Archive for gennaio 2012

INTERMEZZO: SYRIA YOU ARE NOT ALONE

gennaio 31, 2012
Annunci

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [11]

gennaio 30, 2012

Ma non c’è mai un solo punto d’origine. Porte scorrevoli nella fragile eterea Tokyo di questo secolo. Quel che resta è questo rigido silenzio vuoto. Incroci di metropolitane leggere e molle attesa del riflesso dei volti mimati fra due finestrini vuoti. Nell’ora lontana del caffè Jack aspettava (vista sul tempo piegato in scorrimento). Più facile trovare una fine? Questa intanto serbava l’inevitabilità di qualunque spettacolo, dove ognuno è pensato nel doppio ruolo di collaboratore e oppositore (statica vertigine di collisioni mute).

Jack prese l’abitudine di sorvegliare movimenti d’ombre nelle case spente della notte. Si appostava e registrava. Pelli remote e brividi rosa di liquidi lenti, penetrazioni nel soffio perlaceo di un’aurora pallida, donne curve sull’uomo prigioniere di un indifferente piegarsi senz’anima nel desiderio del piacere di giorni lontani (fece così con la mano per vederci meglio). La condanna che questo mondo pareva aver pronunciato contro la propria esistenza, era già chiara quando nessuno si scoprì più capace di percepire il centro direttivo della malattia. Fu allora che gli umani cedettero per procura i propri ricordi ai governi e l’anima malata ebbe un seggio in parlamento. Fu allora che cominciarono le sentenza sommarie, spettacolo nello spettacolo. I governi si impegnarono a legiferare solo sul futuro, sull’avvenire che avveniva mentre ne parlavano (una mano a mezz’aria in cerca di qualcosa, nel farlo dimenticò quel movimento e prese a sparire).

Jack ne parlò con il funzionario locale nel gelido vento sbattuto di un patio abbandonato. “Jack, Jack…”, gli rispose la cantilena bianca senza alzare gli occhi dal vecchio libro (séguito di una conversazione avviata anni prima) “Jack… così e così… dato che il possesso di uno statuto mediale ha assunto un’importanza infinitamente maggiore del valore di ciò che si è stati effettivamente capaci di fare… dato che al Comando proprio non piacerebbero questi tuoi dubbi…” (l’ennesima postilla: la massima ambizione dello spettacolo integrato è pur sempre che gli agenti segreti diventino dei rivoluzionari, e che i rivoluzionari diventino degli agenti segreti). Tokyo. Vetri scuri sfuggono all’occhio di vetro nell’ebollizione d’acciaio. Sul ring si scivola nel sangue. Fuori le pareti a specchio dei palazzi riflettono acque avvelenate. La città esplode alla velocità del pugno sferrato senza motivo.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [10]

gennaio 29, 2012

Qualcosa aveva confuso tutto in una fiamma rosa che attraversò le città e gli individui furono liberi dai bisogni e vittime del virus della libertà. Fu allora che nacquero le Agenzie, guidate dall’uomo chiamato Comando. La soluzione fu semplice. Il mondo è schizzato fuori dalle orbite, certo, ma qui, in quest’alba azzurra, fra queste stelle tristi, non si sta poi tanto male, perciò facciamo vagare la vecchia Terra senza meta, ma in modo che sembri a tutti che null’altro si può fare se non rimanere qui, fermi, ad aspettare, un piccolo passo indietro e un piccolo passo in avanti, un desiderio realizzato e il sogno di un desiderio da realizzare, forse ci salveremo, forse no, e agli agenti segreti il compito di aggiungere instabilità all’instabilità.

Lui fu reclutato in un lontano giorno di cupo sole rosso, tirato via da un loculo nell’hotel con la rosa intermittente sull’insegna, non ricordava da quanto tempo fosse lì, qualcuno a cui teneva molto danzò la danza del suicida, poi solo fiamme verso l’alto e forse una rosa donata alla donna sbagliata, mentre il quadro generale si faceva confuso, scorticature video, coperture saltate, ordini febbrili dal Comando, era Marrakesh? Il mondo esplode in mille pezzi sempre uguali e sempre diversi, la morte del mio socio è stata una piroetta verso il fondo.

