Archive for aprile 2012

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [30]

aprile 26, 2012

Capitolo 5.

Quanto tempo era passato? Una voce lontana e perentoria lo fece rabbrividire. “Vieni fuori, Jack”.

Un’onda cosmica. Ragazzi sotto le luci del luna park tremolante, capelli morbidi nell’umido colpo di vento. Ragazze che si abbassano le gonne leggere di seta e a fiori e sorridono con distrazione di consumata impertinenza (occhi osservano giusto il tempo di abituarsi a te e poi passano ad altro).

Questo è il mondo. E chi sono, nel mondo, gli agenti Jack e M12? All’inizio del loro viaggio erano solo due parole scritte sulla carta, due anagrammi futuri che presero il primo treno cercando la soggettiva del finestrino in corsa (l’uomo non è mai puntuale e allora cerca di datare il tempo). Qualcuno però provò a registrarne le frequenze incerte e non lineari, a delimitarne le azioni sporadiche e quelle eccessive. Qualcuno sfidò il tempo.

Si trattava di un esperimento che lo stesso Jack aveva condotto, senza risultati, molti anni prima. All’insaputa del Comando fece costruire un’unica grande fabbrica sonora estesa fra Berlino Est e Tokyo. Chiamò la band del sottosuolo e le chiese di produrre un sound industriale, di gridare strofe d’amore mentre le trivelle fungevano da chitarre, i mattoni e le lamiere erano le batterie, l’orecchio sbattuto sul cemento il basso (gocce di sangue al rallentatore nell’aria metallica). La musica cresceva e Jack filmò i dettagli. Pupille, mani braccia, bocche, lingue di ferro dai muri. Ma il suono-immagine smise quasi subito di avanzare, producendo invece un’attesa scorticata e un’implosione. Una luce sola spazzò via la città e i musicisti (Jack salvo appena in tempo). Metallo liquido. Rintocchi elettrici. Voci dallo stomaco. La band straniera impone la propria meccanica. La città cade in ginocchio.

 

Nessuna nuova su questo pianeta. Di lato orizzonti irrisolti, dentro l’aria stantia di una procedura fredda (vetro in frantumi, il tramonto non mutò colore). Jack e M12 erano piccole formiche destinate a zoppicare lungo i confini senza mai varcare la linea. Si sforzarono, ma non trovarono parole.

Quello che il Comando ignorava era l’esistenza di un gruppo di agenti ribelli molto più estremo. Agenti scrittori di pagine fallimentari. Traditori che scrivevano rapporti in codice di getto senza fermarsi e poi rileggevano il romanzo cifrato e lo correggevano. Mentre la stesura definitiva si andava delineando, conservavano le pagine scartate, rubricavano errori, indicizzavano correzioni, catalogavano refusi. Poi prendevano questa massa incerta e a sua volta la mescolavano con i passaggi intermedi. L’unione fra la prima scrittura e la prima correzione costituiva il vero Romanzo, mentre l’ultima veniva spedita al Comando. Mentre il Comando leggeva, il romanzo veniva smembrato e diffuso con strategia casuale nelle città d’Oriente. Gli agenti scrittori sparavano, spiavano, scrivevano rapporti e dal cappotto d’ordinanza lasciavano scivolare pagine e plichi malandati che si andavano a depositare sottoterra e nel vento (veli neri a passeggio colpiti da repentine minute bianche). A quel punto un’altra squadra segreta entrava in azione col compito di documentare il ricostituirsi imprevedibile delle pagine sparse. Gli agenti scrittori lettori. Il capitolo primo è a Singapore (famiglia seduta a tavola il figlio piccolo legge ad alta voce). Il secondo ha smarrito tre pagine rientrate nel capitolo quinto, che ora racconta del lustrascarpe di Doha e insieme di un solitario regista che apre i suoi spettacoli salendo in scena circondato dalle carcasse silenziose e maleodoranti di insetti schiacciati nel mezzo di un volo appena spiccato (regista curvo fra le spighe che attende la caduta). In questo modo i romanzi si moltiplicavano e il capolavoro rimaneva illeggibile a galleggiare fra una città e l’altra nella rinata tradizione orale (brani di storie interrotte bisbigliati agli angoli delle strade).

Jack invece era rimasto al primo stadio di ribellione, scrittore egoista fiducioso nella presunta forza delle parole scritte e segretamente celate. Jack non era più un agente e non fu mai uno scrittore. Per questo il Comando lo scelse per sconfiggere il sistema segreto degli agenti scrittori. L’unico modo per debellare la scrittura che si fa da sola, era spedirle contro un romanziere. M12 era l’agente di controllo. Il Comando l’editore.

