CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [17]

Aprì gli occhi. Il vento improvviso gli scaraventò la città in faccia, un’intera tentacolare metropoli dentro le sue stanche pupille… Aprì gli occhi. Ponti, rotaie, sottosuoli, terrazzi, marciapiedi, le gru furtive dei nuovi quartieri, rumori secchi, elastiche grida d’addio, gesti inconsulti, gesti mancati, telefonate, messaggi, tumori chimici, tumori di carne, tumori dalle fondamenta inquinate, liquidi lenti e putridi, liquidi neri e gialli, tendini piegati, teste mozzate e mani disarticolate, tutti erano zoppi e malformi, l’amputazione degli arti divenne una tradizione delle classi meno agiate, quelle che il sole, il raro sole di questa zona, brucia di primo mattino tutti i mattini, tanto che la notte si scatenano danze senza freni, un carnevale a colori sul pendio della baraccopoli, chi più chi meno si misero in viaggio, un’intera metropoli del nuovo secolo dentro i suoi fragili occhi… (gli analisti aiutarono la popolazione a liberarsi di tutte quelle stupide inibizioni e i liquidi sprizzarono dai corpi e invasero la città, si alzò un’umidità lontana e un che di appiccicosamente sensuale). Aprì gli occhi. Riconobbe una lacrima. Riconobbe un lacrima? Un sapore salato e una beatitudine, un sospiro di sollievo… Poi, paura.

Da sempre alla ricerca delle parole giuste, Jack avvertì una scossa gelata. Lo scrittore nello specchio. Lo scrittore all’angolo della strada. Lo scrittore agente arancione. Jack riconobbe l’assassino. L’assassino della parola, un programma di scrittura che non sa ricordare, che non ha memoria della parola cancellata, della frase cambiata, delle pagine intere buttate via, un clic allo specchio che esiste in quanto rinvio al proprio rumore di clic e nient’altro. Buio. Nell’Intersezione gli scrittori avevano vita breve. Sospesi in un’eterna fase intermedia, ossessionati dal controllo di tutti i singoli interventi successivi alla prima stesura senza disperdere una sola delle mutazioni, foss’anche una virgola mal posta, presero a pensare per giorni a una singola parola prima di scriverla. Doveva essere quella giusta, cancellarla avrebbe significato ricominciare da capo, a qualunque punto si fosse arrivati. Così gli errori e la memoria degli errori divennero spazi bianchi di un pensiero virtuale, bianco d’attesa per non commettere nuovi errori e restare in mezzo al guado. Il governo fu durissimo con gli scrittori sbadati che pretendevano di conservare versioni differenti di se stessi e dei loro scritti. Se si veniva colti nell’atto di mutare un concetto o a nascondere quegli inutili quaderni pieni di scarabocchi, la deportazione era immediata. Bisognava scrivere subito e una volta per tutte. Il ministro dell’economia era stato chiaro: niente più carta allo scrittore insicuro (Jack restò fermo nel suo punto d’osservazione. La città in basso sembrò salutarlo e allontanarsi nella nebbia).

(continua)

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