L’alba spezzata in due di Damasco fu il suo numero zero, prima ancora di essere mandato a Pechino. Un bel giorno nella città le immagini si divisero e ogni strada intraprese due orizzonti. Chi usciva di casa al mattino imboccava una prospettiva senza ritorno e allo stesso tempo poteva vedersi mentre correva verso l’orizzonte opposto. Qualcuno pensò a delle cineprese a rotazione totale in modo da registrare l’invisibile punto di rottura dell’angolazione e restituire alle architetture la linea di memoria perduta. Ma le cineprese filmarono sovrimpressioni e morirono di dissolvenza. A quel punto non restava che una cosa da fare. Il Comando confermò: “Moltiplicare gli orizzonti, Jack” (le onde si infransero sulla roccia, dall’alto Jack osservò l’ultima sigaretta scomparire nell’aria prima ancora di raggiungere il mare).

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [9]

gennaio 25, 2012

Jack bruciò la pelle nel focolaio fotografico. Scattò un’ultima foto. Panorama. Insieme al flash Tokyo emise un grido sordo di vecchie malattie. Vederla ora stentare in dissolvenza aggrappata al grigio calmo liquido della sparizione imminente. Ovunque una ruggine antica, vapore che si trascina (se non si era pronti lacrime calde avrebbero ricordato a tutti la giovinezza perduta. Solo i giovani portano qualcosa, e non rimangono giovani a lungo).

Jack si mantenne inespressivo e soppesò il mondo incolore davanti. Si alzò il ronzio del passato e divenne futuro già conosciuto. Giunsero malattie d’altri continenti a stringere i cuori in un infarto imploso. Fu costretto ad ascoltare il pianto non più organico che infestava le strade vuote strozzate per sempre nella notte rigida. Scriveva dall’oltretomba, punto di vista cieco sotto l’azzurro. Fatti minimi portati via dal vento. Incrocio di treni e nel riflesso volti che si mancano. Treni e ombre. Tempo preso alla vita. Cuori cronometrati nel respiro giallo del vapore sospeso. Il punto vuoto prima delle cose.

Perchè Tokyo? Rimase a lungo senza ordini. Il Comando doveva aver usato la tecnica dell’inapparenza (nei sentieri segreti correvano voci su una nave che ce l’aveva fatta, era passata). Stringere d’assedio il vuoto e non far capire a nessuno che l’origine di tutto era sempre stata altrove. In città si cominciò a vociferare di un possibile punto d’origine nella vecchia Africa. Nell’urlo gelato asincrono delle vettovaglie sbattute. Nel verde appiccicoso di giungle rugginose arrese al fuoco voodoo. Nelle passeggiate con gli zombi e i serpenti che toccavano l’arcobaleno guizzando sulla curva. Nella risacca violenta dell’onda d’Oriente sulle coste verdi e azzurre. Nelle teste mozzate. Nei guerriglieri stranieri scoperti a disegnare mappe e a contrarre malattie del sangue. Nelle parole che scorrevano via fragili e autonome (Jack fuggì sui falchi regali e fra cielo e terra chiuse gli occhi e sbandò nel vento, articolazioni gracchianti nello stato gassoso).

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [8]

gennaio 22, 2012

Sono tutte così le albe morte d’Oriente. Inerti dopo la corsa notturna e una nebbia fragile gravita sulle rive, luccichio molle di amebe verdi assiepate dopo il crepuscolo. Ovunque quel senso gelato. Quel che resta, pensò Jack.

Era tornato a rifugiarsi a Doha, la cui sovrana indifferenza mascherata  da miraggio di una collettiva crescita intellettuale, ben si conciliava col suo desiderio di nascondersi. Chiuse gli occhi nella casa dei computer e vide il ronzio di insetti del suq che gli offriva cibo in cambio di uno scatto, mentre lui selezionava scorci e aspettava ipnotizzato di vedere apparire l’immagine dal bianco click e zzzzzzz, sorprese un uomo nel viola, petto nudo erotico mosso dalla macchina dei sogni, in rapida giravolta ganci di luce ultravioletti (quella notte sognò un acquario e una vista sottomarina). Ma ancora una volta il mondo si dimostrò più veloce. “Ehi, Jack? Hai sempre la tua vecchia polaroid? Devi poter squilibrare la linea d’apparizione. È il mezzo più veloce. Il meno sospetto, Jack. Devi andare, Tokyo è in pericolo”. Il funzionario giunto a informarlo capovolse le pupille e svanì nel cono di luce. Bisognerebbe lasciarlo presto, questo mondo che fu così libero, ma che sta per cadere nelle mani del nemico, se il nemico è sé contro se stesso. Il regno dei ciechi è una legge redatta nei cimiteri all’ombra delle tombe, credendo che i morti non vedano, ma i morti anche quando risorgono alzano gli occhi e barcollano verso l’alto e i vivi hanno perso la vista tanto tempo fa.