(continua)

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CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [29]

aprile 21, 2012

Jack notò una macchia di luce pulsare sul lato del coltello gelato (ricordo d’infanzia, l’acciaio cura i morsi delle meduse, rossore diffuso sulla pelle, fitta elettrica lungo la schiena). Il ricordo lo privò del dolore. M12 sorrise. M12 eseguì una giravolta. Jack sentì sangue caldo. M12 cantò un’antica ballata in cui ogni parola veniva risucchiata dall’odio di ogni amore. M12 cantò la sua rabbia per le macchine e per il cielo, per la terra e per l’aria, nenia triste di un baritono elettronico. M12 danzò (testa barcollante). M12 sputò su Jack insetti gialli e il sorriso gli arrivava sulla nuca (ghigno della maschera di cera).

E non c’è carne in tutto questo. Jack provò la spiacevole sensazione della fine dell’uomo in carne e ossa. Muscoli sfibrati, aria sfilacciata, macchie di luce senza peso. Piccole fredde visioni di un uomo solo che pensa di salvarsi con lo stupore dell’altro. La parabola triste dello scrittore fallito. Una progettualità senza cuore, fragile linea picaresca su cui si vorrebbe basato il racconto fantastico di un desiderio irrealizzato. M12 lo colpì in piena faccia e il pugnò si fermò fra le pareti molli del cervello. “Che scrivi a fare, Jack? I palazzi crollano, le mura si piegano e tu pensi di commuovere qualcuno?” (albero piegato dal temporale, Jack fra le foglie bagnate).

“Senti qua, agente. Due piccoli fratelli a colori sul bordo della piscina, il più giovane si ammala. Flusso fresco di cortisone, la carne si ritira fino alle ossa, sedia a rotelle, mano calda sostiene la schiena durante la puntura. Il fratello più grande si imbarazza per quel mostro avvizzito in fin di vita. Cure inutili. Strumenti medici infetti, gelo medicinale sull’infezione. Morte. Un bambino sopravvive, carcasse nauseabonde, città invase da sudici mendicanti, l’uomo col cappello e la valigia scivola via veloce accanto agli operai in fila, freddo sulle panchine, funerali ventosi, il bambino sopravvissuto strilla un pianto infernale, si addossa ogni colpa, i genitori non parleranno più del fratello, lui invece gli parla ogni sera trattenendo il respiro senza riuscire a morire, ai suoi amici dice che quel bambino nella foto è suo cugino. Nidiate di neonati. Un parto in diretta. Aria drogata di borotalco. I bambini si toccano, le labbra si bagnano, le lacrime si mischiano. Nuovi fantasmi sono pronti per la parola. Smetti di scrivere, Jack”.

(fine capitolo 4) [continua]

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [28]

aprile 16, 2012

“Dove? Qui? Là? In che luogo si situano le parole sulla pagina?”.

M12 attese una risposta. Jack stava per terra, piegato, con la schiena al muro, muto. M12 si chinò (scambio di calore, la pelle che si riconosce). Lo fissò con calma in silenzio. Poi sospirò e gli gettò in faccia una lenta boccata di fumo. “Caro Jack, non è importante chi ti crocifiggerà, l’importante è essere torturati”.

Un sistema esiste per non terminare in quanto sistema, perciò cerca ciò che non ha: carne e anima. Ciò significa che ognuno vive nella non conoscenza di quello che stanno facendo a lui e di quello che stanno facendo alle altre persone. Per sapere quello che stanno facendo a tutti bisogna pensare in modo diverso dagli altri. Ma gli altri sono sempre noi e sono sempre tutti. Come si fa se non ci sono più le parole e i pensieri restano monchi, storpi, ciechi? Gli scrittori hanno esaurito le parole. Il Progetto ha preparato una trappola per loro, ha fatto credere di avere paura delle loro parole. In questo modo gli scrittori cominciarono a parlare la stessa lingua del Progetto e dimenticarono la lingua natia. Fu così che il Progetto mise a punto il sistema: ottenne un corpo dalla lingua. Niente parole uguale niente pensieri. Ecco il controllo assoluto. M12 ripensò alle strade interrotte nella città di Kiscinev (buchi ovunque, dalle botole si avvicendano le teste scheletriche dei matti che vivono sottoterra, si spingono fuori fino al collo e non staccano gli occhi dal cielo). Una tragica colata in bianco e nero la ridusse a un’unica grande crepa senza fondo. M12 continuò a fare ciò per cui era venuto. Diresse il traffico dei malati terminali, indirizzò ciechi, storpi, orfani, sistemò la massa d’informe umanità nelle paludi circostanti (bambini che saltano sull’acqua, una goccia acceca il mendicante, il matto ride, le vecchie strillano). La città si trovò così protetta da una cinta paranoica, l’entrata e l’uscita dell’inferno. Questo faceva parte della direttiva del Comando, “recuperare le città fantasma”. M12 semplicemente cominciò svuotando i manicomi…

