CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [13]

Debole scia d’addio. Orbite tirate giù da rughe di insopportabile stanchezza. Verticali segnaletiche al quarzo. Tempo. In quel preciso istante si sentì perduto e si scoprì impreparato a questo vuoto immenso nel cuore. Spesso la realtà è troppo complessa per la comunicazione orale. Gli umani allora fanno ricorso alla telepatia. Sono telepati ma ne sono incoscienti. L’amore nessuno sa cos’è se non quella cosa che avviene fra due sguardi senza bisogno di parlare. E ora questo senso di vecchiaia malconcia e il pianeta che slitta in silenzio con fare amebico di guscio vuoto… Fece appena in tempo a scrivere: Dalle colline di Pyongyang. Lunga fila di carri, il grano nel vento si piega al passaggio. Il cielo si abbassa e i reporter registrano il rombo cupo senza pioggia nella scia degli aerei da battaglia. Il fango ieri sera ne ha trascinati via a migliaia. Ci dovrebbe essere un confine da queste parti, ma il sangue ha cancellato la linea.

 

Jack sapeva che quello era il  momento. Guardò il cielo. Un sole cauto e sonnolento gli indicava la strada. Le foglie incanutite si accasciavano sul terreno, formando dal dondolio un sentiero. Qualsiasi agente era a conoscenza della falla intermittente che sfuggiva al controllo del Comando. Qualsiasi agente sapeva dell’Intersezione (il rischio, come sempre, viene dagli agenti che disertano, meglio sarebbe un classico doppio gioco). Nulla è più pericoloso di un’Intersezione. Un breve punto d’Intersezione è ferro e acciaio senza padroni lontani anni luce in qualche galassia ferita, è il rombo senza suono di una pioggia incessante e nessuno nei paraggi né ora né mai, è luce flaccida di un bagno qualunque, è pallore sconosciuto nel cielo, è il corpo sospeso in una bolla d’aria con le ossa che scricchiolano un ultimo patetico equilibrio. L’Intersezione è la fine e la salvezza degli agenti segreti. È la possibilità concessa una e una sola volta, il prezzo da pagare per qualunque vita, l’ultima tentazione, il riposo. Se un informatore ti scopre nell’Intersezione puoi dire addio alla tua vecchia pelle. Ma Jack sapeva che qui gli informatori sono il pericolo minore. E allora il freddo fu lì, lo attraversò, lo piegò, lo disintegrò (ossa polverizzate sotto una lente d’ingrandimento). Quel lento incedere di una morte non richiesta, sprofondare e risalire con gli occhi gialli del virus aperti su entrambi i movimenti, alto e basso, occhi acquosi di vita sbiadita. L’Intersezione.

Jack sparì. Il Comando ne perse le tracce. Il Comando avviò le ricerche. Si supponeva fosse ancora là, impassibile e sovraeccitato, fisso nell’inerzia e poi stupito da qualcosa, che si guardava intorno, lui o quel che di lui era passato nella zona. Gli agenti di controllo incaricati cominciarono a pattugliare i confini. Ma Jack, dopo aver attraversato, già muoveva i primi incerti passi all’interno. Camminava in un nero compatto. Camminava e basta, senza punti di riferimento, sospeso in un silenzio assoluto. L’Intersezione tuttavia sembrava viva, sembrava accogliere attivamente la sua presenza, respirava, mutava d’improvviso. Jack alzò gli occhi. Una città nuova fu la prima cosa. La città era pulita, luminosa, tersa, bianca di quel bianco diafano dolciastro e senza colore delle malattie di lunga durata, e nulla sembrava definirla, un odore, un volto, un pensiero. Stava per dire qualcosa su questo buco bianco e muto, ma le parole non trovarono un ordine vocale. Invece si sorprese in ascolto. “…Allora, capisci Jack? Non puoi tergiversare, devi prendere di petto il problema. Sei o non sei uno scrittore? Bene, ecco, il blocco c’è per tutti gli scrittori a un certo punto e bisogna affrontarlo, guardare giù nel fondo stagnante della fine delle idee e da lì cominciare la risalita lettera per lettera, parola per parola, fra stenti, paura, solitudine… La città ha bisogno dei tuoi libri Jack, sono loro ad averla edificata, strada per strada, casa per casa, e questo sogno, questo sogno, Jack…”. Si accorse di questa mano grande di uomo delicata ma ferma sulla sua gamba e il calore antico del contatto. “Io uno scrittore?…”. “… questo sogno non può essere tradito da qualche titubanza o dal mondo che esplode, anzi il mondo lo devi anticipare Jack, lo devi poter scrivere e riscrivere e disintegrarti al suo posto”.

Una grigia apatia filtrò flebile e inconsistente. Le strade affollate ruminavano silenziose e indifferenti a se stesse. Dal basso Jack faticava a scorgere il cielo oltre i tetti. Io uno scrittore… Che infine si tratti solo di registrare, una spugna che assorbe sangue e aria e tempo al mondo e ai suoi abitanti e poi gli vomita addosso il loro stesso contenuto, lasciandoli esausti e nutriti a un tempo…

(continua)

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