. Neppure ombre furtive, che sarebbero il preludio o la certezza di un corpo. Uno scivolare lento e informe. Giunti al fondo la città finì. C’è un momento, per tutti, in cui la velocità massima convalida la morte.

FINE.

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [34]

maggio 14, 2012

Fermo in quella curva di tempo visivo, il mondo procedette in un ronzio. Il ronzio dell’Oriente è nel suo inconfondibile odore, qualcosa di netto e insieme di scivoloso, un gemito di quella terra e basta. Eppure è sufficiente provare a ricostruirne mentalmente la scia lontana d’azzurro per vederlo risollevarsi altrove. L’Oriente si stagliò improvviso e denso nell’ingorgo di macchine nella terra dei morti dell’Occidente. M12 annusò l’odore familiare dolciastro e malsano (l’arabo alzò il volume e scese nel traffico per litigare attraversando l’incendio dell’aria). M12 ricordò una sua vecchia battaglia contro gli scrittori, che lui incolpava soprattutto di questo, di sapere bene che non basta dire di aver visto un posto per affermare di esserci stato. Una volta li sorprese sulle coste di Pukett, seduti sul ciglio della strada, a scambiarsi e a confondere pagine fresche. Scrivevano e passavano al vicino il foglio per delle aggiunte, uno a uno, in catena di montaggio, fino a coprire tutti gli spazi bianchi e lavorare strato su strato. Questo formicaio stava diffondendo una sonnolenta malattia tropicale. Gli abitanti della regione, affaccendati nelle imprese quotidiane, si arrestavano d’improvviso a fissare un punto all’orizzonte, e in quest’atto statico e illusorio terminavano i loro giorni. Lui stesso a quel punto stentò a riconoscere la zona. Si aggrappò ai ricordi, ai vecchi viaggi e alle lontane missioni, intuendo solo la differenza e la distanza. Quanto più si rimaneva tanto più ci si spostava. Qualcuno – ma presumibilmente fu solo una frase isolata sfuggita alle pagine – parlò di una scossa panica verificatasi nel centro umido della foresta, dove un soldato, per nascondersi dall’agile e feroce felino, si trasformò nell’albero più grande.

Già allora, essere e vedere tradivano un’origine spuria e una distanza non più colmabile. Tutta la questione orientale si basava su un falso assoluto, l’idea stessa che fosse possibile conoscere l’altro attraverso la mediazione delle parole, la menzogna sicura, esatta, che la parola definisca qualcosa. La parola è immagine. Cioè al massimo una labile correlazione, una scorciatoia che neppure si avvicina a quell’immagine. Addirittura un intero pianeta si era messo a credere a dei sistemi di comunicazione, a delle mediazioni di massa che avrebbero facilitato le relazioni, avrebbero informato. Peccato che non si informi altro se non parole, lontane traduzioni delle cose, quelle che, in una risata generale, vennero chiamate notizie.

All’epoca fu chiaro che la fragilità dei rapporti umani, l’intero pianeta sempre sull’orlo di una guerra finale, si fondava sul fatto che la parola veniva usata e consumata, cioè reimmessa in circolo secondo la sua dote e difetto maggiori, l’essere momentanea. Fu chiaro, ma nessuno se ne preoccupò. Che triste spettacolo i disperati che si spaccavano la testa a cercare di comunicare, a cercare di evitare la fine comunicando… La parola è quel poco che serve a essere capiti senza dire nulla. Qualunque concetto espresso esprime solo il proprio desiderio, la propria tensione, a essere definito. L’umano non c’entra più nulla. Le relazioni umane vengono prima della parola, averle volute spiegare, in nome di un’astrazione successiva, la comunicazione globale, ha significato gettare le basi di una guerra perpetua. Di fatto il dramma cominciò perchè tutti i concetti sono facilmente utilizzabili senza che vi sia necessità di darne o che se ne sappia dare una definizione.

Eppure era giusto, a poco a poco, che la parola si perdesse. La letteratura è difettosa e la filosofia si occupa di questo difetto, se ne fa occupare. Ecco un buon obiettivo, pensò M12, appassire, venir meno, scivolare via da questa orribile abitudine al linguaggio. Una passeggiata in leggera discesa, contemplazione della morte dopo la morte. Anche quella che doveva essere sembrata al suo amico Jack una grande intuizione, una trovata geniale, una sfida – fare a meno della parola c o m e – si era risolta unicamente nella rinuncia a una parola, senza poter dissipare lo slancio della metafora, dell’essere in metafora, morbida e d’assalto, della verità stessa e del suo non meno veritiero contraltare, la menzogna. Del resto la metafora è della parola stadio successivo, visuale limitata e parziale sul mistero da cui ogni singola parola allontana. È un’ancora gettata in mare aperto, un osservatorio permanente, la parola che si avvicina al mistero da sola, autonoma, libera dall’umano.

