Archive for febbraio 2012

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [19]

febbraio 27, 2012

Il convegno sparì all’orizzonte in una risata stridula e luminosa. Jack si fermò ai piedi di un grande albero. Ruvida pressione della corteccia sulla schiena. Guardò il cielo. L’azzurro piattamente assoluto, la linea invisibile ben salda sulla sua testa. Dietro, rauche onde sonore in avvicinamento. Collisione imminente. L’agente segreto si sforzò di non pensarci. Lentamente l’aria si sfilacciò e il cielo rilanciò le voci e tutto fu in circolo. Una calma assordante. Lacerti di un mondo perduto. Treni presi in corsa e ai lati ogni cosa è a perdita d’occhio. La terra vasta, lontana, solitaria e per compagna la polvere spessa sui vestiti. Un’età malinconica, anime senza patria sospese sotto il sole pallido di un continente straniero. La rabbia, la rabbia covata a lungo. La discesa sordida nella città violenta con il cuore gettato fra gli spigoli. Lo sguardo interrotto del segreto di stato, gli omicidi irrisolti, l’innocenza perduta tanto tempo fa e ancor prima di cominciare. Frasi sconnesse, la percezione del controllo ovunque e l’impotenza, l’addio alle speranze, illusione ottica di una strada che sembrava così larga e invece più si avanza più si restringe. Jack vide davanti a sé una sola immagine, una macchia insieme tenace e fragile che tentava follemente di smarrire il proprio potere. Un sole lontano o una città d’improvviso, quelle cose che si sfiorano appena con la coda dell’occhio e poi rimangono dentro, strette nello stomaco. Una sola immagine che passa nella pagina e nell’immagine. Ricordò un respiro e un passo affannosi e claudicanti quanto bastava a costruire una saggezza e una disperazione (le case si sgretolarono sotto l’urto di luce della bomba). Ora l’immagine divenne un ultimo tragico fuori fuoco attraverso il vetro umido di una casa di legno solitaria sul ciglio di una strada battuta da poche decine di macchine durante il giorno. Forse la guerra è questo sguardo intorpidito che si stupisce della lenta agonia dei suoi stessi fantasmi. Jack aprì una porta ed entrò in una notte plumbea, di un blu caldo e cupo. Davanti una strada vuota (fece appena in tempo a notare la figurina nera barcollante sullo sfondo e lassù la città, i palazzi alti e qualche luce dalle finestre). Ma non riuscì ad attraversare. Cosa deve fare ancora l’occhio da questa parte? Sogno di una casa costruita con le sue mani e una ragazza bella e irrequieta insieme a lui per sempre. Invece la morte è lì che galleggia livida nella strada bardata a festa e un’ombra scura taglia i volti spietati e interdetti. Il tempo è già altrove. Treni presi in corsa, vento freddo e pungente in faccia. Distese e praterie senza fine. La paura di non poter più tornare indietro. L’asfalto scivoloso notturno di città dure e senza rimorso. La rivolta contro la parola.

Da solo non poteva farcela. Gli serviva protezione. Pensò allora a un romanzo che sterminasse in via preliminare singole parole. Per esempio un romanzo senza la parola c o m e. Perchè tutto è andata e ritorno. Una cosa è o non è lì davanti agli occhi senza altri stratagemmi. E tutto quello che sta in mezzo, la palude dello scrittore, è la parte interessante (in realtà c’era qualcosa che lo seccava più delle altre. Gli avevano assicurato che nell’Intersezione è sempre possibile procurarsi una vecchia macchina da scrivere, una con i punti esclamativi al contrario, le parole che escono fuori erotiche dal battito, le cancellature in bella vista. Invece anche l’Intersezione era passata al computer, riducendo la città in un unico ticchettio gelato il cui schermo d’argento memorizzava errori ed eliminava scrittori).