E ora che le cose si erano fatte così difficili, che tutto questo consumarsi senza limiti sembrava non portare a nulla… M12 osservò Jack tossire. “Questo perchè il mondo, caro Jack, doveva smetterla di essere lì per sé. Smetterla di far coincidere l’inizio della storia e di ogni storia con il suo declino. Strapparsi al sole che tramonta, strapparsi al linguaggio!”. Cosa guarda quel ragazzo con gli occhi tirati giù dalle occhiaie, quel ragazzo calvo con la testa e il collo che sporgono dalla botola, quel ragazzo per secoli fisso sul cielo? Nei suoi occhi l’attesa di un padre che gli spieghi il mondo in una lettera. Un padre che prosegua e porti a termine la soggettiva di un cieco. C’è tutta una città segreta verso il basso, fra le pietre instabili della strada in rovina. Nessuno guarda giù. Nessuno guarda. Arti amputati. Zoppicanti pelli raggrinzite. Bocche sdentate. Di questa città sfuggono i margini. Una volta i campi erano trincee e si stava a mirare i nemici da sotto le spighe. Oggi invece la malattia è per le strade, il sole brucia le malformazioni e i virus si rilanciano segnali luminosi dagli spigoli. Luce intermittente di fatti così reali da sembrare documentari.

(continua)

INTERMEZZO: POESIA

aprile 12, 2012

A lungo ho dibattuto

sul bel prato,

vorrei essere vorrei essere

e invece sono stato.

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [27]

aprile 7, 2012

M12 ricordò la prima volta in cui seppe con chiarezza che nessuno dei suoi atti avrebbe potuto incidere su persone o cose. Ricordò di averlo compreso nel precipizio di un’ultima illusione di sé, dell’ingenua e ostinata fiducia nel poter essere qualcosa di più o di concretamente successivo al resto, a ciò che resta dell’azione precedente.

Era il giorno rosso e bianco della bomba. M12 stava rientrando nella sua stanza (luce artificiale). Sull’uscio si fermò stupito. Quel suo studio costruito negli anni con certosina attenzione d’un tratto gli apparve del tutto nuovo e mai visto prima. Entrò, avviandosi verso il letto. Sedette sul ciglio con i gomiti sulle ginocchia. Le mani sfiorarono il volto e trovarono uno squarcio, vana ricerca di una barba che non c’era (la pelle liscia lo sorprese e gli occhi ballarono in un sussulto). Davanti a sé un armadio e lo scrittoio. D’istinto si avvicinò al secondo. Sedette. Controcampo del letto. Passò qualche secondo. Passò qualche secondo? Con la mano sinistra accese la lampada. Con la destra aprì il cassetto e tirò fuori una grande agenda azzurra. Ora gli serviva una penna. Stava per cercarla quando d’un tratto gli venne in mente l’armadio. Si alzò e lo aprì. C’è una borsa nera. L’aprì e vi inserì l’agenda. Chiuse l’armadio e senza interrompere il movimento si mise la borsa a tracolla. La casa stava già crollando. Fra le macerie vide la pelle rosa delle braccia amputate delle figlie (rosa adolescente che qualche mattina fa aveva sfiorato con un bacio, sulle labbra per ore l’odore fresco di sapone bianco) e tenne in mano la testa decapitata della moglie. M12, tutto intero, sbattè gli occhi. Era un resto, e in quanto resto di qualcosa che non era più (la casa, la famiglia), d’ora in poi sarebbe apparso solo nel suo non essere. L’essere senza presenza non è stato. L’essere al presente non è mai (in) stato. Un acquazzone che non lava nulla. Qui tutto è stato già contratto e qualsiasi antidoto è andato perduto.

