Archive for marzo 2012

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [25]

marzo 28, 2012

“Nomi Jack, nomi. Chi altro c’è là fuori?”

La grande spianata orientale. Lì davanti, senza più vie di mezzo, senza più guerre a medio termine. L’acuta sensazione, soprattutto, di un inerte gioco di parole (l’Oriente o è medio o è lontano). La sabbia si alzò in un alito leggero (strizzando gli occhi è possibile che il giallo incontri l’azzurro). Eppure non è più solo una questione di linee fra cielo e terra. È l’assenza assoluta d’amore, lo scrittore che impara a restare freddo, che, sperimentandola, si ritrae dalla parola. Subito dopo malattia, istintiva pulsione al fallimento. Sbattere gli occhi, tenerli in vibrazione convulsa epilettica, vuol dire forse tenere la luce fuori? Pezzo di cielo in un lampo, là. Cioè, si prendono appunti per ricordare a se stessi un giorno di quel viaggio di tanto tempo fa. Ad ogni modo l’imperscrutabile Oriente ha bisogno di un mucchio di sole per digerirlo. Per questo si rimane fermi, velati, sui fili invisibili del deserto. Acrobata dell’aria, Jack inghiottì raggi solari (lo stomaco brucia fiamme che schiariscono la vista). Ricordò ancora il Cairo, gli architetti che sognavano impossibili intrichi tombali. E ricordò la regione indiana dove gli uomini, dopo orribili stenti, si trasformavano in elefanti. Non c’è ragione di trovare un senso. L’amore vola via insieme alle parole. È questo contro cui tutti combattono (placido fiume sporco di sangue).

Cairo. Lunghe file di mattoni portati verso l’alto dal formicaio in schiavitù. Uno sguardo solo li abbraccia tutti. L’architetto usa l’ingegno contro il ricatto. Un sistema di passaggi segreti. Un’unica chiave al montaggio. La sua morte non vale la visione. La regina delle piamidi.

India (grandi pianure). Protuberanze facciali. Verdi arbusti e pezzi di terra melmosa sul volto. Quando scende la notte le cose non sembrano le stesse. Somma di mutazioni. Qualcosa dello spirito se ne va. L’uomo si ritrovò nel corpo di un elefante. Un barrito verso il sole. Libero, ora.

Jack si limitò a dire: “Se ci sono nomi, sono solo nominazioni, tracce di una resurrezione, epigrafi. Si fallisce sempre, per questo si scrive”.

Il linguaggio allora, di cui la parola è la prima e più immediata contraddizione, prese il sopravvento, sostituendo l’interrogatorio. Jack perse l’ordine dei ricordi e ne fu quasi felice. Restò muto, mentre le parole avanzavano. Il Comando ebbe allora la fastidiosa impressione di essere solo un personaggio di un romanzo in fase di elaborazione (strofinio assordante di sedie dietro le scrivanie fino all’ultimo ufficio). Questo romanzo sempre in procinto di distendersi in una narrazione più articolata e continua, quasi ottocentesca, ma incessantemente costretto a fare i conti con un raccontare che è esso stesso il primo a stancarsi, tanto da porre qui e là conclusioni e ricominciamenti, tagli netti e preziosità in subordine, conquistando semmai una cifra nodosa e claudicante. Jack sognò di essere uno scrittore di fine secolo, uno di quelli che di giorno fanno il mestiere di poeta e la notte sfruttano l’insonnia per lanciarsi in fughe filosofiche sul linguaggio capaci, per solennità e imponenza del piano dell’opera, di sbarazzarsi dei versi diurni. Lume di candela, tavolino di legno a fare da perno nel punto in cui le pareti della stanza formano un angolo. Quattro del mattino, fresco albeggiare alle spalle. L’opera consta di almeno sei volumi. Nel silenzio il respiro della veglia. Giunsero radenti immagini del futuro, quando il creduto poeta venne derubricato nel campo dei filosofi, anche se l’intenzionalità postuma dell’aforisma, tecnica scelta per l’opera, lo trattenne in un limbo d’incertezza e di mistero – senza contare coloro che videro il poeta nel filosofo e scoprirono il filosofo nel poeta, i più arditi e acuti individuando in entrambi lo scrittore.

