CHI HA PAURA D’AMARE JAMES L. BROOKS?

Certe volte le cose si sospendono, vicinissime alla vicenda che ne ha procurato l’arresto e in attesa del coagulo che nuovamente le addensi. Un falso movimento che si lascia alle spalle brevi intervalli, strane irregolarità, piccole zone franche conduttrici di altrettante storie possibili, di liminari tracce acustiche e pittoriche, come una sillaba che fa segretamente risuonare un verso…

In questo James L. Brooks continua a essere lucidamente minnelliano, evocando (invocando), della vita di ciascuno, lo spazio del sogno, cioè il prisma in cui si contorce il tempo, valicando e comprimendo tutte le scelte, grandi e minime, che da sole generano e declinano epoche mondi fantasmi. (In particolare quest’ultimo How Do You Know incrocia nel ricordo le verticali di New York da The Clock a On a Clear Day You Can See Forever: fragili e eccessive luccicanze notturne, incunaboli fantasmagorici e picchi di malinconia, atavica paura d’amare, ipnosi e derive nella città in attesa di qualcosa: un lattaio o un autobus che arriva troppo presto…).

Sideralmente lontano da tutto ciò che si conviene fare oggi o che si crede piaccia oggi al cinema. Massimo esponente di quella che ormai sembra una lingua morta (e se fosse una lingua impossibile?), un cinema di ariosa astrazione e di serena malinconia, fatto di passi maldestri, di vuoti che si spalancano impercettibili e che lasciano i personaggi a galleggiare mentre misurano la distanza impressa dal piede malmesso (si ricordi la strana danza che era il camminare per Nicholson nel precedente As Good As It Gets, qui prolungata negli intervalli in cui Reese Whiterspoon quasi giace in strada aspettando di decidersi a salire a casa di un uomo – che per inciso è anche il modo scelto da Brooks per governare questa sottovalutatissima attrice, la cui sorprendente personalità l’ha vista più volte confliggere con il regista e stupendamente impadronirsi del film, come sanno per esempio il Luketic di Legally Blonde o il Mangold di Walk the Line).

D’altra parte, in questo incerto e romantico via vai, tutto può cambiare (e, lo vedremo, tutto si può rigirare). Nella vita non lineare raccontata da Brooks ci si muove per arresti, che sono come quando muta la luce, o come quando ci ricordiamo di un fatto sotto un’altra luce. Sono miracoli minimi. Il quotidiano che per un momento smarrisce la sua ‘statica’ incontrovertibile e si dà a vedere (cosa che, su un altro piano, avviene anche alla sceneggiatura, modellata su ciò che resta della sit-comedy, che proprio e solo nel suo disinnesco ritrova il filmico).

Così la tipica architettura brooksiana di buio e luce e di entrate e uscite, si aggancia infine allo splendido inganno (splendidamente vero) del cinema stesso: se la camera non è accesa, per quanto ci si sforzi di ripetere la scena imperdibile appena accaduta, la realtà ha già deviato, sublime e sublimata nell’evento, e torta su se stessa, ri-recitata, non sarà più la medesima (la sequenza mirabile del re-take in ospedale, con suprema semplicità, sintetizza velocemente una complessità fatta del doppio e triplo transfert da una coppia all’altra, dal film alla ripresa, dal set alla finzione). Qui Brooks arriva all’ironica saggezza di un Hawks, ricordandoci anche che il film è sempre una manipolazione, e perciò non è la pellicola ma la realtà che fa irruzione, fra lampi, lacrime e magistrali scarti di piccole gigantesche intuizioni poetiche. (Un reale, come ricordava anni fa su queste pagine Daniela Turco, proprio scrivendo del Brooks di As Good As It Gets, la cui durezza e tenerezza è appunto nella sua impossibilità).

La voglia di tenerezza è custodita proprio nel doppio movimento con cui Brooks da un lato accede al mondo attonito e quasi trasognato e dall’altro accende l’ipotesi del vedere come avventurosa altalena fra l’avanzare e il ritrarsi dalla luce. In questo modo resta uno dei pochi capace di trattenere, anche solo nello spazio di un barlume, il margine tra noi e il mondo, la pelle profonda che ci divide e ci unisce, a volte mostruosa, a volte di incomparabile leggerezza (immagino che a Blake Edwards sarebbe piaciuto).

Tag: , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: