CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [11]

Ma non c’è mai un solo punto d’origine. Porte scorrevoli nella fragile eterea Tokyo di questo secolo. Quel che resta è questo rigido silenzio vuoto. Incroci di metropolitane leggere e molle attesa del riflesso dei volti mimati fra due finestrini vuoti. Nell’ora lontana del caffè Jack aspettava (vista sul tempo piegato in scorrimento). Più facile trovare una fine? Questa intanto serbava l’inevitabilità di qualunque spettacolo, dove ognuno è pensato nel doppio ruolo di collaboratore e oppositore (statica vertigine di collisioni mute).

Jack prese l’abitudine di sorvegliare movimenti d’ombre nelle case spente della notte. Si appostava e registrava. Pelli remote e brividi rosa di liquidi lenti, penetrazioni nel soffio perlaceo di un’aurora pallida, donne curve sull’uomo prigioniere di un indifferente piegarsi senz’anima nel desiderio del piacere di giorni lontani (fece così con la mano per vederci meglio). La condanna che questo mondo pareva aver pronunciato contro la propria esistenza, era già chiara quando nessuno si scoprì più capace di percepire il centro direttivo della malattia. Fu allora che gli umani cedettero per procura i propri ricordi ai governi e l’anima malata ebbe un seggio in parlamento. Fu allora che cominciarono le sentenza sommarie, spettacolo nello spettacolo. I governi si impegnarono a legiferare solo sul futuro, sull’avvenire che avveniva mentre ne parlavano (una mano a mezz’aria in cerca di qualcosa, nel farlo dimenticò quel movimento e prese a sparire).

Jack ne parlò con il funzionario locale nel gelido vento sbattuto di un patio abbandonato. “Jack, Jack…”, gli rispose la cantilena bianca senza alzare gli occhi dal vecchio libro (séguito di una conversazione avviata anni prima) “Jack… così e così… dato che il possesso di uno statuto mediale ha assunto un’importanza infinitamente maggiore del valore di ciò che si è stati effettivamente capaci di fare… dato che al Comando proprio non piacerebbero questi tuoi dubbi…” (l’ennesima postilla: la massima ambizione dello spettacolo integrato è pur sempre che gli agenti segreti diventino dei rivoluzionari, e che i rivoluzionari diventino degli agenti segreti). Tokyo. Vetri scuri sfuggono all’occhio di vetro nell’ebollizione d’acciaio. Sul ring si scivola nel sangue. Fuori le pareti a specchio dei palazzi riflettono acque avvelenate. La città esplode alla velocità del pugno sferrato senza motivo.

(continua)

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