CITTA’ D’ORIENTE (ROMANZO INEDITO) [23]

“Come nasceva la parola, Jack?”

La dolce malinconia del flash-back. Phnom Penh. Lunga discussione con il cecchino occidentale appostato sugli alberi umidi della palude. Il giovane si grattò le lentiggini: “A volte colpisco qualcuno che non vedo in faccia (occhi smarriti), e quando cade (tonfo sordo nell’acqua stagnante) lo lascio gridare un po’ per distruggere il morale dei suoi compagni. Poi piazzo il secondo colpo”. La guerra è il sogno di un tiratore scelto… Quello che il ragazzo non poteva sapere lassù tra i rami e le foglie, era che in Cambogia si stavano verificando i primi casi di zombismo. Causa: una mosca creata in laboratorio per sperimentare la resistenza del sangue ad armi chimiche di ultima concezione. Anche solo sfiorando il corpo, l’insetto uccideva sull’istante e in seguito il liquido della puntura risvegliava i morti. Jack osservò il geniale scienziato scopritore della mosca al lavoro dal vetro liquido del laboratorio. Quell’uomo lo affascinava. Le ultime notizie lo davano sotto contratto per tutte le agenzie segrete della Terra, tanto che il Comando aveva costituito una squadra di disinfestazione delle scorie doppiogiochiste che galleggiavano voraci al passaggio del Dottore nei quartier generali. A Jack fu dato il compito di andare al cuore del problema.

Al centro della stanza una capsula di vetro conteneva il ronzio freddo delle mosche. Il volto livido del Dottore fisso sulle loro evoluzioni sospese. Gli occhi bianchi senza pupille. Il Dottore inserì nella capsula una mano fulminea e la mosca rimase fra le dita. La schiacciò e cadde morto di schianto (linea veloce sul vetro appannato. Nessun rumore). Jack attese. Ecco il grande scienziato rialzarsi lento con un ghigno feroce. Eccolo pulirsi i polpastrelli sul camice bianco, lasciandovi piccole logore macchie nere. Vivo, morto e ora morto-vivo, si passò una mano frenetica fra i capelli curvando la bocca in un sorriso infernale.

Quel che si dice un caso fortunato. Ciondolanti figure con in faccia il vago ricordo d’un pensiero perduto, questo il soldato occidentale uccideva per il governo. Nessun nemico da potersi chiamare tale. Nessun cambogiano. Nessun comunista. Nessun terrorista. Jack gli passò una mano pietosa sul viso (negli occhi del cecchino una domanda incredula). Poi la cosa si fece seria. L’Occidente spedì una squadra a risolvere il problema e a prelevare il Dottore. L’Oriente a sua volta organizzò una spedizione per catturare un esemplare della mosca chimica. Jack doveva evitare scontri diretti e proteggere gli zombi (il Comando pensava a un parco giochi per morti viventi). La spedizione araba è ora nella foresta. Le tuniche affondano gli orli nel fango. Gli arabi girano a vuoto e la mosca è già nel folto nero della barba…

“La parola opera sui cadaveri e manda in circolo il virus della resurrezione. Una detonazione irreversibile che si propaga uniforme sulle membra stanche del pianeta. La parola risorta vorrebbe fermarsi, ma essa è un virus che si scrive e in quanto tale non guarda in faccia a nessuno, anzi vive grazie agli sguardi di tutti. È una cellula malata nel fango della giungla. Si moltiplica e si appiccica alla pelle, sanguisuga radioattiva. Quasi ovvio che il lettore sia il primo zombi”.

Ondate calde di malinconia dappertutto come sempre. Quelle piccole case laggiù, l’occhio oblungo d’Oriente in estensione su e giù dalle case ai campi di lavoro, agli uffici in qualche anno futuro. L’angoscia sorprese la donna che scendeva lenta con il cesto sul capo quando un lumicino nel cervello le disse di epoche passate e a venire e ora, proprio ora, al contrario non sembrò esserci uno senso a questa vita (rughe sui piedi appesantiti e gonfi). Ecco, ecco, il cielo spegnersi nell’esplosione atomica. Radiazioni. Incedere sincopato. Gli zombi premono sulla soglia, si trascinano senza direzione, quando cadono si rialzano. Jack vide la stanza restringersi in una gola rossa. Provò a dire per favore dell’acqua fresca.

(continua)

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