In seguito cercò di spiegarlo ai senza tetto di Mosca, quando il Comando lo inviò a terremotare la città per sostituire con una bellissima esplosione le perverse manie degli abitanti perduti nel virus dell’elemosina (orda di giovani sosta in strada urlando soldi! soldi! e si affolla limacciosa nelle case altrui fornicando negli angoli e generando una prole informe). Rinunciò, ovviamente. Nessuno lo ascoltava. Capì allora quale sarebbe diventata la malattia degli agenti segreti. Essi avrebbero confrontato il loro non essere con ciò che nei loro compiti effettivamente sembrava essere (essere lì, con delle conseguenze tangibili). Sarebbero diventati scrittori per tentare di colmare questa distanza e di dire questa differenza. Dio non verrà. Dio non parlerà. Saranno solo retate preventive. Comunità di pazzi accusate di terrorismo. I manicomi li vomitano nelle strade. Loro si cercano e si rifugiano fra quattro mura. Lì le donne si offrono. Nessuna sa quanto ancora verranno tollerati e allora si sbrigano a fare figli. E i figli nascono informi.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [26]

aprile 2, 2012

Capitolo 4.

L’agente di controllo M12 sentì la familiare leggera scorticatura strisciante sulle pareti polmonari. Reagì come sempre. Serrò le labbra e trattenne il dolore (solito fottutissimo battito di palpebre). Gli occhi si smarrivano, diffidenti con il meraviglioso nuovo mondo degli agenti segreti. Il corpo invece si riusciva a tenerlo sotto controllo, rigido nel cappotto grigio d’ordinanza, fingendo un tutt’uno pelle e ossa, immaginando una corazza invisibile capace di respingere gli affondi inesorabili della libertà di pensiero, problema irrisolto di tutti gli agenti… Ma con l’attività oculare non c’era scampo. Dover vedere prima di agire, dover vedere agendo, dover vedere i risultati ottenuti. Il ritorno all’occhio dell’immagine – nessuno finora ha trovato una soluzione al ripetersi sempre uguale di tale percorso – attivava il pensiero, così che essere agenti segreti significò subito e prima di tutto imparare a difendersi dal pensiero, mandarlo là in cenere, in vulnerabile finissima polvere, testimonianza di ciò che fu il fuoco di un’idea, del suo bruciante passaggio.

Questa pratica d’isolamento della vista dai pensieri, senza cui a nessuno era permesso salire al rango di agente, produceva un unico effetto collaterale: gli occhi sbattevano le palpebre, evocazione non richiesta di una perplessità inconscia, pugno di cenere negli occhi. (Fra gli agenti girava la storia di un loro predecessore che per eliminare il problema riuscì a isolare un concentrato di immagini. Attraverso un procedimento che mescolava scorie radioattive e lacerti di carne umana ottenne un preparato di immagini, che erano le immagini che ognuno aveva di se stesso, cioè esattamente l’ineffabile fondamento del guardare. Chiuse il preparato in una scatola fatta di pelle umana, salì sulla collina, la aprì e rilasciò le immagini nell’aria. Questo gli permise di agire con precisione e sicurezza senza più dover vedere se stesso all’opera, ma i doppi radioattivi stavano morendo in ogni parte del mondo e inoltre stavano contagiando con il virus dell’immagine città intere. I contagiati morivano di stenti di fronte ai nuovi se stessi e altrui immaginari, e mentre morivano rilasciavano nell’aria un’indefinibile mistura di carne e odio, un’ultima entità rabbiosa negli occhi freddi della morte che impallidisce il volto. Il Comando emise un ordine di cattura, ma l’agente immaginario non fu mai trovato. Oggi, fra le leggende degli agenti in attività, spicca quella dell’agente immaginario che compare nei loro sogni per consigliarli e accudirli nelle difficoltà).

M12 guardò Jack. Lo guardò e in una nuvola di fumo pronunciò la domanda successiva, stancamente presente all’inevitabilità del non poter ricevere risposta, perchè non esiste risposta alla maggior parte delle domande e l’interrogatorio, o il processo, sono inutili figure retoriche di una burocrazia lontana, dove ci si ostina a credere che le regole siano più di una semplice parola, lampi a colori di invisibili strutture poliziesche la cui certa efficienza sta appunto nel loro freddo inapparire. Nessuno pone domande nessuno risponde, facile trovare il colpevole.

“Dove? Qui? Là? In che luogo si situano le parole sulla pagina?”.

(continua)