CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [3]

Prima regola: l’agente segreto è una credenza popolare, una leggenda metropolitana. Il fatto stesso che lo si dica segreto misura la distanza fra le proprie convinzioni e la realtà. L’essere segreto si custodisce nella speranza che non sia vero. Ma è su tale speranza che l’agente deve agire perchè non venga mai denunciata la sua unica debolezza, cioè l’essere visibile a chiunque sempre, almeno quanto deve essere dappertutto e dappertutto in forme diverse. Segreto è sinonimo di visibile. E la visibilità è il primo irrinunciabile passo per acquisire segretezza. È necessario a un certo punto essere visti e proprio in quel momento procurarsi un fantasma di lato, occultare e occultarsi. Sbilanciare.

Jack comprese la sua intima natura di virus. Diffondersi in silenzio, mentire anche a se stessi sulla propria esistenza, contagiare, mantenersi incurabile, mimare una bellezza. Seppe qualcosa di sé solo quando gli fu chiaro che la sua casa era un posto qualsiasi oltre le linee amiche e nemiche e che i suoi rapporti sarebbero stati spediti a un Comando il cui primo obiettivo era di negarsi in quanto Comando. Si affannava per il quartier generale e non c’era nessun quartier generale.

Grozny invece sembrava risucchiata verso il basso da una bocca urlante sotterranea. Testarda, restava aggrappata alla superficie con lo scheletro traballante dei suoi palazzi svuotati (l’estetica del viaggio non farà parte del rapporto). Il collasso della superficie è la metafora perfetta delle fondamenta che scricchiolano. Ma Jack sapeva da tempo ormai che un mazzetto d’erba strappata al terreno non è detto che sia nata e cresciuta esattamente su quel terreno (da queste parti era vissuto ed era morto in prigionia un abate che aveva scoperto che i sogni non sono la causa, ma l’effetto del pensiero, spesso solo dell’immagine che li conclude provocando il risveglio)…

Seconda regola: quando si dice io, bisogna avere il coraggio di non sperare – per vanità o per puro bisogno – che lo scritto venga pubblicato, che l’io diventi pubblico. È il grande inganno della letteratura, la sua insolubile questione filosofica e quindi morale. Ma non avendo la filosofia mai risolto il problema della coscienza, se non ponendosi e ponendole delle domande, sarà dunque pur necessario impegnare la propria etica nella scrittura. Anche se le due linee dovessero convergere – un romanzo di natura filosofica è un obiettivo minimo – la battaglia che dovrà essere affrontata punto per punto sta proprio nella falsa coscienza della parola. Si individuino delle regole e ci si imponga di rispettarle. Se si fa la cronaca dettagliata di atroci sofferenze non si può pensare che solo in quanto scritte esse non abbiano poi un unico responsabile in colui che le ha messe sulla pagina. Non si menta a se stessi con l’alibi del flusso di coscienza, cioè non una tecnica letteraria ma, nell’uso comune – che è appunto ciò che attiene per etimologia alla morale – le prime cose che vengono in mente. Invece si dichiari apertamente la bellezza di alcune righe macchiate di sangue, quand’anche arrese al flusso. Si cessi piuttosto di mentire, si dichiari guerra alla menzogna.

Jack seppe subito cosa fare per prolungare la guerra. Grozny era un collage impazzito di sigle militari e paramilitari che non dovevano mai e poi mai non solo raggiungere un accordo, ma anche solo pensare alla possibilità di intavolare un negoziato. Lo seppe a tal punto da poter sperimentare il superamento della menzogna attraverso il medesimo processo speculativo con cui di solito si difendeva dalla morte tutt’intorno. Due negazioni a combattere per la medesima affermazione. Fingere di non essere il colpevole del dolore provocato e fingere di saper mentire, cioè di non vedere. Essere qui e convincersi di essere altrove.

Mentre il responsabile locale gli ricapitolava le forze in campo, fu attratto dal leggero battito di palpebra con il quale il volto di quell’individuo curvo e accigliato accompagnava ogni nominazione. Se si conosce una persona di un paese straniero, in che modo si può salutarla senza che la cultura acquisita su quel paese influenzi il tono del saluto. In che modo si può spiegare questa calma molle e sudicia del mio paese. In che modo si può motivare il semplice privilegio di star qui a scriverne, che è tale in quanto avvenuto prima ancora di ammettere il fascino di questo privilegio. Jack vide il futuro. Città d’Oriente spianate da ruspe gigantesche e risorte nella culla media e mediatica delle architetture globali. Ma dall’entroterra, dalle campagne e dai monti, avanzano lunghe file di un formicaio lontano, gli immigrati non mediali che vanno a depositarsi fra gli interstizi, nella curva spigolosa delle lamiere, accolti e come rifecondati dagli organi grigi della Città Nuova. Poi tutti assieme cominciano a spingersi, a dimenarsi, a strofinarsi, e si alza un fruscio di ali sbattute, di sibili salivari, di rantoli vocali. La città è nella morsa di un attrito devastante, e ne è ben felice.

Terza regola: tutta questa morte diffusa (occhi scuri di finestre senza vetro, buchi neri, griglie cieche sotto tetti piegati), non è abbastanza per sostenere di non aver visto quella donna killer alle spalle. Bionda, il sole in faccia, si accarezza con studiata noncuranza la ciocca di capelli sul viso leggermente rivolto al cielo. E il suo unico pensiero è ucciderti.

Anche la palpebra malferma di un funzionario comunica altro. Jack si accinse a un sospiro. L’immagine sapeva di essere stata, di essere già stata lì. Tutto il resto era il tempo all’interno del quale non si fa a tempo a raggiungerla. C’è un male intorno? Nella rincorsa non si dimentichi che per ogni possessione c’è un occhio spossessato e inabissato. Che è questo sbilanciamento – l’immagine veloce che fluttua e arriva prima – a non essere stato previsto dalle strutture del male (senza chiedersi perchè Jack scrisse sul bordo di un giornale raccolto per strada: non c’è alcun dubbio che nessuno, nessuno degli attuali – cioè del passato del presente del futuro – membri in vista della scena pubblica, funzionari o star, avrà un peso sul mondo se non quello di ammalarlo e sporcarlo del loro stesso anonimato).

Il tradimento era dunque solo un oblio precoce. Bisognava fare un passo in più. Bisognava rischiare. Jack cominciò a lavorare sull’invisibile. Prese distanza dalle cose (foto sgranata sul dekstop). Decise di operare contro se stesso. Rinunciò ai suoi saperi. Rinunciò a t u t t o quello che sapeva. Fece a meno degli affetti, cancellò amicizie e finì amori. Si vietò persino di ricordare il progetto intrapreso. Sperimentò una visuale in allontanamento. Dimenticò. Schermò…

Si guardò intorno. La Terra vegetava sfibrata e senza peso. Doveva pensarci bene, verificare la tenuta del suo corpo in una dimensione allentata, imparare a essere una cosa sottovuoto che fluttua. Decise di attendere ancora poche missioni…

(continua)

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