Queste notti durarono tutta la vita. Il lampo aforistico aveva l’andatura e l’intensità dei piccoli segreti, degli anonimi scricchiolii notturni, quei cigolii delle vecchie case padronali, una tosse secca e regolare. Jack si impose un certo rigore: non appena qualcuno degli altri inquilini si fosse svegliato, riporre le carte e la penna, fermarsi, ridiventare poeta. Ecco già l’astrazione propria di ogni linguaggio – il sogno. La parola è la sua prima verifica, ma anche la sua balbettante precisazione, il fantasma di un pensiero (a proposito degli altri inquilini, la regola non impediva a Jack di sfruttare per un lungo momento la sospensione della penna fra le dita, soffermarsi sul loro risveglio, lentamente identificarli dal passo, dal sesso, dalle vesti, riconoscere quell’andatura strascicata e quell’altra cauta e felpata, notare il fruscio delle sottane, immaginare le scollature casuali, gli occhi appiccicosi, la processione a tentoni, qualche flebile luce, ora si sente la vita dove sembrava assopita, fuori dalle finestre, nel piccolo giardino fiorito, i primi languidi passerotti, lo scrittore percepiva le parole morire in quel preciso istante, le vedeva precipitarsi laggiù in una scia lontana e ciò che poteva fare era solo memorizzarne il riverbero all’orizzonte e prepararsi a cercarle altrove). L’impossibilità del mondo di risolversi in qualcosa di differente da sé, sta in questa doppia entità d’ogni parola. Parte dell’uomo più ancora del sistema nervoso e così automatica da impedire quasi del tutto una seppur minima conoscenza del modo in cui si genera, la parola assolve il compito di fare chiarezza su questo inconoscibile.

Coricandosi, nelle ritrovate vesti di poeta, parve a Jack di soffocare sotto il peso del paradosso. La frase è uno spettro dell’idea (sussulto indignato del Comando per la spregiudicatezza del plagio). Che fare di quest’uomo confuso stordito sconfitto? Jack, personaggio senza futuro. Lui, lo scrittore-filosofo ritornato scrittore-poeta, si soffermò sul fantasma di un lontano amore, ricordò quel giorno particolare, la luce del tramonto, la sabbia sotto i piedi, il volto disteso che lo fissava d’un tratto, e scrisse i primi versi della giornata:

 

Che bella luce che hai,

addosso,

e negli occhi.

 

(fine capitolo 3) [continua]

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CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [24]

marzo 24, 2012

“Ora la diffusione, Jack. Quadri intermedi, dirigenti, semplici affiliati, teorici, attivisti. Tutto, tutto sulla diffusione della parola. Questo è solo l’inizio, Jack”.

Un sole pallido e pieno. La risposta è in questa fissità che sembra a portata di mano, ma solo a sfiorarla brucia vivi (pelle che sfrigola e si arrossa). Oriente, questa pienezza e questa lontananza… Jack mormorò appena: “Non è facile addomesticare la parola…”. L’uomo si aggira per le strade e i quartieri familiari cercando di dare un nome a questa memoria che sente automatica e fragilissima. Basta costruire un ponte in più per perdere l’Orient-amento. Allo stesso modo la parola trovata difficilmente sarà quella giusta, eppure questa sua volubilità e indeterminatezza saranno già diffuse.

“La diffusione ha inizio nel momento esatto in cui la parola viene indagata. La ricerca smuove detriti sepolti d’altre parole che innescano una circolazione non prevista, a sua volta in cerca d’una qualche finalità provvisoria. Memoria, è la parola. Così debolmente luminosa e insieme così precisa, soprattutto rispetto a ciò che dimentica. La memoria richiede e genera architetti invisibili. Prima di prendere la penna in mano lo scrittore è un architetto” (linee veneree sul legno, segatura in caduta libera).

Jack si ricordò di Shanghai. Nella zona stagna di Shanghai, un piano terra oscuro e commerciale galleggiante famelico fra i pilastri che sorreggono i livelli superiori (torri sospese indicano lo spazio lassù), l’assenza assoluta di cielo visibile aveva prodotto negli abitanti l’abitudine di compiere qualsiasi operazione guardando per terra (piedi, scarpe, nervi d’asfalto). Alcuni giovani cominciarono a piegarsi negli angoli fra i negozi, testa bassa sulle ginocchia, occhi allungati sul terreno. All’inizio si rannicchiavano e basta, poi qui e là comparvero i primi blocchi di fogli bianchi, piccoli quaderni da riempire, matite, penne. In breve la parola si diffuse. Un piano orizzontale che trascinava verso il basso l’architettura sopraelevata. Linee terrene contro vettori celesti.

