CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [16]

Contorni che ondeggiano. Appena sveglio Jack vide una lunga strada bianca e ancora non era nessuna città nota. Aveva tuttavia un’aria familiare, di quella polvere che anche i polmoni la riconoscono durante l’uragano e dolcemente ne circuiscono i microbi. Polvere liscia e lenta, un organo gassoso assopito e quasi senza vita. Vi passavano ricordi incolori e strategie di rivolta, tetri fallimenti e grandi vittorie. Se di tempo si trattava, esso accadeva simultaneo, una morte accanto, vicinissima, la cui ombra solcava il volto, una mano leggera sul corpo esangue. E vide l’attesa di sempre, il tempo elettrico di un furore incessante, un’orda anonima di azioni pignole e meticolose. Il tempo scorticato di un noi, noi uomini adesso, il tempo mancato e quello sprecato, il tempo di una sola parola pensata e subito dimenticata. Vide le guerre e le televisioni che raccontano le guerre, un manto unico di verde militare che una volta si addiceva alle foreste, ai boschi, ai prati. Ai lati della strada i fiori presero fuoco, ma un fuoco senza rossi e senza gialli, un crepitio grigio e senza cuore. E cominciarono duelli mortali, si susseguirono suicidi per amore dal costone della montagna, rocce insanguinate sotto il vasto orizzonte di un mondo perduto, forme lontane in stato di precoce dissolvenza. Vide l’aria e il cielo nella scia grigia di un mondo crepato, due brevi pennellate d’acqua a metà fra il ricordo di un candore e il successivo non esser nulla. L’occhio si chiuse in una sonnolenta amnesia, mimando un’implosione senza riuscirne a sentire le carni serrate nella morsa. Vide se stesso disincarnato, fantasma ciondolante privato d’ogni fisicità e d’ogni apparenza. Vide le mura piatte e vuote della città, i confini incerti, il nome assente, il silenzio degli animali, l’aria risucchiata via da un solido nulla assoluto, una bolla senza sonoro, un urlo di vento strozzato, muto, scemante…

Poi si alzò una voce. “Qualcosa che nessuno ha mai letto? Il capolavoro che nessuno ha mai scritto?”. Gli parlò lo scrittore ingobbito all’angolo della strada e a ogni parola si piegò un po’ di più e continuò così a lungo fino a quando Jack non rimase a discorrere con una pozza d’acqua nera gorgogliante verso il tombino. Lì accanto giovani uomini rincorrevano un pallone invisibile e Jack ebbe l’impulso di parlare con loro, ma venne trapassato da uno sciame velenoso di anime fameliche. Sentì un caldo dolore alla base del collo. Sentì lo stomaco agganciarsi di netto a un peso metallico sospeso in aria e tentare di lasciare il corpo direttamente dalla schiena, aprirsi un varco sulla spina dorsale e trascinarsi dietro il cuore, il fegato, i polmoni, la gola, la lingua, i denti. Sognò di non essere capace di parlare e sognò bolle di una malattia sconosciuta cresciute nella zona fra il collo e le spalle. Sognò di seguire la partita e di scrivere di getto la partita comincia prima della rivoluzione e in contemporanea alla guerra. Geometrie laterali, furore agonistico, invasione di campo. Un dribbling e, dietro l’avversario, il bianco latte di quella ragazza sensuale. Poesie nel fango. Il pallone si srotola…

(continua)

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