Sparizioni e forme nemiche in avvicinamento. Le poteva sentire bisbigliare accuattate in flaccida attesa. Ma lui era calmo, anche quell’immagine circolava avvizzita da molto prima di lui e di se stessa. Guardò nel punto esatto dove sapeva che erano nascosti. Sul foglio bianco si spiaccicò un insetto nero invertebrato, medusa alata al plasma senz’altra difesa che il vento sulla cui scia si suicidava di continuo. Scrisse la frase giusta. Il romanzo cominciò. Li guardò negli occhi.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [18]

febbraio 24, 2012

Lontano divenne una misura incalcolabile. I funzionari assiepati nei sotterranei del Comando avevano dovuto presentare decine di certificati medici per partecipare al processo contro l’agente traditore. I più rinunciarono ancor prima di essere convocati, mentre molti altri furono costretti dalle circostanze e morirono firmando carte d’entrata. Ecco perchè la condanna di Jack poteva dirsi scontata (lettera di un funzionario pervenuta alla Segreteria Generale: “Neppure per Jack sono disposto a lasciare questa dorata solitudine nell’avamposto assegnatomi, le verdi pianure e la steppa vuota…”, colpo di tosse sul ventre nudo e rosa della ragazza con la schiena arcuata sulla parete gelata, pelle d’oca sulle braccia, ma lei sorrise impertinente quando vide i capezzoli indurirsi sotto la pioggia di microbi invisibili, il funzionario esplose l’orgasmo in un colpo di tosse e si dissolse nella bava del desiderio).

Il reporter scelto provò anche stavolta a descrivere il paesaggio, a fornire le coordinate visive e geografiche della riunione. “Una grande bolla galleggiante con l’acqua al posto dell’ossigeno… Miei cari lettori, il vostro vecchio e fedele reporter è stato bendato per tutta la durata del viaggio e ora è costretto a tentare una respirazione aliena. Ho perso le speranze di intervistare i congressisti, si dice tuttavia che la colpa sarebbe di un agente scomparso nella più disgustosa delle Intersezioni e che si nasconda lì in attesa di passare al nemico. Beh ragazzi, non resta che citare il dimenticato WSB quando avvertiva che sempre qualche agente è nel buio che osserva, perchè tutti gli agenti falliscono e tutti i resistenti tradiscono.

A proposito, vorrei potervi raccontare di una città che ci contiene e ci accoglie, o di un albergo che ci riunisce, ma, vedete, quest’onda ferma in lenta risacca intacca di continuo i contorni delle cose e i funzionari ti spariscono davanti mentre rilasciano dichiarazioni… E se prendi una scala o imbocchi un corridoio di sicuro sarai vittima di una curvatura improvvisa del perimetro, perchè qui è una Babele costruita su linee invisibili che si chiudono e si aprono l’una nell’altra in un punto sconosciuto della Terra. Perciò, cari e affezionati lettori, dopo qualche inutile e poco nobile capitombolo, ho anche io deciso di aspettare nella mia stanza, sperando che le pareti resistano e non si confondano con quelle della camera accanto.

Più precisamente siamo in attesa di un comunicato ufficiale e congiunto dei funzionari presenti. Per quello che ho potuto capire (ma vi prego, ciò che sto per dire è strettamente confidenziale), Jack, l’agente del nuovo mondo, è spacciato. Se non altro per averci costretto a venire fin quaggiù senza difese e con così poca aria…”.

Ciò che accadde fu che il Comando prese atto della mozione collettiva e dopo un imprecisato periodo di riflessione comunicò una decisione stranamente benevola. “Cattura. Tortura. Reimpostazione. Forse ne avremo ancora bisogno” (mare denso, sospiri di gole affogate, sole spasmodico e riflessi sull’acqua).

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [17]

febbraio 22, 2012

Aprì gli occhi. Il vento improvviso gli scaraventò la città in faccia, un’intera tentacolare metropoli dentro le sue stanche pupille… Aprì gli occhi. Ponti, rotaie, sottosuoli, terrazzi, marciapiedi, le gru furtive dei nuovi quartieri, rumori secchi, elastiche grida d’addio, gesti inconsulti, gesti mancati, telefonate, messaggi, tumori chimici, tumori di carne, tumori dalle fondamenta inquinate, liquidi lenti e putridi, liquidi neri e gialli, tendini piegati, teste mozzate e mani disarticolate, tutti erano zoppi e malformi, l’amputazione degli arti divenne una tradizione delle classi meno agiate, quelle che il sole, il raro sole di questa zona, brucia di primo mattino tutti i mattini, tanto che la notte si scatenano danze senza freni, un carnevale a colori sul pendio della baraccopoli, chi più chi meno si misero in viaggio, un’intera metropoli del nuovo secolo dentro i suoi fragili occhi… (gli analisti aiutarono la popolazione a liberarsi di tutte quelle stupide inibizioni e i liquidi sprizzarono dai corpi e invasero la città, si alzò un’umidità lontana e un che di appiccicosamente sensuale). Aprì gli occhi. Riconobbe una lacrima. Riconobbe un lacrima? Un sapore salato e una beatitudine, un sospiro di sollievo… Poi, paura.