Così nella zona stagna si organizzarono letture collettive. Si alzavano in due tre quattro insieme e declamavano ad alta voce pagine delle loro scritture. Le voci si mischiavano, le parole convergevano, il romanzo casuale in formazione premeva sui pilastri e provocava lo smottamento in allungo delle torri (grida infastidite dall’alto).

Esempio di romanzo collettivo urlato con assalto parallelo (due giovani e una ragazza compaiono fulminei con i quaderni in mano, tutte le altre nere figure accovacciate smettono di scrivere e mostrano la faccia triste e beata dell’estasi della parola, gli altri passeggeri si tendono nell’ascolto, per uno strano fenomeno di decompressione quelli che provano a proseguire il cammino finiscono per ruotare su se stessi, piccole stelle con la marcia in folle): “Madre, non lasciarmi! L’esercito di orfani passò in un vento di primavera. Pianeti fuori atmosfera accorsero per lo spettacolo. La madre è anche Shanghai, che invasa dagli agenti anti-parola si chiude su se stessa, li mastica e li risputa sui marciapiedi degli scrittori. Vomito leggero l’altro giorno, verdure più che altro. La nausea per questa notte senza fine. Com’era il cielo, mamma? Piccolo parco giochi nell’intrico d’acciaio della metropoli spazzato via da una grande luce, ultima immagine la madre che grida qualcosa con le mani trafitte dal filo spinato. Bambino sullo scivolo ridotto in cenere prima di arrivare a terra. Colonna sonora una tromba lontana che sembrava non aspettare altro. Le pagine finiranno. Qualcuno scrive sui muri. Retate contro gli imbrattatori folli. Campi di tortura per scribacchini di tutti i tipi. Sogno di una città sepolta dal peso dei suoi edifici. Una pattuglia subito neutralizzata progettava l’assalto al cielo. L’azzurro com’è? Acqua. Niente per specchiarsi. Vermi sottovuoto. Abbiamo portato queste torri sulle spalle tutto questo tempo! Scrittori ingobbiti al lato della strada. Le torri pesano meno della parola torri. Dissolvenze ovunque. Margini incerti. Società segrete scoperte prima di formarsi. Nuovi mestieri: l’infiltrato, la spia, il delatore. Fantasmi con la bava distruggono la città in un risucchio. Di che odore è la tua pelle? Ancora un viaggio per carità! Gli abitanti premono alle porte della città per partire. Nessun posto dove andare. Pezzi di pelle scorticata sul muro. Vogliamo scrivere! Madre, è azzurro il cielo? Shanghai si rifiuta di rispondere. Nuovi obiettivi sensibili: gli architetti, gli architetti prima che si trasformino in scrittori. Dopo la città ora è a rischio la parola!…”.

Jack, su specifica richiesta del Comando, insegnò ai cittadini delle torri come coordinare i propri movimenti e rimanere stabili durante il festival della parola terrorista. Osservò la parola ingigantirsi fino a diventare un velenosissimo fungo arancione. La zona stagna esplose. Le torri, grazie ai suoi insegnamenti, resistettero. Jack, poco prima dell’esplosione, mise in salvo tre quaderni e un centinaio di fogli sparsi (questo non c’è nel rapporto al Comando).

Alzò la testa e finì di rispondere. “La parola è un piano inclinato che scivola se stesso senza sosta”.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (ROMANZO INEDITO) [23]

marzo 20, 2012

“Come nasceva la parola, Jack?”

La dolce malinconia del flash-back. Phnom Penh. Lunga discussione con il cecchino occidentale appostato sugli alberi umidi della palude. Il giovane si grattò le lentiggini: “A volte colpisco qualcuno che non vedo in faccia (occhi smarriti), e quando cade (tonfo sordo nell’acqua stagnante) lo lascio gridare un po’ per distruggere il morale dei suoi compagni. Poi piazzo il secondo colpo”. La guerra è il sogno di un tiratore scelto… Quello che il ragazzo non poteva sapere lassù tra i rami e le foglie, era che in Cambogia si stavano verificando i primi casi di zombismo. Causa: una mosca creata in laboratorio per sperimentare la resistenza del sangue ad armi chimiche di ultima concezione. Anche solo sfiorando il corpo, l’insetto uccideva sull’istante e in seguito il liquido della puntura risvegliava i morti. Jack osservò il geniale scienziato scopritore della mosca al lavoro dal vetro liquido del laboratorio. Quell’uomo lo affascinava. Le ultime notizie lo davano sotto contratto per tutte le agenzie segrete della Terra, tanto che il Comando aveva costituito una squadra di disinfestazione delle scorie doppiogiochiste che galleggiavano voraci al passaggio del Dottore nei quartier generali. A Jack fu dato il compito di andare al cuore del problema.