Jack era troppo istintivo per accettarne le conseguenze, perciò agiva in veste paranoica ponendosi al centro dei marosi e credendo di poter catalogare i moti ondosi. M12 era troppo riflessivo, desiderava un mare calmo su cui cullarsi. Jack scriveva un diario, per lasciare qualcosa. M12 si limitava a ricapitolare, cercando invece, nelle liste, di morire una volta per tutte. Provava con amara malinconia a ricordare in rigoroso elenco tutte le perdite, i lasciti, le rinunce, i fatali non ci fu tempo abbastanza, non c’è più tempo per. Ecco perchè aveva accettato di perseguire ed eliminare scrittori: perchè non bastavano le parole a terminare gli elenchi. Un piccolo tratto di strada, là dietro quella casa, subito in fondo al vicolo, la quantità di persone che vi erano transitate, i passi distratti e quelli febbrili, le due pozze d’acqua agli angoli, gli scrosci di pioggia negli anni, le strisce bianche consumate, grida lontane dei bambini di passaggio, i palloni giocati, le partite finite, vinte, perse, le conversazioni, i colori…

(fine capitolo 6) [continua]

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [33]

maggio 10, 2012

Capitolo 6.

La città scoloriva, sospesa nella precaria messa a fuoco. Jack sentiva il peso degli occhi, mentre cercava di fissare il brulichio rallentato degli avventori. Seduto al suo tavolo di tutti i giorni studiava una breve incrinatura del legno, una piccola ruga inattesa. La crepa rilasciava segatura che lenta si adagiava sulla piega dei pantaloni e scivolava verso terra. Jack ne seguiva la discesa inclinando leggermente la testa verso il basso. Nell’assenza di spazio il movimento del capo veniva respinto da qualcuno fermo o di passaggio lì accanto, e allora lui tornava su e riprendeva a seguire il flusso sottile. Per nulla stupito e neppure interessato al fatto che dopo tutti questi anni solo adesso si fosse accorto della crepa, pensava invece all’assoluta assenza di fascino in questo sgretolarsi sempre uguale delle cose.

Senza smettere di guardare, chiese a se stesso le parole per dire questo niente, intuendo subito che invece le chiedeva per dire niente. Niente. Gli arrivò uno strattone più forte del solito e fu per cadere, ma neanche questo accadde. Invece ricordò un pensiero lontano dei primi giorni nella città, l’unica, fra tutte quelle viste, dove rimanere in bilico non comportava alcuna caduta o recupero di una posizione più solida. Un pensiero e una risposta. Se si facessero dei piani per il futuro? Si fermerebbe il mondo.

Jack provò a sintonizzarsi sul ruminare indistinto di lingue sconosciute, alle volte riconosceva una parola, altre volte un tono familiare. Si soffermò anche sul ricordo appassito di alcune parole che tanto tempo fa desiderava scrivere. Erano sequenze disordinate che di tanto in tanto balenavano su ritagli di carta, ma non ricordava quando le avesse scritte. Decise di considerarle pulviscolo che brilla nell’aria, un’incertezza dell’occhio.

 

Il giorno respirava con lentezza esasperante. Sul suo tavolo, nella parte bassa del locale, apparve un computer, qualche tasto si muoveva lentamente. Il tavolo aveva una gamba tagliata male e ballava di continuo. Ogni cosa tuttavia, i tasti premuti e il legno zoppicante, sembrava aver trovato un magico equilibrio, una struttura insieme esatta e in ebollizione. Le parole nascevano e il tavolo scompariva, la sua vecchia fibra legnosa diventava polvere, gialla polvere di parole dimenticate. Il computer, con tutti i suoi tasti sporchi (perchè Jack mangiava e lasciava tracce d’unto sulle lettere) navigava sospeso, nei momenti peggiori bilanciato d’incanto dalla spinta casuale di qualcuno che passava infilandosi fra gli altri. Il mondo era un attrito, ma il cigolio restava impercettibile.