Jack si domandò a cosa servisse davvero decidere se prendere o difendere la città. Molti anni prima a Gerusalemme, nei bar notturni dove le vergini fuggite dalle vasche purificatrici giungevano a regalare il loro volto triste alla deflorazione, aveva seguito il sacrificio di due sorelle stuprate dai rispettivi mariti, le quali cominciarono a sfruttare i colpi secchi nel ventre per umiliarli. Più quelli spingevano, più loro gridavano di piacere, gettando l’intera comunità nel caos. Tutti i giorni, al calar del sole, Jack le vedeva ascendere verso la collina sacra. Salivano silenziose e si arrestavano sul ciglio davanti al paesaggio. Poi, prima della lunga notte, respiravano. Se il nemico è uno solo, il problema non è più l’attacco o la difesa, ma la creazione di linee di demarcazione. Fu allora che le donne si trasformarono in angeli del male e usarono i cazzi e le bombe degli uomini per salvare gli umani. La donna fu la linea di demarcazione fra il nemico e il nemico. Colei che era là, straniera nella sua città. (Anche quell’indagine si arrestò. Un’asta nel deserto ridistribuì le donne sul territorio. Durante il lavaggio rimangono sott’acqua, ma lodore degli uomini in preghiera arriva fin là sotto. Si inaugurano campi di concentramento. I beduini le scopano sotto la luna. I carcerieri si fanno succhiare sul ciglio della strada. Solo le bombe salvano la vita. Che bel rumore).

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [7]

gennaio 20, 2012

E di questo tempo cosa rimane, mentre ogni singola testa lo accumula al passato? Le città si sbriciolano, gli amori finiscono, le genti mutano. Jack coordinò le sparizioni, mescolò generazioni d’invisibile. Quando pensava il movimento, era un buco nero e uno strano silenzio.

Apparve nel cielo un appunto di tanto tempo fa. L’Occidente ha perso di interesse. L’Occidente è lo schermo bianco di un computer e lo scrittore davanti silenzioso addirittura costretto a pensare cosa scrivere. In qualunque città d’Oriente la parola sarebbe un fiume in piena. Fu per questo che decise di partire (l’ultimo sussulto dell’Occidente: bombardare l’Oriente risvegliandone gli organi vitali. Tutti gli scrittori lasciarono i loro cari, le loro città, e si diressero verso est). Ora però era agente segreto e scrittore, cosa che richiedeva una postilla ai fondamenti della professione: l’agente scrittore è una spia nel corpo di qualcun altro dove nessuno sa chi sta spiando chi (uno scrittore non si preoccupa di successo o fallimento, ma soltanto di osservazione e ricordo).

 

Giunse a Doha in un tiepido giorno di fine gennaio. Il tempo stringeva e il suo piano di fuoriuscita era ancora in alto mare. Si arrestò lungo la strada. Un meccanico giapponese in tuta blu gli stava chiedendo informazioni senza accorgersi che lui non era arabo. Lo lasciò che ancora gesticolava e cominciò l’esplorazione nell’aria assetata del tardo mattino. Bevande per soli asiatici. Imbuto nero di negozi sanitari, elettricisti, attrezzi industriali. Concime. Polvere. Occhi sotto il velo. Coste e caste privilegiate. Miscugli afroasiatici. Concime. Polvere. Nel suq cabine di legno in cui uomini con la macchina da scrivere ricevevano lunghe file di analfabeti venuti a dettare le loro lettere, o suppliche, o insulti. Direzione suq mutata per improvviso interesse zona industriale (cemento di fianco alla sopraelevata). Tornò sui suoi passi e sperimentò leggere e distratte angolazioni su banche alberghi extramall lungomare (strada allargata lavori in corso). La passeggiata di colore lo condusse in un vicolo cieco. Nella notte si svegliò per la litania fluida dalla moschea, cupa acida inflessibile, che alla prima alba si unì al sogno del dormiveglia. Quelle voci lontane sono l’avvertimento feroce di un attacco nemico… ed ecco passò uno squarcio nel cuore e nelle orecchie sibilò l’aereo dell’invasione, cominciarono a piovere bombe, anzi nel cielo si trattenne l’attesa scolpita delle bombe, ma lo stesso tutti morirono e dalla moschea si alzò un’eco di mitragliatrici. In una nota manoscritta in auto-cancellazione il Comando confermò la prima impressione. “Moriranno tutti e le stelle si spegneranno una dopo l’altra”.