Al centro della stanza una capsula di vetro conteneva il ronzio freddo delle mosche. Il volto livido del Dottore fisso sulle loro evoluzioni sospese. Gli occhi bianchi senza pupille. Il Dottore inserì nella capsula una mano fulminea e la mosca rimase fra le dita. La schiacciò e cadde morto di schianto (linea veloce sul vetro appannato. Nessun rumore). Jack attese. Ecco il grande scienziato rialzarsi lento con un ghigno feroce. Eccolo pulirsi i polpastrelli sul camice bianco, lasciandovi piccole logore macchie nere. Vivo, morto e ora morto-vivo, si passò una mano frenetica fra i capelli curvando la bocca in un sorriso infernale.

Quel che si dice un caso fortunato. Ciondolanti figure con in faccia il vago ricordo d’un pensiero perduto, questo il soldato occidentale uccideva per il governo. Nessun nemico da potersi chiamare tale. Nessun cambogiano. Nessun comunista. Nessun terrorista. Jack gli passò una mano pietosa sul viso (negli occhi del cecchino una domanda incredula). Poi la cosa si fece seria. L’Occidente spedì una squadra a risolvere il problema e a prelevare il Dottore. L’Oriente a sua volta organizzò una spedizione per catturare un esemplare della mosca chimica. Jack doveva evitare scontri diretti e proteggere gli zombi (il Comando pensava a un parco giochi per morti viventi). La spedizione araba è ora nella foresta. Le tuniche affondano gli orli nel fango. Gli arabi girano a vuoto e la mosca è già nel folto nero della barba…

“La parola opera sui cadaveri e manda in circolo il virus della resurrezione. Una detonazione irreversibile che si propaga uniforme sulle membra stanche del pianeta. La parola risorta vorrebbe fermarsi, ma essa è un virus che si scrive e in quanto tale non guarda in faccia a nessuno, anzi vive grazie agli sguardi di tutti. È una cellula malata nel fango della giungla. Si moltiplica e si appiccica alla pelle, sanguisuga radioattiva. Quasi ovvio che il lettore sia il primo zombi”.

Ondate calde di malinconia dappertutto come sempre. Quelle piccole case laggiù, l’occhio oblungo d’Oriente in estensione su e giù dalle case ai campi di lavoro, agli uffici in qualche anno futuro. L’angoscia sorprese la donna che scendeva lenta con il cesto sul capo quando un lumicino nel cervello le disse di epoche passate e a venire e ora, proprio ora, al contrario non sembrò esserci uno senso a questa vita (rughe sui piedi appesantiti e gonfi). Ecco, ecco, il cielo spegnersi nell’esplosione atomica. Radiazioni. Incedere sincopato. Gli zombi premono sulla soglia, si trascinano senza direzione, quando cadono si rialzano. Jack vide la stanza restringersi in una gola rossa. Provò a dire per favore dell’acqua fresca.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [22]

marzo 11, 2012

Quando? Quando il mondo ha cominciato a funzionare in modo da formare sempre un calco di se stesso? A Tokyo anni fa la redenzione post-nucleare si concretizzò in stupri di massa, interi chilometri d’asfalto in bianco e nero con lampi caldi di sperma e urla strozzate negli occhi inorriditi. Alcune delle ragazze pagarono i fidanzati per essere filmate durante l’orgia. In seguito venne organizzato un festival internazionale e i film erano solo primi piani di occhi attoniti, depredati della vita (stacco su un cielo capovolto sfrecciante dal finestrino dell’automobile in corsa). Mappa sconvolta della città intravista nel disordine abulico di un proiettore incerto. La luce mima un suicidio. Due amanti nel bianconero oppiaceo, cielo capovolto, l’aria calda attonita dello stupro, finestrino sottosopra, linee della strada strisciano nel cielo. Filmano in fretta la propria morte.

Ci sono p a r o le? Ci sono parole per dire dell’altra deflagrazione, se questa avrebbe dovuto cancellarla per sempre? Invece gli agenti vennero spediti a spiegare che non ci sarebbe mai stato un dopobomba, perchè l’impossibilità di percepire l’istante prima dello scoppio porta in sé i germi d’una maledizione. E furono costretti a declamare la verità sulla bomba (rimbombo di megafoni nella città deserta): “Ci incontreremo ancora”.

