CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [4]

Passò del tempo. Jack era giunto a non riconoscere più le immagini che ricordava. Jack aveva cominciato a scrivere un diario, tetra autopsia di un morto sul proprio corpo in dissolvenza. Scriveva, ma non riconosceva quei ricordi come suoi. Ne ignorava la provenienza. Si attestò fra i due sintomi e contrasse la malattia. Sentì la scossa di breve luce che incrinava il pianeta in una fuga lattiginosa.

Sussultò quando sopravvenne l’ultima regola, la regola segreta dell’agente segreto: nessuna parola significa realmente qualcosa (se non la sua immagine, ma è già svanita). Cercò di spiegarlo al funzionario del distaccamento di Hong Kong, mentre una nuova stirpe scivolava fra i palazzi piegandoli nel vento del passaggio e i tetti si curvavano fino a sfiorarsi e crollavano recuperando vertigine nel tempo sospeso prima dell’impatto (durante la caduta stridio di pallottole che fischiano fra le macerie). “Quei ragazzi corrono stravolti nella parola frantumata dall’interno, codice quattro allarme rosso”. Il funzionario lo guardò sbattendo le palpebre indeciso. L’istante successivo Hong Kong vide le sue acque diffondere malattie gialle e acide e il Partito chiamò Londra, “la rivolete?”, e a lui fu chiesto di sostituire la malattia gialla con il cancro nero. Jack non fece altro che spalancare le fogne sgusciando silenzioso nel sottosuolo. Seguì le tracce e trasformò il mondo, indefesso segugio delle profondità.

Non fu facile nascondere al Comando ciò che accadde là sotto. Giù nel fondo apparve da una goccia nera l’occhio curioso e innocente di una bambina d’altrove, con la sua gonnellina leggera turchese e le brevi gambe bianche nude ciondolanti nel regno oscuro. Cercava un’uscita fissa sullo spicchio di cielo lassù, le unghie di sangue rappreso strisciate sul muro. Ogni volta che cadeva apriva quegli occhi dolci e stupiti, ancora uno sforzo, si puliva piano piano le ginocchia e ritentava l’assalto al cielo.

Jack restò a guardare e l’operazione fallì. Fece un rapporto qualunque e venne trasferito a Shanghai, dove da giorni cadevano petali di fiori avvelenati e al posto della luce si usavano candele (le puttane e i loro clienti presi in una bolla d’ipnosi, si alza un canto triste sulla tavola imbandita). Chiuse gli occhi per dimenticare. Ogni amnesia divenne pagina del suo diario. Solo allora fu in grado di formare queste righe: Deboli fiammelle di candele bianche filtrano luce e buio sulle vesti pregiate e gli orli rifiniti delle donne schiave nella grande casa, le parole sono lenti detriti d’altri flussi di tanto tempo fa.

 

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