CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [22]

Quando? Quando il mondo ha cominciato a funzionare in modo da formare sempre un calco di se stesso? A Tokyo anni fa la redenzione post-nucleare si concretizzò in stupri di massa, interi chilometri d’asfalto in bianco e nero con lampi caldi di sperma e urla strozzate negli occhi inorriditi. Alcune delle ragazze pagarono i fidanzati per essere filmate durante l’orgia. In seguito venne organizzato un festival internazionale e i film erano solo primi piani di occhi attoniti, depredati della vita (stacco su un cielo capovolto sfrecciante dal finestrino dell’automobile in corsa). Mappa sconvolta della città intravista nel disordine abulico di un proiettore incerto. La luce mima un suicidio. Due amanti nel bianconero oppiaceo, cielo capovolto, l’aria calda attonita dello stupro, finestrino sottosopra, linee della strada strisciano nel cielo. Filmano in fretta la propria morte.

Ci sono p a r o le? Ci sono parole per dire dell’altra deflagrazione, se questa avrebbe dovuto cancellarla per sempre? Invece gli agenti vennero spediti a spiegare che non ci sarebbe mai stato un dopobomba, perchè l’impossibilità di percepire l’istante prima dello scoppio porta in sé i germi d’una maledizione. E furono costretti a declamare la verità sulla bomba (rimbombo di megafoni nella città deserta): “Ci incontreremo ancora”.

 

Jack sapeva degli agenti segreti della parola segreta. Sapeva del virus. Fu così facile iniettarlo: l’agente segreto è un corpo lasciato senza parola, ma con il marcio potere di inocularla a tradimento. Fu allora che molti passarono alla scrittura. (Brano del comunicato redatto dalla setta segreta degli agenti segreti: “…non basta essere scrittori, bisogna sottrarsi all’essere continuamente scritti, bisogna sottrarsi al Progetto…”). Jack fu uno dei tanti. I rapporti al Comando divennero codici cifrati, parole internamente mutanti, lettera per lettera, lettura dopo lettura, fughe di scenari, lettere ad altri agenti, e alla fine capitoli di un unico grande romanzo degli agenti scrittori. Lungo le torride mura d’Oriente si sperimentarono antiche questioni teoriche. Gli agenti fronteggiarono un mondo museificato, dove gli oggetti sparivano appena guardati e i dipinti perdevano per sempre la luce e il colore originari. Le visite duravano pochi minuti, e poichè il contenuto del museo appassiva ad ogni nuovo sguardo, i turisti dovevano attraversare le sale correndo e tenendosi per mano gettando solo rapide occhiate laterali. L’arte allora seppe di avere in sé ciò che l’occhio riconosce in quanto arte, cioè la propria negazione e l’accenno alla propria fine. Spesso erano i quadri ad acquisire questa sapienza e in un ultimo lampo di lucidità si incendiavano (fiamme che salgono dalle cornici e panico nelle sale). Morirono gli ideali e circolò fetida aria malata senza direzione. Ne risentì anche il tempo. Tutti i visitatori uscivano due volte sullo stesso argine del fiume e non importò più che la prima uscita differisse dalla seconda, che vi fosse un uomo in attesa, una barca di passaggio, un colpo di vento, il sole o una nuvola, nulla.

Jack fissò il muro bianco davanti. L’interrogatorio era appena cominciato. Il flusso di malattia nera gorgogliava nel sangue. Pizzicore venereo, strofinio di cellule, stomaco vuoto e pieno, caldo e freddo in vertigine verso il basso. Percepì il midollo resistere all’attacco bianco decerebrato dell’ospite invasore. Appannamento della vista, leggero e sospeso. Immagini dissenteriche del Cairo, il giorno in cui capì cosa doveva fare. La città si piegò in un unico tunnel lombricale arancione, il sole sfiorò le teste, un’ombra apparve sulle nuche tese nella ricezione. Jack corse in albergo ed entrò in una camera che non riconobbe. Striature nere sul muro, sudore condensato nel sordo implacabile alitare dell’aria condizionata. Palpebre blu pesanti, macigni sul viso che sembrava volersi spalancare, il resto dell’organismo sgusciò fuori dal culo in una bordata di vento gelido. Seppe subito che l’epoca dei rapporti minati dall’interno finiva lì. Un’organizzazione segreta non era abbastanza. Bisognava giocare a viso aperto. Diventò scrittore.

(continua)

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