Da sempre alla ricerca delle parole giuste, Jack avvertì una scossa gelata. Lo scrittore nello specchio. Lo scrittore all’angolo della strada. Lo scrittore agente arancione. Jack riconobbe l’assassino. L’assassino della parola, un programma di scrittura che non sa ricordare, che non ha memoria della parola cancellata, della frase cambiata, delle pagine intere buttate via, un clic allo specchio che esiste in quanto rinvio al proprio rumore di clic e nient’altro. Buio. Nell’Intersezione gli scrittori avevano vita breve. Sospesi in un’eterna fase intermedia, ossessionati dal controllo di tutti i singoli interventi successivi alla prima stesura senza disperdere una sola delle mutazioni, foss’anche una virgola mal posta, presero a pensare per giorni a una singola parola prima di scriverla. Doveva essere quella giusta, cancellarla avrebbe significato ricominciare da capo, a qualunque punto si fosse arrivati. Così gli errori e la memoria degli errori divennero spazi bianchi di un pensiero virtuale, bianco d’attesa per non commettere nuovi errori e restare in mezzo al guado. Il governo fu durissimo con gli scrittori sbadati che pretendevano di conservare versioni differenti di se stessi e dei loro scritti. Se si veniva colti nell’atto di mutare un concetto o a nascondere quegli inutili quaderni pieni di scarabocchi, la deportazione era immediata. Bisognava scrivere subito e una volta per tutte. Il ministro dell’economia era stato chiaro: niente più carta allo scrittore insicuro (Jack restò fermo nel suo punto d’osservazione. La città in basso sembrò salutarlo e allontanarsi nella nebbia).

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [16]

febbraio 15, 2012

Contorni che ondeggiano. Appena sveglio Jack vide una lunga strada bianca e ancora non era nessuna città nota. Aveva tuttavia un’aria familiare, di quella polvere che anche i polmoni la riconoscono durante l’uragano e dolcemente ne circuiscono i microbi. Polvere liscia e lenta, un organo gassoso assopito e quasi senza vita. Vi passavano ricordi incolori e strategie di rivolta, tetri fallimenti e grandi vittorie. Se di tempo si trattava, esso accadeva simultaneo, una morte accanto, vicinissima, la cui ombra solcava il volto, una mano leggera sul corpo esangue. E vide l’attesa di sempre, il tempo elettrico di un furore incessante, un’orda anonima di azioni pignole e meticolose. Il tempo scorticato di un noi, noi uomini adesso, il tempo mancato e quello sprecato, il tempo di una sola parola pensata e subito dimenticata. Vide le guerre e le televisioni che raccontano le guerre, un manto unico di verde militare che una volta si addiceva alle foreste, ai boschi, ai prati. Ai lati della strada i fiori presero fuoco, ma un fuoco senza rossi e senza gialli, un crepitio grigio e senza cuore. E cominciarono duelli mortali, si susseguirono suicidi per amore dal costone della montagna, rocce insanguinate sotto il vasto orizzonte di un mondo perduto, forme lontane in stato di precoce dissolvenza. Vide l’aria e il cielo nella scia grigia di un mondo crepato, due brevi pennellate d’acqua a metà fra il ricordo di un candore e il successivo non esser nulla. L’occhio si chiuse in una sonnolenta amnesia, mimando un’implosione senza riuscirne a sentire le carni serrate nella morsa. Vide se stesso disincarnato, fantasma ciondolante privato d’ogni fisicità e d’ogni apparenza. Vide le mura piatte e vuote della città, i confini incerti, il nome assente, il silenzio degli animali, l’aria risucchiata via da un solido nulla assoluto, una bolla senza sonoro, un urlo di vento strozzato, muto, scemante…

