CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [19]

Il convegno sparì all’orizzonte in una risata stridula e luminosa. Jack si fermò ai piedi di un grande albero. Ruvida pressione della corteccia sulla schiena. Guardò il cielo. L’azzurro piattamente assoluto, la linea invisibile ben salda sulla sua testa. Dietro, rauche onde sonore in avvicinamento. Collisione imminente. L’agente segreto si sforzò di non pensarci. Lentamente l’aria si sfilacciò e il cielo rilanciò le voci e tutto fu in circolo. Una calma assordante. Lacerti di un mondo perduto. Treni presi in corsa e ai lati ogni cosa è a perdita d’occhio. La terra vasta, lontana, solitaria e per compagna la polvere spessa sui vestiti. Un’età malinconica, anime senza patria sospese sotto il sole pallido di un continente straniero. La rabbia, la rabbia covata a lungo. La discesa sordida nella città violenta con il cuore gettato fra gli spigoli. Lo sguardo interrotto del segreto di stato, gli omicidi irrisolti, l’innocenza perduta tanto tempo fa e ancor prima di cominciare. Frasi sconnesse, la percezione del controllo ovunque e l’impotenza, l’addio alle speranze, illusione ottica di una strada che sembrava così larga e invece più si avanza più si restringe. Jack vide davanti a sé una sola immagine, una macchia insieme tenace e fragile che tentava follemente di smarrire il proprio potere. Un sole lontano o una città d’improvviso, quelle cose che si sfiorano appena con la coda dell’occhio e poi rimangono dentro, strette nello stomaco. Una sola immagine che passa nella pagina e nell’immagine. Ricordò un respiro e un passo affannosi e claudicanti quanto bastava a costruire una saggezza e una disperazione (le case si sgretolarono sotto l’urto di luce della bomba). Ora l’immagine divenne un ultimo tragico fuori fuoco attraverso il vetro umido di una casa di legno solitaria sul ciglio di una strada battuta da poche decine di macchine durante il giorno. Forse la guerra è questo sguardo intorpidito che si stupisce della lenta agonia dei suoi stessi fantasmi. Jack aprì una porta ed entrò in una notte plumbea, di un blu caldo e cupo. Davanti una strada vuota (fece appena in tempo a notare la figurina nera barcollante sullo sfondo e lassù la città, i palazzi alti e qualche luce dalle finestre). Ma non riuscì ad attraversare. Cosa deve fare ancora l’occhio da questa parte? Sogno di una casa costruita con le sue mani e una ragazza bella e irrequieta insieme a lui per sempre. Invece la morte è lì che galleggia livida nella strada bardata a festa e un’ombra scura taglia i volti spietati e interdetti. Il tempo è già altrove. Treni presi in corsa, vento freddo e pungente in faccia. Distese e praterie senza fine. La paura di non poter più tornare indietro. L’asfalto scivoloso notturno di città dure e senza rimorso. La rivolta contro la parola.

Da solo non poteva farcela. Gli serviva protezione. Pensò allora a un romanzo che sterminasse in via preliminare singole parole. Per esempio un romanzo senza la parola c o m e. Perchè tutto è andata e ritorno. Una cosa è o non è lì davanti agli occhi senza altri stratagemmi. E tutto quello che sta in mezzo, la palude dello scrittore, è la parte interessante (in realtà c’era qualcosa che lo seccava più delle altre. Gli avevano assicurato che nell’Intersezione è sempre possibile procurarsi una vecchia macchina da scrivere, una con i punti esclamativi al contrario, le parole che escono fuori erotiche dal battito, le cancellature in bella vista. Invece anche l’Intersezione era passata al computer, riducendo la città in un unico ticchettio gelato il cui schermo d’argento memorizzava errori ed eliminava scrittori).

Sparizioni e forme nemiche in avvicinamento. Le poteva sentire bisbigliare accuattate in flaccida attesa. Ma lui era calmo, anche quell’immagine circolava avvizzita da molto prima di lui e di se stessa. Guardò nel punto esatto dove sapeva che erano nascosti. Sul foglio bianco si spiaccicò un insetto nero invertebrato, medusa alata al plasma senz’altra difesa che il vento sulla cui scia si suicidava di continuo. Scrisse la frase giusta. Il romanzo cominciò. Li guardò negli occhi.

(continua)

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