CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [21]

Capitolo 3.

Il bianco asettico della tortura fu il pensiero successivo. Il chiarore spigoloso che, accecando, riferisce una perfezione. Luce senza curvature che inganna il pensiero sospendendolo in un movimento apparente. Striscia luminosa che abbraccia in un unico fiato il cuore ansimante e la calma assoluta. Tempo che viene a mancare, l’andatura zoppicante e l’avanzata liquida, una scivolosità netta e piena. Il nitore delle cose che non sono più, dopo la morte. È il tempo delle domande.

“Perchè scrivi un diario, Jack?”.

“Quale che sia l’attesa, l’impulso, l’istinto, il semplice bisogno, all’inizio è sempre una geografia incerta, ma la sola cosa importante è che diventi topografia. La mappa serve per raggiungere la voce e organizzare il respiro. (Giunse visuale obliqua del Cairo, ed era senza dubbio un buon esempio). Vedete, quel panorama cairota produsse se stesso nell’attimo sospeso del suo attraversamento e senza possibilità di ripetersi in futuro. La parola può tracciare i contorni di una mappa della memoria e sbavandone i bordi tentare di riavvicinare quel mormorio convulso di una prima volta nella città. Cioè, il problema dell’agente segreto oggi è che non ci sono più scrittori pronti a sostituirlo. (La stanza dell’interrogatorio vibrò un tremito e rilasciò nell’aria un pulviscolo nero di microbi secchi dopo un colpo di tosse. M12 si accese una sigaretta). La parola è una funzione premonitrice, anche se solo a certi livelli d’incomprensibilità. Ciò di cui prevede l’accadere è di solito così orribile, che pochi scrittori resistono all’impatto. Per molto tempo il futuro coincise con la parola premonitrice, ma poi la realtà si rifiutò di correre in aiuto dello scrittore e la parola entrò in cancrena, vittima di una progressione atrofica che determinò il definitivo distacco fra l’esperienza e la parola necessaria a coglierla. In breve fu chiara a tutti l’inutilità degli scrittori. Perciò non è tanto la strada sudicia del Cairo il problema, né l’agitarsi dell’esploratore che a testa china – i pensieri e il mondo circostante affluiscono meglio dalla nuca – si fa sommergere con mal dissimulata distrazione dal sonoro atonale delle vie intersecate fra angoli vuoti e aperture verso altre dimensioni, mentre le voci salgono dal basso e si diffonde una furia centripeta, un miscuglio torrenziale di cellule sonore, dolori acuti d’ossa malate e di cuori in disordine, incidenti stradali, portiere scassate, ruote sgonfie, squilli telefonici, bassi cupi nella terra polverosa e vetri sfreccianti verso il cielo (in entrambi i casi gli insetti stanno lì accanto in trepida attesa)…

Il fatto è che, anche scrivendone, non c’è più futuro per questo passato. Il presente non assomiglia a nulla che una parola possa raccontare. Perciò la parola è morta”.

“Dovevi solo registrare il numero di morti, Jack. Registrare e creare contrappesi”.

La voce passava direttamente nelle vene, una lama gelata che gli scorticava la schiena. Rimase calmo. I microbi, uno sciame e un prurito, gli investirono le pupille (un respiro dal basso). Riprese. “Morta, cioè pronta a nuovi sanguinosi usi e consumi. La parola è una cicatrice che rabbrividisce dall’interno e non si richiude. Eppure saremmo già a buon punto se si capisse quanto di questa risposta alla vostra domanda sia accuratamente e inesorabilmente posticcio”.

(continua)

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