Poi si alzò una voce. “Qualcosa che nessuno ha mai letto? Il capolavoro che nessuno ha mai scritto?”. Gli parlò lo scrittore ingobbito all’angolo della strada e a ogni parola si piegò un po’ di più e continuò così a lungo fino a quando Jack non rimase a discorrere con una pozza d’acqua nera gorgogliante verso il tombino. Lì accanto giovani uomini rincorrevano un pallone invisibile e Jack ebbe l’impulso di parlare con loro, ma venne trapassato da uno sciame velenoso di anime fameliche. Sentì un caldo dolore alla base del collo. Sentì lo stomaco agganciarsi di netto a un peso metallico sospeso in aria e tentare di lasciare il corpo direttamente dalla schiena, aprirsi un varco sulla spina dorsale e trascinarsi dietro il cuore, il fegato, i polmoni, la gola, la lingua, i denti. Sognò di non essere capace di parlare e sognò bolle di una malattia sconosciuta cresciute nella zona fra il collo e le spalle. Sognò di seguire la partita e di scrivere di getto la partita comincia prima della rivoluzione e in contemporanea alla guerra. Geometrie laterali, furore agonistico, invasione di campo. Un dribbling e, dietro l’avversario, il bianco latte di quella ragazza sensuale. Poesie nel fango. Il pallone si srotola…

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [15]

febbraio 13, 2012

Nel frattempo il Comando si era riunito per recuperare l’agente perduto. Prima di cominciare la discussione i funzionari dettarono una relazione congiunta. “Si finisce sempre alla fine per dire la stessa cosa e osservare gli stessi identici fatti già avvenuti. Solo esternamente l’Intersezione può apparire in una sostanza molle e appiccicosa che succhia la pelle umana, in realtà è solo una determinata posizione nello spazio occupata già altrove da qualcun altro e poi anche qui. In una parola: la stessa persona, questa è la molteplicità. Ma Jack, no. Lui non solo vuole mutare la parola, ma addirittura trovarne di nuove. Affascinante e deleterio. Si immagini questo orrendo piagnisteo della scrittura che diventa capace di vivere fuori da sola, indipendente, compiendo ogni tipo di delitto e rendendosi colpevole di qualunque nefandezza, fra cui la gioia dello scrivere in trance sotto lampi arancioni e uno specchio che ne riflette l’immagine. L’agente segreto è un esecutore al di sopra della media; l’investigatore privato è un antropologo. Indovinate Jack quale dei due preferisce? Citiamo a memoria i suoi errori a Hong Kong, dove scambiò un normale regolamento di conti per la fine di un’epoca e rimase per giorni sotto un’acqua torrenziale a prendere appunti mentre l’omicidio riprendeva il suo corso naturale. Oppure il suo stupore a Saigon per l’entrata in scena del passato e del melodramma, due normalissimi e molto noiosi eventi collaterali all’epoca del film, lo sappiamo, mentre continuavamo a ordinargli di registrare lo scatto vuoto della rivoltella e di rispedirlo nel coagulo azzurro degli occhi d’acqua del condannato. O ancora la sua inutile deriva passionale a Fenyang, quando avrebbe dovuto solo stabilizzare la spinta al rinnovamento e invece fu travolto dagli eventi storici e lo trovammo mezzo nudo che correva sui binari intorno alle piattaforme di lavoro. Qui non si tratta di salvare vite. Un agente non può permettersi di ascoltare il proprio battito, o anche solo di averne uno separato da sé in quanto agente. Il cuore è un concetto superato. Pertanto, tutto considerato, chiediamo: prigionia, tortura, morte. Fra l’altro sembra sia stata accertata l’esistenza di un insulso diario di cui liberarsi al più presto. Alleghiamo qui, a sostegno della nostra tesi, numero tre reperti del suddetto testo illegale, riferiti ai tre esempi di sopra riportati:

Reperto 1: Hong Kong. Qui sono tutti agenti e stanno fermi in geometrica attesa del nemico. Ieri due di loro sono stati assaliti in una notte di pioggia e hanno danzato con la morte nel fiume scuro di un’acqua e di un dolore insistenti. L’occhio trema e le loro mani si sfiorano. Toccherà a qualcun altro adesso.

Reperto 2: Saigon. Negli occhi senza vita dell’uomo annaspa forse la domanda. Dove sono le montagne? Dov’è l’aria triste di quei giorni che se ne andavano? Dove sono i sogni passati veloci sugli occhi neri del cervo in fuga? Non c’è tempo. Non c’è mai. Un canto d’addio. La rivoltella cigola sulla tempia.