Fu in quei giorni che Jack prese a riflettere su ciò che realmente vedeva. Un mosaico in frantumi a volte denso di sangue nero, a volte lucente di veloci intuizioni in grado di generalizzare. Sapeva condensare. Sapeva sintetizzare con un’unica pennellata milioni di parole, di fatti, di visioni, di ricordi, di ritagli, di perdite, di guizzi, di uomini, di fantasmi, di esangui ectoplasmi. Eppure allo stesso tempo viveva la dolorosa vertigine del non riuscire, dopo averli così succhiati, a risputare fuori questi inquilini a miriadi febbrili depositati nell’occhio, a srotorarli tutti in un solo sciame. Non aveva pazienza per ridettagliare il dettaglio. Lo sterminava nell’ellissi. Lo sussumeva in un atto mancato. In questo modo, simile alla vita, le pagine invece di aumentare diminuivano. La sua forza era esattamente nel carico pesante di questo formicolio inesatto…

Nel primo pomeriggio la popolazione di Doha scompariva tutta nel sottosuolo, oppure se ne stava silenziosa e inerte in superficie. E in quell’ora di vuoto, in cui il suo essere toccava le crepe ovunque della città, Jack usciva. Usciva a respirare la strozzatura infernale, la gola bruciata d’Oriente. Qualunque cosa o azione assumeva le caratteristiche dell’infiltrazione, trasformando il vedere stesso in deformazione professionale, vittima e carnefice dei diversi livelli d’appartenenza alla realtà. Anche ora, da solo in una città che gli teneva testa per consuetudine all’indifferenza, sentiva il proprio corpo tendersi in un gelatinoso tentativo di ramificazione. Forse l’inazione gli avrebbe permesso di vederci meglio…

Il Comando interruppe l’eroica riflessione strepitando che Bangkok era tutt’altro che un caso chiuso. Ormai la luce era filtrata e la città si dimenava in un bianconero che la stava corrodendo nelle fondamenta. Bisognava evacuare.

Jack si ritrovò a Bangkok sotto una pioggia battente. Tutto intorno viaggiava esile fitto catrame nero e in mezzo saettavano raggi traslucidi, mentre i mattoni rossi delle baracche premevano contro il cielo. L’aria si fece irrespirabilmente frenetica. “Fai presto Jack se non vuoi svanire nel modo della vecchia penna” (rimase sconcertato mentre la pelle si induriva raggrinzita. Erano anni che non riceveva quell’ordine. L’ultima volta che il Comando gli impose di dirigere un’evacuazione, finì l’inchiostro dieci venti trenta cento volte per firmare i documenti d’espatrio. Comunque questo significava solo una cosa. La fine a caduta controllata aveva ripreso a premere verso il basso e il suo compito era di accelerarla. Evacuazione significava dare un corpo a tutti i fantasmi).

“Non tutti si salveranno, Jack”. Strinse i pugni e cominciò il lavoro. Fermenti lattici non più vivi di quanto si creda di esserlo una o due volte nella vita. Occhi d’acqua. Liquido ovunque di mani che sparivano durante l’assegnazione dei posti. Firmate lo stesso. Firmate e andate. Fece passare ombre e più spesso riflessi lontani. Qualcuno sorrise e gli scivolò via il sorriso. Mai esagerare. Fece passare un esercito di corpi in dissolvenza. Le navi salparono prima di affondare per sempre nell’aria leggera, con quell’equipaggio di molluschi che ondeggiavano circospetti, timorosi di toccarsi e vedersi sciogliere nelle ossa. Non dimenticò nessuno e usò l’ultimo dolore per fare rapporto in polvere di parole. “Penna svanita. Perdite contenute. Parto”.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [6]

gennaio 13, 2012

Grozny era un ricordo sbiadito quando dall’alto riconobbe gli occhi scaltri sottili di Bangkok. Soffice discesa, striature di metallo ai lati, cos’altro aggiungere, alla Terra, oltre a questo puzzo cronachistico. Si fa la guerra, si conclude la pace, non c’è ragione per questo freddo né per questo silenzio. C’era una volta un’arte decaduta che lasciava tracce di sé negli occhi delle persone. Il mondo è già filmato. Il mondo è sempre passato. Ricordò una luce a Osaka oltre cui si vedeva questa stessa morte bella uscire nera dai forni, mentre i volti delle famiglie formavano una linea sottile fra l’orizzonte e la collina. Porte scorrevoli, la famiglia in cammino su un ponte lento vibrato da un vento silenzioso. Uno dopo l’altro sfiorano l’altezza, lo sguardo perso lontano. Alle spalle la ciminiera brucia di dolce morte.

