CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [5]

Si sforzò di rimanere sveglio. A Grozny sostava in campo aperto nell’incrocio fulmineo di pattuglie e cecchini (vecchio cappotto grigio, mani in tasca, spalla premuta sul muro pericolante). Più che guardare, registrava. Le immagini restavano come mappe che solo lui poteva decifrare. Ma un occhio interiore produceva altre immagini e le pallottole smettevano di fischiare e passavano leggere. Una sera più calma delle altre (solo brevi colpi secchi a scandire il silenzio), si fermò a pensare alla sua esistenza, ricavandone l’impressione d’un accumulo vittima di se stesso, testimonianza fragile d’un tempo portato via dal tempo. Vittima di un nuovo presente, un ripresentarsi d’occasioni perdute che ora pretendevano di rivolgersi all’avvenire (a un lettore futuro?). Jack sapeva bene che non sarebbe rimasto nulla di quelle parole in una città che gira con la Terra. Il veleno che percepiva ramificarsi intenso stava proprio in questo ‘a venire’. Cioè, nella sua assenza.

Guardò questa guerra. Perduto nella condanna d’essere sempre troppo vicino allo spettacolo, al centro degli equilibri scossi dell’esistente, agente primario dell’intervento, Jack c’era completamente dentro, stretto nella malinconia per il vecchio caro non poter far nulla. Era escluso da ogni quotidianità, geloso di chi, davanti al televisore, delegava, tardava la scelta, perdeva l’occasione, intuendo appena il moto d’energia sotteso, ma che pure immaginava di avere un futuro, di essere lì un giorno e non più altrove. Lui invece non poteva perdersi (elettrica polvere di luce dietro l’angolo).

Neppure la pratica sistematica della previsione, requisito minimo dell’agente segreto, aveva a che fare con l’avventura più di quanto non l’avesse una bomba nella casualità delle persone colpite dalla deflagrazione. Si limitava a registrare conseguenze e incrinature, non più atti e durate. Ma non si creda di poter partecipare. Non ci si convinca che basti ricordare. Il diario era lì a dimostrare la sua ferrea decisione di agire nel momento stesso in cui aveva scelto di fermarsi e dimenticare. Non è l’arte il problema, ma la sua presunta memoria. A meno che non si creda nella comunicazione. Anni prima a Rangoon, rimasto solo per giorni senza possibilità di contattare il Comando (il Comando chiamava i rapporti comunicazioni e il contatto distacco), aveva seguito gli occhi smarriti di una donna straniera. L’aveva vista cadere e l’aveva vista rialzarsi. Senza conoscerla si convinse che era sua per sempre. Lei, piccola e coraggiosa, si inoltrò nella foresta. Cadevano foglie lasciando gocce di verde sulla pelle, mentre la corsa segnalava brani di cielo intermittente. Prima che sparisse la vide un’ultima volta aggrapparsi al piccolo ponte oltre il confine. Anche allora Jack falsificò ciò che non era comunicabile. La fuga e il turbamento, il desiderio nascosto dal dolore sul volto di una donna pronta a offrire qualsiasi cosa – la sua mano, i suoi spettri. Città del silenzio, donna in alto sospesa oltre i colori. Occhi dolci e smarriti, la separazione diventa vertigine e fuga. Sogni, ancora. Sentirsi piccola parte del tutto. Sentirsi piccola e coraggiosa. Volo arioso verso un po’ di libertà.

(continua)

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