Reperto 3: Fenyang, Cina. Provincia di Shanxi. Blu agenteo notturno. Polverosa terra nel sole. Mura solitarie perimetro di fughe prospettiche. Occhi bassi. Una ragazza dietro l’angolo. Marionette. Leggero vento antico si alza sulla nuvola di una sigaretta qualunque. Sguardi in lontananza. L’eco di un treno fra le piattaforme”.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [14]

febbraio 9, 2012

Invero lo scrittore è l’avanguardia del Virus. Queste sbavanti cellule malate che rubano informazioni per guarire e invece diffondono il male e non possono far altro che scrivere quel che vedono davanti agli occhi nel momento stesso in cui scrivono è già tanto. “Bene, scriverò un diario!”. Nella città si sparse la voce e l’editore accettò prenotazioni e vendette milioni di copie per i primi dieci anni a venire. Il sogno di ogni scrittore, annunciare al mondo di voler sputare sangue e il mondo lo beve ancor prima di leggerlo e si fa molta meno fatica così e si può già pensare al prossimo libro. “Scriverò un libro su un agente segreto!”. L’editore è al lavoro, per la copertina si pensa a una ripresa satellitare della vecchia Terra immersa su un grande e calmo mare col sangue al posto dell’acqua.

Jack ebbe una piacevole sensazione e prese a ispirarsi sorvegliando la città. Organizzava ronde notturne prendendo appunti frenetici al minimo movimento. Dare sempre l’impressione di essere ovunque, soprattutto quando si è fermi. E che questo ovunque sia sempre un interno con un esterno pronto a fagocitarlo e ricominciare il ciclo. I cittadini morivano a mucchi per l’eccitazione, altri si chiudevano nelle case in attesa del libro, altri ancora incrociavano a un angolo Jack-la-Pattuglia-Sperduta e venivano assimilati fra urla di gioia bagnata e inimmaginabili sofferenze.

Una notte, durante la perlustrazione, dopo essersi cibato dei primi tre abitanti capitatigli a tiro, Jack vide l’insetto mutante arancione chiamato scrittore. Lo vide scuotersi nell’orgasmo dell’assuefazione e della parola-cibo a getto continuo, mentre lo specchio scintillava riflessi moltiplicandolo nella città e facendo ondeggiare i contorni dell’Intersezione… Cominciò una lunga conversazione pubblica (città muta in silente attesa). Jack e l’insetto parlarono con una sola voce. “Perchè credete che le mie parole possano salvarvi? Perchè credete alle parole? Questo vecchio suono zoppicante senz’altra mira che mimare una coscienza. Voi non siete altro che irritanti sanguisughe di sangue infetto. Così fu respinta l’ultima invasione aliena. Sangue malato, scura emoglobina sieropositiva, eroinomane, alcolizzata, leucemica. Meglio parlare della finzione-parola. Meglio parlare di questo libro. Si ciba di voi e di quelli prima di voi. Altrimenti non sarebbe neppure possibile pensarlo. È un falso totale. Gli manca ciò che finge di dargli sostentamento, la parola. La parola è terminata nel tentativo di parlare l’immagine. L’immagine arriva prima. Fine della parola”.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [13]

febbraio 5, 2012

Debole scia d’addio. Orbite tirate giù da rughe di insopportabile stanchezza. Verticali segnaletiche al quarzo. Tempo. In quel preciso istante si sentì perduto e si scoprì impreparato a questo vuoto immenso nel cuore. Spesso la realtà è troppo complessa per la comunicazione orale. Gli umani allora fanno ricorso alla telepatia. Sono telepati ma ne sono incoscienti. L’amore nessuno sa cos’è se non quella cosa che avviene fra due sguardi senza bisogno di parlare. E ora questo senso di vecchiaia malconcia e il pianeta che slitta in silenzio con fare amebico di guscio vuoto… Fece appena in tempo a scrivere: Dalle colline di Pyongyang. Lunga fila di carri, il grano nel vento si piega al passaggio. Il cielo si abbassa e i reporter registrano il rombo cupo senza pioggia nella scia degli aerei da battaglia. Il fango ieri sera ne ha trascinati via a migliaia. Ci dovrebbe essere un confine da queste parti, ma il sangue ha cancellato la linea.