Questo faceva arrabbiare molto M12, quando giungeva faticosamente per il quotidiano scambio di opinioni, e al solito scuoteva la testa rassegnato. Jack, appena lo vide, non si fece pregare. “Sai, Johnny, vedo delle parole, no, vedo dei caratteri illeggibili che seguono la curva sporadica degli edifici e mentre la città fa per svanire faccio in tempo a passare le mani sulle lettere sparse, ne seguo le linee e mi sembra di intuire il significato con il tatto, ma sento il ruvido dei polpastrelli e non riconosco l’incrocio esatto, mi è solo chiaro che a ogni passaggio l’inchiostro esala l’ultimo respiro, e proprio in quel momento alzo il braccio e indico le montagne di quella regione che si chiamava… sai, dove quella ragazza e le sue amiche inventavano storie in un respiro elettrico, mentre laggiù quell’altra donna fuggiva oltre il confine, ed ecco ora i giovani cinesi sperduti fra le piattaforme con i treni che fischiano l’addio, qualcuno ha spalancato i manicomi, ti ricordi, e i matti occupano la città e rimangono fermi a fissare il cielo, non so più cosa è successo ai quadri che i colori colano via, non so cosa vuole quella donna telepatica che si prostituisce sotto le bombe, mentre quell’altra filma il proprio stupro e tutto tutto ha una sua copia in scala al centro del mondo, nei bordelli le candele tremolano luce ipnotica, quella famiglia guarda il padre morto alzarsi in fumo nero verso il cielo rosso del tramonto, macchine scivolano lente fuoristrada, il bambino trattiene il fiato sott’acqua, agenti scoperti muoiono in una giravolta, soldati non tornano più a casa, i sessi si confondono, i pugni sono sferrati senza tregua, laggiù la pioggia inutile dopo la bomba, malattie radioattive, guerre perdute, treni sospesi nella corsa, pioggia di pallottole, dio scompare, pesci luminosi, quei ragazzi registrano il sonoro della morte, le nevi attutiscono la caduta, la musica prende forma nella fabbrica abbandonata, una piramide sfiora le nuvole, un uomo scopre la leggerezza del fiato nel corpo di un animale sacro, malattie tropicali sudano stanchezza ovunque, i deserti salgono verso il sole, le donne trattengono segreti e ascoltano, ovunque cominciano partite senza tempo, c’è una luce…”.

M12, che solo a Jack permetteva di farsi chiamare col suo vero nome Johnny, conciliava l’ascolto deviando leggermente lo sguardo. Mentre Jack lo costringeva a un’azione sussultoria di ricordi abbandonati, i suoi occhi si aggiravano liquidi, fissando con deliberata disattenzione un punto nella folla. Il posto era un brulichio costante e inesatto, un gioco di gravità satellitare afono e senza identità. I corpi cozzavano senza direzione ma apparentemente sicuri di un qualche obiettivo, e non era possibile individuare i volti perchè la rotazione e lo scontro occludevano lo spazio imponendo una visuale a mezza altezza.

Nella bolla talvolta emergeva un luccichio stordito, un punto cieco d’azzurro fra i gomiti, una subliminale apparizione di vuoto. M12 l’attendeva pazientemente, da buon soldato che ne ha viste troppe. Nel punto cieco credeva di vedere gli spettri sopravvissuti al naufragio, algide anime dall’occhio vitreo che scuotevano la memoria. Una volta era riuscito a vedere questa casa crollata dove lui entrava inciampando nei vestiti strappati e cercando qualcosa fra le pareti, ma appena le toccava queste si sgretolavano e intorno si affollavano animali affamati, guardava giù in strada e vedeva un uomo raccogliere brandelli scuri di sangue rappreso della sua famiglia dopo l’esplosione…

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [32]

maggio 7, 2012

Bisogna affrontare questa non appartenenza (a sé, alle proprie parole). In essa alberga un piccolo ineliminabile desiderio di pluralità. Jack era solo in tanti. L’uomo è solo una cosa fra tante. Anche la morte non riserva altro che un cammino accanto alla vita. Ovvio che i morti risorgano: camminano non meno di quanto abbiano fatto in vita. Camminano perchè i vivi sono sempre in procinto di morire, di levarsi dalla vita. Invero non si vive e non si muore, si prende una strada, si finge un movimento. Non esiste vita e non esiste morte, c’è un andare verso, un direzionarsi che non sempre è quello giusto, ma che sempre fa convergere la vita e la morte nell’essere stato. Essere stato là, in nessun luogo e dappertutto, estraneo e congiunto. La parola è una piccola porta semichiusa su questa discesa verso il nulla. Per aprirla bisogna accettarne le proprietà cancerogene e comprendere in esse le qualità necessarie alla caduta. Se non si crede alla caduta la vita e la morte diventano un’unica inutile putrefazione. Al contrario, precipitando, risulterà chiara la loro intima natura: parola che uccide per vivere e vive per uccidere. Solo così si nasce e si muore, lottando contro la vita e la morte a favore dell’esistenza. Tutti vivono e tutti muoiono, a pochi è concesso di esistere. E anche così, non serve a niente.