 

Jack sapeva degli agenti segreti della parola segreta. Sapeva del virus. Fu così facile iniettarlo: l’agente segreto è un corpo lasciato senza parola, ma con il marcio potere di inocularla a tradimento. Fu allora che molti passarono alla scrittura. (Brano del comunicato redatto dalla setta segreta degli agenti segreti: “…non basta essere scrittori, bisogna sottrarsi all’essere continuamente scritti, bisogna sottrarsi al Progetto…”). Jack fu uno dei tanti. I rapporti al Comando divennero codici cifrati, parole internamente mutanti, lettera per lettera, lettura dopo lettura, fughe di scenari, lettere ad altri agenti, e alla fine capitoli di un unico grande romanzo degli agenti scrittori. Lungo le torride mura d’Oriente si sperimentarono antiche questioni teoriche. Gli agenti fronteggiarono un mondo museificato, dove gli oggetti sparivano appena guardati e i dipinti perdevano per sempre la luce e il colore originari. Le visite duravano pochi minuti, e poichè il contenuto del museo appassiva ad ogni nuovo sguardo, i turisti dovevano attraversare le sale correndo e tenendosi per mano gettando solo rapide occhiate laterali. L’arte allora seppe di avere in sé ciò che l’occhio riconosce in quanto arte, cioè la propria negazione e l’accenno alla propria fine. Spesso erano i quadri ad acquisire questa sapienza e in un ultimo lampo di lucidità si incendiavano (fiamme che salgono dalle cornici e panico nelle sale). Morirono gli ideali e circolò fetida aria malata senza direzione. Ne risentì anche il tempo. Tutti i visitatori uscivano due volte sullo stesso argine del fiume e non importò più che la prima uscita differisse dalla seconda, che vi fosse un uomo in attesa, una barca di passaggio, un colpo di vento, il sole o una nuvola, nulla.

Jack fissò il muro bianco davanti. L’interrogatorio era appena cominciato. Il flusso di malattia nera gorgogliava nel sangue. Pizzicore venereo, strofinio di cellule, stomaco vuoto e pieno, caldo e freddo in vertigine verso il basso. Percepì il midollo resistere all’attacco bianco decerebrato dell’ospite invasore. Appannamento della vista, leggero e sospeso. Immagini dissenteriche del Cairo, il giorno in cui capì cosa doveva fare. La città si piegò in un unico tunnel lombricale arancione, il sole sfiorò le teste, un’ombra apparve sulle nuche tese nella ricezione. Jack corse in albergo ed entrò in una camera che non riconobbe. Striature nere sul muro, sudore condensato nel sordo implacabile alitare dell’aria condizionata. Palpebre blu pesanti, macigni sul viso che sembrava volersi spalancare, il resto dell’organismo sgusciò fuori dal culo in una bordata di vento gelido. Seppe subito che l’epoca dei rapporti minati dall’interno finiva lì. Un’organizzazione segreta non era abbastanza. Bisognava giocare a viso aperto. Diventò scrittore.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [21]

marzo 8, 2012

Capitolo 3.

Il bianco asettico della tortura fu il pensiero successivo. Il chiarore spigoloso che, accecando, riferisce una perfezione. Luce senza curvature che inganna il pensiero sospendendolo in un movimento apparente. Striscia luminosa che abbraccia in un unico fiato il cuore ansimante e la calma assoluta. Tempo che viene a mancare, l’andatura zoppicante e l’avanzata liquida, una scivolosità netta e piena. Il nitore delle cose che non sono più, dopo la morte. È il tempo delle domande.

“Perchè scrivi un diario, Jack?”.