 

Jack sapeva che quello era il  momento. Guardò il cielo. Un sole cauto e sonnolento gli indicava la strada. Le foglie incanutite si accasciavano sul terreno, formando dal dondolio un sentiero. Qualsiasi agente era a conoscenza della falla intermittente che sfuggiva al controllo del Comando. Qualsiasi agente sapeva dell’Intersezione (il rischio, come sempre, viene dagli agenti che disertano, meglio sarebbe un classico doppio gioco). Nulla è più pericoloso di un’Intersezione. Un breve punto d’Intersezione è ferro e acciaio senza padroni lontani anni luce in qualche galassia ferita, è il rombo senza suono di una pioggia incessante e nessuno nei paraggi né ora né mai, è luce flaccida di un bagno qualunque, è pallore sconosciuto nel cielo, è il corpo sospeso in una bolla d’aria con le ossa che scricchiolano un ultimo patetico equilibrio. L’Intersezione è la fine e la salvezza degli agenti segreti. È la possibilità concessa una e una sola volta, il prezzo da pagare per qualunque vita, l’ultima tentazione, il riposo. Se un informatore ti scopre nell’Intersezione puoi dire addio alla tua vecchia pelle. Ma Jack sapeva che qui gli informatori sono il pericolo minore. E allora il freddo fu lì, lo attraversò, lo piegò, lo disintegrò (ossa polverizzate sotto una lente d’ingrandimento). Quel lento incedere di una morte non richiesta, sprofondare e risalire con gli occhi gialli del virus aperti su entrambi i movimenti, alto e basso, occhi acquosi di vita sbiadita. L’Intersezione.

Jack sparì. Il Comando ne perse le tracce. Il Comando avviò le ricerche. Si supponeva fosse ancora là, impassibile e sovraeccitato, fisso nell’inerzia e poi stupito da qualcosa, che si guardava intorno, lui o quel che di lui era passato nella zona. Gli agenti di controllo incaricati cominciarono a pattugliare i confini. Ma Jack, dopo aver attraversato, già muoveva i primi incerti passi all’interno. Camminava in un nero compatto. Camminava e basta, senza punti di riferimento, sospeso in un silenzio assoluto. L’Intersezione tuttavia sembrava viva, sembrava accogliere attivamente la sua presenza, respirava, mutava d’improvviso. Jack alzò gli occhi. Una città nuova fu la prima cosa. La città era pulita, luminosa, tersa, bianca di quel bianco diafano dolciastro e senza colore delle malattie di lunga durata, e nulla sembrava definirla, un odore, un volto, un pensiero. Stava per dire qualcosa su questo buco bianco e muto, ma le parole non trovarono un ordine vocale. Invece si sorprese in ascolto. “…Allora, capisci Jack? Non puoi tergiversare, devi prendere di petto il problema. Sei o non sei uno scrittore? Bene, ecco, il blocco c’è per tutti gli scrittori a un certo punto e bisogna affrontarlo, guardare giù nel fondo stagnante della fine delle idee e da lì cominciare la risalita lettera per lettera, parola per parola, fra stenti, paura, solitudine… La città ha bisogno dei tuoi libri Jack, sono loro ad averla edificata, strada per strada, casa per casa, e questo sogno, questo sogno, Jack…”. Si accorse di questa mano grande di uomo delicata ma ferma sulla sua gamba e il calore antico del contatto. “Io uno scrittore?…”. “… questo sogno non può essere tradito da qualche titubanza o dal mondo che esplode, anzi il mondo lo devi anticipare Jack, lo devi poter scrivere e riscrivere e disintegrarti al suo posto”.

Una grigia apatia filtrò flebile e inconsistente. Le strade affollate ruminavano silenziose e indifferenti a se stesse. Dal basso Jack faticava a scorgere il cielo oltre i tetti. Io uno scrittore… Che infine si tratti solo di registrare, una spugna che assorbe sangue e aria e tempo al mondo e ai suoi abitanti e poi gli vomita addosso il loro stesso contenuto, lasciandoli esausti e nutriti a un tempo…

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [12]

febbraio 2, 2012

Il Comando riattivò il contatto (barca alla deriva su brevi onde calme di primo mattino). “Jack, Jack, povero piccolo Jack, come dobbiamo, come possiamo farti capire che il pasto è infine di nuovo bellamente abbigliato, che le posate non riflettono più alcuna dose d’istantanea lucidità gelata, che lo schermo è pieno e le vie d’uscita sono ovunque e da nessuna parte e che tutti le vedono e nessuno le attraversa, e il controllo stesso non si riproduce più con un controllo maggiore, ma con un movimento uguale e contrario ancora più potente nel fingere di non controllare alcunchè, e una voce sono tutte le vociiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii…”.