(fine capitolo 5) [continua]

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [31]

maggio 1, 2012

Ma il romanzo riprese da quella pagina smarrita. All’ultimo, divenne una parabola sulla morte. Prese la forma grigia delle lettere in bella posa. Sostò nel bianco in attesa del nero. Uccise l’eterno io fra le righe. Forse una piccola frase, o solo una parola, avranno qualche possibilità di sopravvivergli (grigio che sopravvive). Sarà un resto, di nuovo, ma più indeterminato. Talmente insicuro del proprio sapere, da essere stato scritto. In questo secolo futuro il resto dell’io indeterminato, per sopravvivere, scrive (indeterminato significa che già si potrebbe dire scrisse, o anche, fu scritto). È preda di scritture e confessioni che non sanno altro che lo scrivere (nella stanza piena e vociante un numero imprecisato di scrittori si mosse all’unisono sulle sedie), e allora domandano (pagina strappata emersa alla periferia di Islamabad).

Jack domanda allo scrivere, perchè Jack è scritto e scrittore (l’editore mostrò segni di nervosismo). La storia dei suoi viaggi in Oriente è la frase fragile di un linguaggio tombale. Per questo Jack si aggrappava alla professione. La parola scritta fu un tentativo di affidare alla carta la morte sicura di ogni cosa. Ma la parola rimaneva sempre memoria incerta di vecchie frasi convenzionali (polvere alla polvere). L’ultimo segreto del mestiere: il tuo unico vero compito è di concludere la caducità del presente, di portare a termine l’agire monotono di un mondo straziato. La parola fu dunque l’elaborazione del lutto. In quanto tale ebbe il solo merito di attestarsi su una curva temporale. Secondo le regole di qualsiasi lutto, essa si prese del tempo.

 

Altro ancora? Si. Brevi lampi da Kiev, l’azzurro che strozza il petto di Ankara, l’indifferenza di Tbilisi, la luce secca e infuocata di Sana’a, lo strillo cadaverico di Dakha, la languida trasparenza di Riga, la traccia rapace e lamentosa di Manila… Per tutti gli agenti, asserviti o rivoluzionari, si trattò di ripetere all’infinito la recita della parola in lutto, affrontare la decomposizione rifiutandola o cannibalizzandola, fingendo ribellione e fingendo acquiescenza (prendersi il tempo del lutto significa raccontare la storia di una rivoluzione e del suo consueto fallimento. Ultimo sguardo agli umani dallo zombi che sale verso il cielo).

Jack semplicemente si espose più degli altri. Capì, senza ammetterlo, che di tutta quella polvere qualche granello è più solido degli altri (eclissi di sole. Anche quella volta una parola rimbalzò via tradendo il buio improvviso, ebbra di tempo notturno sognato da tutti. La città fu scossa nelle fondamenta).

Era così ovvia la guerra degli editori contro gli scrittori. Tutto quel tempo in discesa filiforme metteva in stasi il mondo, lo ingabbiava nel lutto sospeso dal quale saltava fuori proprio quella parola inopportuna e un’altra città scompariva (insieme a milioni di libri invenduti).

Jack intuì che quanto più si bruciava l’archivio, tanto più lo si ingigantiva (giacchè è impossibile che gli scritti non finiscano per diventare di dominio pubblico). L’obiettivo reale degli agenti scrittori? Smettere di scrivere e cominciare a imparare a memoria. Scrivere, leggere e bruciare in un’unica azione tutti gli appunti.

 

Allora ecco, nell’ultimo viaggio a Tokyo, l’idea del Comando. Costituire gruppi di controllo. Coloro che osservano gli scrittori (agenti che si guardano torvi). Si cominciò nell’aria malsana della zona in estinzione delle vecchie ferrovie. Scrittori e osservatori si misero al lavoro. Immediatamente prese forma una deriva mutagena. Gli scrittori divennero osservatori, gli osservatori scrittori. Simbiosi (pochi i casi di rigetto, ma terribili, carni lacerate con le unghie sporche d’inchiostro). Il romanzo riprese da una pagina a caso. Grandi macchie rosse punteggiano la corsa leggera del giovane scrittore che scrive in bianco sul terreno. Dall’alto si vede meglio. La foresta tocca il cielo e ognuno prende la sua strada. Il movimento è un teatro di ombre elettriche. Oggi il virus è entrato in azione. Sulla riva dei microfoni registrano il sonoro della morte. La composizione musicale raccoglie lo stridore e risucchia il fiato bianco dei suicidi. Si organizza un grande concerto solista nel prato per guarire i malati. Svenimenti. Convulsioni. Erba mossa dal vento. I morti ritornano. I microfoni registrano lo stormire delle foglie al passaggio. Molti si abituano a rivedersi morire. Anche la bambina nascosta nella valigia viene uccisa per sicurezza. Gocce rosse sul bianco. Si alza una canzone triste. Tutto è geometrico eppure deformato in una lente. La fenice si allontana immortale. Giallo alle spalle.

(continua)