Vedendolo intento a scrivere, qualcuno sorrise. Bangkok era il sorriso attonito di uno stridore metallico che trascinava i corpi dei viaggiatori in entrata. Il groviglio dei binari pulsava su ogni lato e il primo piano procedeva a tentoni. Chiunque, anche i più scaltri e consapevoli, venivano sopraffatti dalle conseguenze della vita reale, ma in questo modo non avrebbero mai passato la frontiera. Jack allora vuotò la mente e vide un mostro d’argento. La città che resisteva ai visitatori. Cambiò quadro e si concentrò sulla missione. “Risolvere la questione del varco di sole e della ragazza di luce”. Gli ordini erano chiari, la soluzione difficile. Per ora programmò mentalmente di prostituire più donne possibili e attendere che lo sfinirsi dei corpi aprisse una crepa nel buio. Comunque sempre allarme rosso, dedusse. Si misura così la distanza di ciascuno da tutti.

La ragazza di luce di solito compariva al crepuscolo, la mano molle sui capelli e il seno morbido intravisto appena. Questa ragazza tenue e rosa che aveva avuto il coraggio di rifiutare la bella stanza arredata, un figlio da accudire, il negozio da abbellire, l’immagine dell’immagine di sé quel dato momento. Brutta storia. La sua soffice sapienza di donna liberava raggi solari sulle linee verticali dello scheletro grigio della città. La popolazione toccata dalla luce impazziva, non più capace di sostenere il ronzio della distanza (ricordo fulmineo inatteso dell’inglese ambasciatore a Pechino che scambiò il sesso ambiguo di una farfalla per amore eterno. Tirò fuori il suo taccuino. All’indietro. Soffio duro scuro della penetrazione senza volto. Il canto diffonde soave mister e madame farfalla. Muscoli, e un pene fra le grate gelide. L’ultimo spettacolo sarà per te cinanale, leggero e incerto zigzag d’insetto).

Nello scricchiolio degli arti ferrosi la ragazza sollevò gli occhi a planare oltre la scossa. Bisognava fermarla. Jack attese sul bordo del precipizio. Guardò nel fondo. Bianchi mostri alati lenti sull’asfalto. Farfalle su trampoli guidate dal veliero bianco. Nell’aria pioggia di ostie e fiori di loto, a destra rotanti sfere di metallo dorato, oltre il confine echi di guerra. A quel punto gli dissero solo di aspettare. Occhi di plastica, colori falsi e nazionalità inesistenti, grandi ali forate, scratch dell’insetto mixer. Lontane voci di medusa sbiadita sembravano incontrare il vento sull’orlo (lei lassù, leggiadra, capelli mossi piano piano).

Elaborò una prima contromisura. Servirsi di tassisti confidenti. Uno entusiasta in fuga dal Bangladesh gli indicò l’afflusso di prostituzione russo cinese thai. Fontane al neon, piedi nudi sullo xilofono. Il canto della ragazza piegava il mondo in una curva incerta. Cosa chiedere a tutta questa sospensione. Le farfalle saltarono sulle corde elettriche. Il funzionario palpebre sbattute gli passò una nota: “Far credere a tutti che la vita sia un carnevale”. Jack lesse fra le righe e iniettò il nuovo virus (piccole farfalle senza voce quanto ancora volerete cercando gli occhi dell’umano). Ci fu un riverbero ovunque, da Teheran a Dubai le donne gettarono via i niqab e applicarono sul volto maschere stilizzate con strisce di ferro sugli occhi e sulla bocca. La terra tremò. La ragazza di luce sbandò stupita e si sciolse in una inutile pozza verde. I contagiati ripresero la via di casa. Jack comunicò con il Comando. “Virus in circolo. Diffusione verso completamento. Parto” (Bangkok alle spalle in avvilente tremolio).