Qualcosa non andava. Jack vacillò su quel margine sottile oltre cui le cose vibrano a impulsi brevi e netti e non si possono chiudere gli occhi. Riprese a viaggiare, ma stavolta sapeva di non avere meta. In un ristorante di Baghdad una voce prese a gracchiare un disco rotto, e lui sostenne coraggiosamente l’evolversi compulsivo delle onde corte che illividivano l’aria… Gli ospiti mossero antenne lucide e discussero a voce sempre più alta del valore dell’amicizia e dell’origine delle glaciazioni, fino a che piombò un freddo antico sui camerieri e un garzone uscì a comprare cioccolata calda e i camerieri bevvero e grondarono cioccolata e saliva sul cibo, saettarono gatti dal basso mostrando solo la coda e così le antenne si moltiplicarono e le parole si indebolirono nel boato scuro della gola essiccata di un cratere… Qualcuno allora ricordò una o più guerre passate…

Non c’era ragione di insistere. Jack sentì l’adrenalina dell’intuizione. Il problema non sono i sequestri, le decapitazioni, le torture, le prigioni, gli stupri, i bombardamenti, l’odio, la povertà, il terrore, la follia. La questione è nelle immagini e nella loro trasmissione. L’immagine è frantumata in sé, è una cellula malata nel processo di trasmissione da corpo a corpo su cui si basa l’essere umano (l’essere fra gli umani su questa terra). Non c’è l’immagine, ma la malattia-immagine. Essa comincia nel punto esatto dove avviene la trasmissione. Una volta Jack aveva letto di un uomo che era riuscito a chiudere l’immagine in un piccolo scrigno fatto di pelle umana. Quando lo aprì ne venne fuori un virus tutto nuovo che costringeva gli umani a vedere ognuno l’immagine di se stesso, cosa che li uccideva tutti in poco tempo. L’uomo osservò a lungo la rabbia negli occhi dei tossici dell’immagine, fin quando non rimase solo e scese giù dalla collina allontanandosi a bordo della sua piccola barca. Jack guardò la città dilaniata e comprese l’esistenza della malattia, la giustificò, la fece rientrare nella logica delle cose. Capì la malattia umana, ma si stupì di scoprire che l’umanità tutta e in sé è un virus (…così ogni specie ha un suo virus principale: immagine alterata di quella specie… Gli agenti-cellula fluivano nel sangue infetto della Terra, paesaggi venerei fautori di una guerra batteriologica globale che infestando produce anche i suoi disinfestatori).

Qualcosa non andava. Jack fu spedito a risolvere e a peggiorare il risucchio dei tramonti che stava cancellando Pyongyang. Il passaggio rosso dal giorno alla notte fu bruscamente interrotto e l’oscurità diventò una lama improvvisa senza sangue dalle ferite. Gli effetti furono devastanti e imprevisti. Metà degli abitanti si accovacciava inebetita, un’altra metà perdeva la vista (qualche minoranza rantolava guardando nel vuoto e gruppi sparuti si cavavano le orbite gridando “dov’è il mio sangue!?”). Lui eseguì gli ordini. Convinse il governo a dotare la popolazione di appositi occhiali con uno specchio sensibile che riproduceva l’effetto lento e caldo dei tramonti; convinse la popolazione che la notte era il giorno e il giorno la notte e che bisognava trovare il colpevole o i colpevoli; convinse se stesso che quegli ordini erano giusti e adeguati. Il resto venne da sé. Scoppiò una guerra che assomigliava a una rivoluzione e una rivoluzione che sembrava una guerra. Jack ammirò i fuochi dall’alto. Ma aveva un’ultima cosa da fare (questo non c’è nel rapporto al Comando). Raggiunse le nuvole e collegò microfoni a largo raggio. Restò un momento a guardare l’ira e la violenza strisciare fra le case. Poi chiuse gli occhi e recitò una poesia telepatica:

 

È così caldo qui.

Fuori sta bruciando.

Tutti i vostri idoli hanno abbandonato il palazzo.

Non avete visto i segni del tempo? Dove volete andare? Dove volete andare ora?

Voi siete gli ultimi a sapere che loro hanno cambiato il vostro futuro.

 

(continua)