CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [1]

A partire da oggi questo blog pubblica per intero un romanzo. Non solo inedito, ma una di quelle cose che si scrivono di getto, che restano imperfette per troppo impulso (a scriverle), passando giustamente a miglior vita (ammesso e non concesso che un blog sia miglior vita). Oggetti che poi diventano negli anni un magazzino di materiali cui attingere. Neppure io so quante di queste pagine o frasi ho in seguito estrapolato, riscritto, riutilizzato, de- e ri-contestualizzato. (Ma che importa, visto che odio i contesti). Piuttosto pubblico Città d’Oriente per contestarmi pubblicamente.

l.e.

 

Lorenzo Esposito

CITTA’ D’ORIENTE

1.

Qualche tempo dopo i governi compresero che la polizia non sarebbe più bastata e che la polizia segreta stava invecchiando. Piuttosto che marcire fu creata l’Agenzia Segreta, polizia della polizia del governo. Non un semplice distaccamento di spie delle spie, ma un autentico rimescolamento, una doppiezza intrinseca al mestiere (lenta ruota che estrae numeri ed esegue ordini senza conoscerne gerarchie e funzionalità).

Il reclutamento comportò rischi incalcolabili e perdite innumerevoli. Gli uomini e le donne che tentavano la fuga, all’uscita trovavano solo un sole lontano e alzavano la testa storditi rallentando la corsa. Tutto stava nel riequilibrare il barcollio incerto dei ribelli, fare in modo che il pentimento fosse confuso con il perdono, l’accusa con la domanda, l’azzurro del cielo con il fango umido della terra. Perciò si procedette dall’alto in basso: prima i teorici, poi i guerrieri, gli attivisti, i fiancheggiatori, gli incerti, gli indifferenti, gli indifesi e infine gli innocenti. Le strade curvarono in un ribollio rosso e infetto. L’aria rantolò. Il sole scomparve all’orizzonte. Le cose si misero bene.

2.

Lenta luce sull’insegna al lato della strada. Jack si adeguò velocemente al suo nuovo stato. Una volta entrato nell’Agenzia gli fu assegnato un solo compito: tenere aperti i conflitti e, ove possibile, aggravarli. Capì subito questo tempo sottotraccia, l’ipnosi dell’occhio che immagina variabili, la narrativa ambigua di mondi che celano altri mondi. Calibrò il suo famoso torpore, la sua aria assente e senza volto, sul freddo nutrirsi di una visione celibe, continuamente sottratta a se stessa, confermando il vecchio adagio: per pensare una cosa se ne pensa un’altra (onde sbattute sulla roccia, punture di schizzi d’acqua arrivano fin lassù, sul costone, a sfiorare la faccia sull’orizzonte. Jack lasciò cadere la sigaretta e rifluì il fumo nell’aria mentre la spegneva sotto la suola. Nella capitale cinese anni prima il mondo venne riprodotto in scala, in un grande parco al centro della città, dove lunghe file di turisti falsificavano il proprio viaggio in Oriente scattando fotografie sotto la copia di un monumento occidentale. La prospettiva inclinata richiesta al fotografo tratteneva pezzi di cielo e una musica lontana perpetuava il sogno dell’ubiquità. All’epoca tuttavia un agente segreto spedito a Pechino doveva piuttosto occuparsi dell’improvvisa e crescente ondata di suicidi. Il cittadino cinese moriva, fisso nella malinconia dell’uomo che non sente più il bisogno di viaggiare perchè ha tutto il mondo a portata di mano. Intere famiglie smorzavano la luce e cominciavano un’ultima lunga cena assaporando la dolce mistura di cibo e di gas. Investito del caso, Jack consigliò al governo locale di non provare a risolvere nulla, ma di cominciare a contare i morti. Pechino era il suo primo caso e non voleva esporsi troppo. Al Comando erano stati chiari, se non trovi soluzione meglio non fare nulla. Faceva parte della tecnica del conflitto permanente: mai indurre, semplicemente assecondare. Qualcosa di simile al ciclo della vita, non è necessario riprodurlo, esso genera da sé il proprio dolore. Eppure quella volta, mentre l’aria della città diluiva l’ossigeno con il gas fatale, l’inerzia consigliata subì un contraccolpo. Jack prese distrattamente un appunto: il mondo in scala, benvenuti al mondo).

Lui per primo sorpreso dalla lucidità teorica del proprio strabismo, finse che questo altro della cosa risultasse dall’apparenza lineare degli eventi. Jack viaggiava, studiava il caso, lo risolveva, faceva rapporto. Sospeso in dolce posa afasica sostava a osservare l’opera, il quadro senza cornice e i colori sbiaditi. Poi ripartiva. E dimenticava.

(continua)


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