 

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [5]

gennaio 12, 2012

Si sforzò di rimanere sveglio. A Grozny sostava in campo aperto nell’incrocio fulmineo di pattuglie e cecchini (vecchio cappotto grigio, mani in tasca, spalla premuta sul muro pericolante). Più che guardare, registrava. Le immagini restavano come mappe che solo lui poteva decifrare. Ma un occhio interiore produceva altre immagini e le pallottole smettevano di fischiare e passavano leggere. Una sera più calma delle altre (solo brevi colpi secchi a scandire il silenzio), si fermò a pensare alla sua esistenza, ricavandone l’impressione d’un accumulo vittima di se stesso, testimonianza fragile d’un tempo portato via dal tempo. Vittima di un nuovo presente, un ripresentarsi d’occasioni perdute che ora pretendevano di rivolgersi all’avvenire (a un lettore futuro?). Jack sapeva bene che non sarebbe rimasto nulla di quelle parole in una città che gira con la Terra. Il veleno che percepiva ramificarsi intenso stava proprio in questo ‘a venire’. Cioè, nella sua assenza.

Guardò questa guerra. Perduto nella condanna d’essere sempre troppo vicino allo spettacolo, al centro degli equilibri scossi dell’esistente, agente primario dell’intervento, Jack c’era completamente dentro, stretto nella malinconia per il vecchio caro non poter far nulla. Era escluso da ogni quotidianità, geloso di chi, davanti al televisore, delegava, tardava la scelta, perdeva l’occasione, intuendo appena il moto d’energia sotteso, ma che pure immaginava di avere un futuro, di essere lì un giorno e non più altrove. Lui invece non poteva perdersi (elettrica polvere di luce dietro l’angolo).

Neppure la pratica sistematica della previsione, requisito minimo dell’agente segreto, aveva a che fare con l’avventura più di quanto non l’avesse una bomba nella casualità delle persone colpite dalla deflagrazione. Si limitava a registrare conseguenze e incrinature, non più atti e durate. Ma non si creda di poter partecipare. Non ci si convinca che basti ricordare. Il diario era lì a dimostrare la sua ferrea decisione di agire nel momento stesso in cui aveva scelto di fermarsi e dimenticare. Non è l’arte il problema, ma la sua presunta memoria. A meno che non si creda nella comunicazione. Anni prima a Rangoon, rimasto solo per giorni senza possibilità di contattare il Comando (il Comando chiamava i rapporti comunicazioni e il contatto distacco), aveva seguito gli occhi smarriti di una donna straniera. L’aveva vista cadere e l’aveva vista rialzarsi. Senza conoscerla si convinse che era sua per sempre. Lei, piccola e coraggiosa, si inoltrò nella foresta. Cadevano foglie lasciando gocce di verde sulla pelle, mentre la corsa segnalava brani di cielo intermittente. Prima che sparisse la vide un’ultima volta aggrapparsi al piccolo ponte oltre il confine. Anche allora Jack falsificò ciò che non era comunicabile. La fuga e il turbamento, il desiderio nascosto dal dolore sul volto di una donna pronta a offrire qualsiasi cosa – la sua mano, i suoi spettri. Città del silenzio, donna in alto sospesa oltre i colori. Occhi dolci e smarriti, la separazione diventa vertigine e fuga. Sogni, ancora. Sentirsi piccola parte del tutto. Sentirsi piccola e coraggiosa. Volo arioso verso un po’ di libertà.

(continua)

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [4]

gennaio 11, 2012

Passò del tempo. Jack era giunto a non riconoscere più le immagini che ricordava. Jack aveva cominciato a scrivere un diario, tetra autopsia di un morto sul proprio corpo in dissolvenza. Scriveva, ma non riconosceva quei ricordi come suoi. Ne ignorava la provenienza. Si attestò fra i due sintomi e contrasse la malattia. Sentì la scossa di breve luce che incrinava il pianeta in una fuga lattiginosa.

Sussultò quando sopravvenne l’ultima regola, la regola segreta dell’agente segreto: nessuna parola significa realmente qualcosa (se non la sua immagine, ma è già svanita). Cercò di spiegarlo al funzionario del distaccamento di Hong Kong, mentre una nuova stirpe scivolava fra i palazzi piegandoli nel vento del passaggio e i tetti si curvavano fino a sfiorarsi e crollavano recuperando vertigine nel tempo sospeso prima dell’impatto (durante la caduta stridio di pallottole che fischiano fra le macerie). “Quei ragazzi corrono stravolti nella parola frantumata dall’interno, codice quattro allarme rosso”. Il funzionario lo guardò sbattendo le palpebre indeciso. L’istante successivo Hong Kong vide le sue acque diffondere malattie gialle e acide e il Partito chiamò Londra, “la rivolete?”, e a lui fu chiesto di sostituire la malattia gialla con il cancro nero. Jack non fece altro che spalancare le fogne sgusciando silenzioso nel sottosuolo. Seguì le tracce e trasformò il mondo, indefesso segugio delle profondità.