“Quale che sia l’attesa, l’impulso, l’istinto, il semplice bisogno, all’inizio è sempre una geografia incerta, ma la sola cosa importante è che diventi topografia. La mappa serve per raggiungere la voce e organizzare il respiro. (Giunse visuale obliqua del Cairo, ed era senza dubbio un buon esempio). Vedete, quel panorama cairota produsse se stesso nell’attimo sospeso del suo attraversamento e senza possibilità di ripetersi in futuro. La parola può tracciare i contorni di una mappa della memoria e sbavandone i bordi tentare di riavvicinare quel mormorio convulso di una prima volta nella città. Cioè, il problema dell’agente segreto oggi è che non ci sono più scrittori pronti a sostituirlo. (La stanza dell’interrogatorio vibrò un tremito e rilasciò nell’aria un pulviscolo nero di microbi secchi dopo un colpo di tosse. M12 si accese una sigaretta). La parola è una funzione premonitrice, anche se solo a certi livelli d’incomprensibilità. Ciò di cui prevede l’accadere è di solito così orribile, che pochi scrittori resistono all’impatto. Per molto tempo il futuro coincise con la parola premonitrice, ma poi la realtà si rifiutò di correre in aiuto dello scrittore e la parola entrò in cancrena, vittima di una progressione atrofica che determinò il definitivo distacco fra l’esperienza e la parola necessaria a coglierla. In breve fu chiara a tutti l’inutilità degli scrittori. Perciò non è tanto la strada sudicia del Cairo il problema, né l’agitarsi dell’esploratore che a testa china – i pensieri e il mondo circostante affluiscono meglio dalla nuca – si fa sommergere con mal dissimulata distrazione dal sonoro atonale delle vie intersecate fra angoli vuoti e aperture verso altre dimensioni, mentre le voci salgono dal basso e si diffonde una furia centripeta, un miscuglio torrenziale di cellule sonore, dolori acuti d’ossa malate e di cuori in disordine, incidenti stradali, portiere scassate, ruote sgonfie, squilli telefonici, bassi cupi nella terra polverosa e vetri sfreccianti verso il cielo (in entrambi i casi gli insetti stanno lì accanto in trepida attesa)…

Il fatto è che, anche scrivendone, non c’è più futuro per questo passato. Il presente non assomiglia a nulla che una parola possa raccontare. Perciò la parola è morta”.

“Dovevi solo registrare il numero di morti, Jack. Registrare e creare contrappesi”.

La voce passava direttamente nelle vene, una lama gelata che gli scorticava la schiena. Rimase calmo. I microbi, uno sciame e un prurito, gli investirono le pupille (un respiro dal basso). Riprese. “Morta, cioè pronta a nuovi sanguinosi usi e consumi. La parola è una cicatrice che rabbrividisce dall’interno e non si richiude. Eppure saremmo già a buon punto se si capisse quanto di questa risposta alla vostra domanda sia accuratamente e inesorabilmente posticcio”.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [20]

marzo 3, 2012

“Questo è davvero poco dignitoso, caro M12. Lui sa che siamo qui, che lo osserviamo grazie ai filtri anti-Intersezione, che stiamo solo aspettando il momento giusto… E che fa? Finge di non vederci. Guardalo lì, curvo da giorni nell’angolo dello scrittore, attività primitiva resistente alla grande bomba, solo all’idea di due parole che trovano la sequenza giusta io… io… Non so cosa mi trattiene ancora dall’arrestarlo M12, ma tutte le volte che mi decido quei suoi occhi feriti e senza luce… Soprattutto mi dà i brividi quell’aria da scrittore fallito che sfrutta un passato da agente di prima categoria… Insomma, non si può mica arrestare uno spettro M12…”. M12 gettò via la sigaretta vicina al filtro, trattenne il fumo nei polmoni e lentamente abbozzò un sorriso. Gli occhi stanchi del tempo si posarono sull’agente segreto. Punture di luce intermittenti scivolarono via in fluida discesa di raggi multicolori orizzontali e scoppiettii astratti. A seguire, piccoli lampi silenziosi.

 

Jack fu prelevato con un intervento fulmineo che ne interruppe l’ultimo pensiero (il pensiero stette lì ancora un po’, a vagare nella crepa di un significato incompleto: il senso di circolarità nella parola scritta Oriente. Nel cerchio si gonfia un ventre molle, ma con pareti di mosaico, la pelle arrossata dal sole e il silenzio che sembra un sibilo. Sotto le maschere e negli angoli fangosi di tutti i quartieri, strade simili che non convergono, lungomari deserti e mercati formicaio, gli agenti – i funzionari, soprattutto – guardano perplessi e sospettosi, ma i loro occhi sbattono in preda a una strana eccitazione. Questo sarà archiviato fra i misteri dell’Oriente. La ricerca di un volto che li contenga tutti, il segreto della materia altrui, della carne negli occhi dell’altro mentre da sola ti si riversa addosso. In sovrimpressione gli anni delle invasioni e del terrore. Nessuno li ricorderà per la scia di dolore e morte, ma per la sconcia unicità del Progetto, cuore di granito su un caleidoscopio sofferente. In una zona fugace di vento e porte che sbattono, l’odore fastidioso di due pensieri che si incrociano).

(fine capitolo 2) [continua]