CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [27]

M12 ricordò la prima volta in cui seppe con chiarezza che nessuno dei suoi atti avrebbe potuto incidere su persone o cose. Ricordò di averlo compreso nel precipizio di un’ultima illusione di sé, dell’ingenua e ostinata fiducia nel poter essere qualcosa di più o di concretamente successivo al resto, a ciò che resta dell’azione precedente.

Era il giorno rosso e bianco della bomba. M12 stava rientrando nella sua stanza (luce artificiale). Sull’uscio si fermò stupito. Quel suo studio costruito negli anni con certosina attenzione d’un tratto gli apparve del tutto nuovo e mai visto prima. Entrò, avviandosi verso il letto. Sedette sul ciglio con i gomiti sulle ginocchia. Le mani sfiorarono il volto e trovarono uno squarcio, vana ricerca di una barba che non c’era (la pelle liscia lo sorprese e gli occhi ballarono in un sussulto). Davanti a sé un armadio e lo scrittoio. D’istinto si avvicinò al secondo. Sedette. Controcampo del letto. Passò qualche secondo. Passò qualche secondo? Con la mano sinistra accese la lampada. Con la destra aprì il cassetto e tirò fuori una grande agenda azzurra. Ora gli serviva una penna. Stava per cercarla quando d’un tratto gli venne in mente l’armadio. Si alzò e lo aprì. C’è una borsa nera. L’aprì e vi inserì l’agenda. Chiuse l’armadio e senza interrompere il movimento si mise la borsa a tracolla. La casa stava già crollando. Fra le macerie vide la pelle rosa delle braccia amputate delle figlie (rosa adolescente che qualche mattina fa aveva sfiorato con un bacio, sulle labbra per ore l’odore fresco di sapone bianco) e tenne in mano la testa decapitata della moglie. M12, tutto intero, sbattè gli occhi. Era un resto, e in quanto resto di qualcosa che non era più (la casa, la famiglia), d’ora in poi sarebbe apparso solo nel suo non essere. L’essere senza presenza non è stato. L’essere al presente non è mai (in) stato. Un acquazzone che non lava nulla. Qui tutto è stato già contratto e qualsiasi antidoto è andato perduto.

In seguito cercò di spiegarlo ai senza tetto di Mosca, quando il Comando lo inviò a terremotare la città per sostituire con una bellissima esplosione le perverse manie degli abitanti perduti nel virus dell’elemosina (orda di giovani sosta in strada urlando soldi! soldi! e si affolla limacciosa nelle case altrui fornicando negli angoli e generando una prole informe). Rinunciò, ovviamente. Nessuno lo ascoltava. Capì allora quale sarebbe diventata la malattia degli agenti segreti. Essi avrebbero confrontato il loro non essere con ciò che nei loro compiti effettivamente sembrava essere (essere lì, con delle conseguenze tangibili). Sarebbero diventati scrittori per tentare di colmare questa distanza e di dire questa differenza. Dio non verrà. Dio non parlerà. Saranno solo retate preventive. Comunità di pazzi accusate di terrorismo. I manicomi li vomitano nelle strade. Loro si cercano e si rifugiano fra quattro mura. Lì le donne si offrono. Nessuna sa quanto ancora verranno tollerati e allora si sbrigano a fare figli. E i figli nascono informi.

(continua)

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