Non fu facile nascondere al Comando ciò che accadde là sotto. Giù nel fondo apparve da una goccia nera l’occhio curioso e innocente di una bambina d’altrove, con la sua gonnellina leggera turchese e le brevi gambe bianche nude ciondolanti nel regno oscuro. Cercava un’uscita fissa sullo spicchio di cielo lassù, le unghie di sangue rappreso strisciate sul muro. Ogni volta che cadeva apriva quegli occhi dolci e stupiti, ancora uno sforzo, si puliva piano piano le ginocchia e ritentava l’assalto al cielo.

Jack restò a guardare e l’operazione fallì. Fece un rapporto qualunque e venne trasferito a Shanghai, dove da giorni cadevano petali di fiori avvelenati e al posto della luce si usavano candele (le puttane e i loro clienti presi in una bolla d’ipnosi, si alza un canto triste sulla tavola imbandita). Chiuse gli occhi per dimenticare. Ogni amnesia divenne pagina del suo diario. Solo allora fu in grado di formare queste righe: Deboli fiammelle di candele bianche filtrano luce e buio sulle vesti pregiate e gli orli rifiniti delle donne schiave nella grande casa, le parole sono lenti detriti d’altri flussi di tanto tempo fa.

 

CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [3]

gennaio 10, 2012

Prima regola: l’agente segreto è una credenza popolare, una leggenda metropolitana. Il fatto stesso che lo si dica segreto misura la distanza fra le proprie convinzioni e la realtà. L’essere segreto si custodisce nella speranza che non sia vero. Ma è su tale speranza che l’agente deve agire perchè non venga mai denunciata la sua unica debolezza, cioè l’essere visibile a chiunque sempre, almeno quanto deve essere dappertutto e dappertutto in forme diverse. Segreto è sinonimo di visibile. E la visibilità è il primo irrinunciabile passo per acquisire segretezza. È necessario a un certo punto essere visti e proprio in quel momento procurarsi un fantasma di lato, occultare e occultarsi. Sbilanciare.

Jack comprese la sua intima natura di virus. Diffondersi in silenzio, mentire anche a se stessi sulla propria esistenza, contagiare, mantenersi incurabile, mimare una bellezza. Seppe qualcosa di sé solo quando gli fu chiaro che la sua casa era un posto qualsiasi oltre le linee amiche e nemiche e che i suoi rapporti sarebbero stati spediti a un Comando il cui primo obiettivo era di negarsi in quanto Comando. Si affannava per il quartier generale e non c’era nessun quartier generale.

Grozny invece sembrava risucchiata verso il basso da una bocca urlante sotterranea. Testarda, restava aggrappata alla superficie con lo scheletro traballante dei suoi palazzi svuotati (l’estetica del viaggio non farà parte del rapporto). Il collasso della superficie è la metafora perfetta delle fondamenta che scricchiolano. Ma Jack sapeva da tempo ormai che un mazzetto d’erba strappata al terreno non è detto che sia nata e cresciuta esattamente su quel terreno (da queste parti era vissuto ed era morto in prigionia un abate che aveva scoperto che i sogni non sono la causa, ma l’effetto del pensiero, spesso solo dell’immagine che li conclude provocando il risveglio)…

Seconda regola: quando si dice io, bisogna avere il coraggio di non sperare – per vanità o per puro bisogno – che lo scritto venga pubblicato, che l’io diventi pubblico. È il grande inganno della letteratura, la sua insolubile questione filosofica e quindi morale. Ma non avendo la filosofia mai risolto il problema della coscienza, se non ponendosi e ponendole delle domande, sarà dunque pur necessario impegnare la propria etica nella scrittura. Anche se le due linee dovessero convergere – un romanzo di natura filosofica è un obiettivo minimo – la battaglia che dovrà essere affrontata punto per punto sta proprio nella falsa coscienza della parola. Si individuino delle regole e ci si imponga di rispettarle. Se si fa la cronaca dettagliata di atroci sofferenze non si può pensare che solo in quanto scritte esse non abbiano poi un unico responsabile in colui che le ha messe sulla pagina. Non si menta a se stessi con l’alibi del flusso di coscienza, cioè non una tecnica letteraria ma, nell’uso comune – che è appunto ciò che attiene per etimologia alla morale – le prime cose che vengono in mente. Invece si dichiari apertamente la bellezza di alcune righe macchiate di sangue, quand’anche arrese al flusso. Si cessi piuttosto di mentire, si dichiari guerra alla menzogna.

