CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [7]

E di questo tempo cosa rimane, mentre ogni singola testa lo accumula al passato? Le città si sbriciolano, gli amori finiscono, le genti mutano. Jack coordinò le sparizioni, mescolò generazioni d’invisibile. Quando pensava il movimento, era un buco nero e uno strano silenzio.

Apparve nel cielo un appunto di tanto tempo fa. L’Occidente ha perso di interesse. L’Occidente è lo schermo bianco di un computer e lo scrittore davanti silenzioso addirittura costretto a pensare cosa scrivere. In qualunque città d’Oriente la parola sarebbe un fiume in piena. Fu per questo che decise di partire (l’ultimo sussulto dell’Occidente: bombardare l’Oriente risvegliandone gli organi vitali. Tutti gli scrittori lasciarono i loro cari, le loro città, e si diressero verso est). Ora però era agente segreto e scrittore, cosa che richiedeva una postilla ai fondamenti della professione: l’agente scrittore è una spia nel corpo di qualcun altro dove nessuno sa chi sta spiando chi (uno scrittore non si preoccupa di successo o fallimento, ma soltanto di osservazione e ricordo).

 

Giunse a Doha in un tiepido giorno di fine gennaio. Il tempo stringeva e il suo piano di fuoriuscita era ancora in alto mare. Si arrestò lungo la strada. Un meccanico giapponese in tuta blu gli stava chiedendo informazioni senza accorgersi che lui non era arabo. Lo lasciò che ancora gesticolava e cominciò l’esplorazione nell’aria assetata del tardo mattino. Bevande per soli asiatici. Imbuto nero di negozi sanitari, elettricisti, attrezzi industriali. Concime. Polvere. Occhi sotto il velo. Coste e caste privilegiate. Miscugli afroasiatici. Concime. Polvere. Nel suq cabine di legno in cui uomini con la macchina da scrivere ricevevano lunghe file di analfabeti venuti a dettare le loro lettere, o suppliche, o insulti. Direzione suq mutata per improvviso interesse zona industriale (cemento di fianco alla sopraelevata). Tornò sui suoi passi e sperimentò leggere e distratte angolazioni su banche alberghi extramall lungomare (strada allargata lavori in corso). La passeggiata di colore lo condusse in un vicolo cieco. Nella notte si svegliò per la litania fluida dalla moschea, cupa acida inflessibile, che alla prima alba si unì al sogno del dormiveglia. Quelle voci lontane sono l’avvertimento feroce di un attacco nemico… ed ecco passò uno squarcio nel cuore e nelle orecchie sibilò l’aereo dell’invasione, cominciarono a piovere bombe, anzi nel cielo si trattenne l’attesa scolpita delle bombe, ma lo stesso tutti morirono e dalla moschea si alzò un’eco di mitragliatrici. In una nota manoscritta in auto-cancellazione il Comando confermò la prima impressione. “Moriranno tutti e le stelle si spegneranno una dopo l’altra”.

Fu in quei giorni che Jack prese a riflettere su ciò che realmente vedeva. Un mosaico in frantumi a volte denso di sangue nero, a volte lucente di veloci intuizioni in grado di generalizzare. Sapeva condensare. Sapeva sintetizzare con un’unica pennellata milioni di parole, di fatti, di visioni, di ricordi, di ritagli, di perdite, di guizzi, di uomini, di fantasmi, di esangui ectoplasmi. Eppure allo stesso tempo viveva la dolorosa vertigine del non riuscire, dopo averli così succhiati, a risputare fuori questi inquilini a miriadi febbrili depositati nell’occhio, a srotorarli tutti in un solo sciame. Non aveva pazienza per ridettagliare il dettaglio. Lo sterminava nell’ellissi. Lo sussumeva in un atto mancato. In questo modo, simile alla vita, le pagine invece di aumentare diminuivano. La sua forza era esattamente nel carico pesante di questo formicolio inesatto…

Nel primo pomeriggio la popolazione di Doha scompariva tutta nel sottosuolo, oppure se ne stava silenziosa e inerte in superficie. E in quell’ora di vuoto, in cui il suo essere toccava le crepe ovunque della città, Jack usciva. Usciva a respirare la strozzatura infernale, la gola bruciata d’Oriente. Qualunque cosa o azione assumeva le caratteristiche dell’infiltrazione, trasformando il vedere stesso in deformazione professionale, vittima e carnefice dei diversi livelli d’appartenenza alla realtà. Anche ora, da solo in una città che gli teneva testa per consuetudine all’indifferenza, sentiva il proprio corpo tendersi in un gelatinoso tentativo di ramificazione. Forse l’inazione gli avrebbe permesso di vederci meglio…

Il Comando interruppe l’eroica riflessione strepitando che Bangkok era tutt’altro che un caso chiuso. Ormai la luce era filtrata e la città si dimenava in un bianconero che la stava corrodendo nelle fondamenta. Bisognava evacuare.

Jack si ritrovò a Bangkok sotto una pioggia battente. Tutto intorno viaggiava esile fitto catrame nero e in mezzo saettavano raggi traslucidi, mentre i mattoni rossi delle baracche premevano contro il cielo. L’aria si fece irrespirabilmente frenetica. “Fai presto Jack se non vuoi svanire nel modo della vecchia penna” (rimase sconcertato mentre la pelle si induriva raggrinzita. Erano anni che non riceveva quell’ordine. L’ultima volta che il Comando gli impose di dirigere un’evacuazione, finì l’inchiostro dieci venti trenta cento volte per firmare i documenti d’espatrio. Comunque questo significava solo una cosa. La fine a caduta controllata aveva ripreso a premere verso il basso e il suo compito era di accelerarla. Evacuazione significava dare un corpo a tutti i fantasmi).

“Non tutti si salveranno, Jack”. Strinse i pugni e cominciò il lavoro. Fermenti lattici non più vivi di quanto si creda di esserlo una o due volte nella vita. Occhi d’acqua. Liquido ovunque di mani che sparivano durante l’assegnazione dei posti. Firmate lo stesso. Firmate e andate. Fece passare ombre e più spesso riflessi lontani. Qualcuno sorrise e gli scivolò via il sorriso. Mai esagerare. Fece passare un esercito di corpi in dissolvenza. Le navi salparono prima di affondare per sempre nell’aria leggera, con quell’equipaggio di molluschi che ondeggiavano circospetti, timorosi di toccarsi e vedersi sciogliere nelle ossa. Non dimenticò nessuno e usò l’ultimo dolore per fare rapporto in polvere di parole. “Penna svanita. Perdite contenute. Parto”.

(continua)

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