Jack seppe subito cosa fare per prolungare la guerra. Grozny era un collage impazzito di sigle militari e paramilitari che non dovevano mai e poi mai non solo raggiungere un accordo, ma anche solo pensare alla possibilità di intavolare un negoziato. Lo seppe a tal punto da poter sperimentare il superamento della menzogna attraverso il medesimo processo speculativo con cui di solito si difendeva dalla morte tutt’intorno. Due negazioni a combattere per la medesima affermazione. Fingere di non essere il colpevole del dolore provocato e fingere di saper mentire, cioè di non vedere. Essere qui e convincersi di essere altrove.

Mentre il responsabile locale gli ricapitolava le forze in campo, fu attratto dal leggero battito di palpebra con il quale il volto di quell’individuo curvo e accigliato accompagnava ogni nominazione. Se si conosce una persona di un paese straniero, in che modo si può salutarla senza che la cultura acquisita su quel paese influenzi il tono del saluto. In che modo si può spiegare questa calma molle e sudicia del mio paese. In che modo si può motivare il semplice privilegio di star qui a scriverne, che è tale in quanto avvenuto prima ancora di ammettere il fascino di questo privilegio. Jack vide il futuro. Città d’Oriente spianate da ruspe gigantesche e risorte nella culla media e mediatica delle architetture globali. Ma dall’entroterra, dalle campagne e dai monti, avanzano lunghe file di un formicaio lontano, gli immigrati non mediali che vanno a depositarsi fra gli interstizi, nella curva spigolosa delle lamiere, accolti e come rifecondati dagli organi grigi della Città Nuova. Poi tutti assieme cominciano a spingersi, a dimenarsi, a strofinarsi, e si alza un fruscio di ali sbattute, di sibili salivari, di rantoli vocali. La città è nella morsa di un attrito devastante, e ne è ben felice.

Terza regola: tutta questa morte diffusa (occhi scuri di finestre senza vetro, buchi neri, griglie cieche sotto tetti piegati), non è abbastanza per sostenere di non aver visto quella donna killer alle spalle. Bionda, il sole in faccia, si accarezza con studiata noncuranza la ciocca di capelli sul viso leggermente rivolto al cielo. E il suo unico pensiero è ucciderti.

Anche la palpebra malferma di un funzionario comunica altro. Jack si accinse a un sospiro. L’immagine sapeva di essere stata, di essere già stata lì. Tutto il resto era il tempo all’interno del quale non si fa a tempo a raggiungerla. C’è un male intorno? Nella rincorsa non si dimentichi che per ogni possessione c’è un occhio spossessato e inabissato. Che è questo sbilanciamento – l’immagine veloce che fluttua e arriva prima – a non essere stato previsto dalle strutture del male (senza chiedersi perchè Jack scrisse sul bordo di un giornale raccolto per strada: non c’è alcun dubbio che nessuno, nessuno degli attuali – cioè del passato del presente del futuro – membri in vista della scena pubblica, funzionari o star, avrà un peso sul mondo se non quello di ammalarlo e sporcarlo del loro stesso anonimato).

Il tradimento era dunque solo un oblio precoce. Bisognava fare un passo in più. Bisognava rischiare. Jack cominciò a lavorare sull’invisibile. Prese distanza dalle cose (foto sgranata sul dekstop). Decise di operare contro se stesso. Rinunciò ai suoi saperi. Rinunciò a t u t t o quello che sapeva. Fece a meno degli affetti, cancellò amicizie e finì amori. Si vietò persino di ricordare il progetto intrapreso. Sperimentò una visuale in allontanamento. Dimenticò. Schermò…

Si guardò intorno. La Terra vegetava sfibrata e senza peso. Doveva pensarci bene, verificare la tenuta del suo corpo in una dimensione allentata, imparare a essere una cosa sottovuoto che fluttua. Decise di attendere ancora poche missioni…

(continua)