Archive for aprile 2011

CHI HA PAURA D’AMARE JAMES L. BROOKS?

aprile 30, 2011

Certe volte le cose si sospendono, vicinissime alla vicenda che ne ha procurato l’arresto e in attesa del coagulo che nuovamente le addensi. Un falso movimento che si lascia alle spalle brevi intervalli, strane irregolarità, piccole zone franche conduttrici di altrettante storie possibili, di liminari tracce acustiche e pittoriche, come una sillaba che fa segretamente risuonare un verso…

In questo James L. Brooks continua a essere lucidamente minnelliano, evocando (invocando), della vita di ciascuno, lo spazio del sogno, cioè il prisma in cui si contorce il tempo, valicando e comprimendo tutte le scelte, grandi e minime, che da sole generano e declinano epoche mondi fantasmi. (In particolare quest’ultimo How Do You Know incrocia nel ricordo le verticali di New York da The Clock a On a Clear Day You Can See Forever: fragili e eccessive luccicanze notturne, incunaboli fantasmagorici e picchi di malinconia, atavica paura d’amare, ipnosi e derive nella città in attesa di qualcosa: un lattaio o un autobus che arriva troppo presto…).

Sideralmente lontano da tutto ciò che si conviene fare oggi o che si crede piaccia oggi al cinema. Massimo esponente di quella che ormai sembra una lingua morta (e se fosse una lingua impossibile?), un cinema di ariosa astrazione e di serena malinconia, fatto di passi maldestri, di vuoti che si spalancano impercettibili e che lasciano i personaggi a galleggiare mentre misurano la distanza impressa dal piede malmesso (si ricordi la strana danza che era il camminare per Nicholson nel precedente As Good As It Gets, qui prolungata negli intervalli in cui Reese Whiterspoon quasi giace in strada aspettando di decidersi a salire a casa di un uomo – che per inciso è anche il modo scelto da Brooks per governare questa sottovalutatissima attrice, la cui sorprendente personalità l’ha vista più volte confliggere con il regista e stupendamente impadronirsi del film, come sanno per esempio il Luketic di Legally Blonde o il Mangold di Walk the Line).

D’altra parte, in questo incerto e romantico via vai, tutto può cambiare (e, lo vedremo, tutto si può rigirare). Nella vita non lineare raccontata da Brooks ci si muove per arresti, che sono come quando muta la luce, o come quando ci ricordiamo di un fatto sotto un’altra luce. Sono miracoli minimi. Il quotidiano che per un momento smarrisce la sua ‘statica’ incontrovertibile e si dà a vedere (cosa che, su un altro piano, avviene anche alla sceneggiatura, modellata su ciò che resta della sit-comedy, che proprio e solo nel suo disinnesco ritrova il filmico).

Così la tipica architettura brooksiana di buio e luce e di entrate e uscite, si aggancia infine allo splendido inganno (splendidamente vero) del cinema stesso: se la camera non è accesa, per quanto ci si sforzi di ripetere la scena imperdibile appena accaduta, la realtà ha già deviato, sublime e sublimata nell’evento, e torta su se stessa, ri-recitata, non sarà più la medesima (la sequenza mirabile del re-take in ospedale, con suprema semplicità, sintetizza velocemente una complessità fatta del doppio e triplo transfert da una coppia all’altra, dal film alla ripresa, dal set alla finzione). Qui Brooks arriva all’ironica saggezza di un Hawks, ricordandoci anche che il film è sempre una manipolazione, e perciò non è la pellicola ma la realtà che fa irruzione, fra lampi, lacrime e magistrali scarti di piccole gigantesche intuizioni poetiche. (Un reale, come ricordava anni fa su queste pagine Daniela Turco, proprio scrivendo del Brooks di As Good As It Gets, la cui durezza e tenerezza è appunto nella sua impossibilità).

La voglia di tenerezza è custodita proprio nel doppio movimento con cui Brooks da un lato accede al mondo attonito e quasi trasognato e dall’altro accende l’ipotesi del vedere come avventurosa altalena fra l’avanzare e il ritrarsi dalla luce. In questo modo resta uno dei pochi capace di trattenere, anche solo nello spazio di un barlume, il margine tra noi e il mondo, la pelle profonda che ci divide e ci unisce, a volte mostruosa, a volte di incomparabile leggerezza (immagino che a Blake Edwards sarebbe piaciuto).

W IL 25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE DAL FASCISMO

aprile 25, 2011

Ecco cosa succede ad abbassare la guardia (l’orrore indicibile qua sotto al Pigneto di Roma pare sia stato rimosso). I codardi riescono sempre dalle fogne. Meglio stare pronti.

E se invece si è trattato di operazione situazionista (del tipo Marchionne come Hitler), mi pare che non siano più questi i tempi dell’estetica, ancorchè così raccapricciante e ambigua.

Comunque. Stamane corteo. Non sono iscritto a niente. Ma da oggi mi sono iscritto all’ ANPI.

Sappiamo grazie a chi questi topi di fogna hanno rialzato la testa, ma a parte le responsabilità di chi da vent’anni buoni cancella la memoria e la dignità del nostro Paese, poichè ormai sono tra noi: prepariamoci.

L’Italia è antifascista.

PER VITTORIO ARRIGONI E PER LA PALESTINA

aprile 15, 2011

Lo schifo – non infine o alla fine, ma all’origine: connaturato – che bisognerebbe avere per le parole. L’orrore, l’orrore che dovrebbe condurti a provarle tutte, fino a smettere. L’odio e il disprezzo per chi quotidianamente intralcia questo tragitto e non sa quanto solo il silenzio avvicini la vita. Così per la parola viene più facile il surrogato – cui essa stessa inclina, ma è per tale dolore che si prova a risalire la china: giornalismo e spettacolo aggiungono fango al fango: l’ignoranza mostruosa sui moti mediorientali, che ridicolmente diventano primavere e gelsomini, per far capire cosa.. a chi.. : Hamas che è alleata di Al-Qaeda (chi?), e poi ora non più, perchè vicino ad Al-Qaeda è invece un gruppo di assassini salafiti che ammazzano Vittorio Arrigoni. E avanti così di distorsione in distorsione. Scriveva Gadda: “Se avessi un tantino di giudizio, mi dovrei preparare a quel ristagno definitivo della lingua, voglio dire della penna, che è nell’ardore de’ miei voti: a quel silenzio, che farà la migliore delle opere”.

Ma un uomo che ha combattuto e un popolo che combatte solo nel notiziario saranno dimenticati, non nel cuore di chi ha memoria.

Ciao Vittorio

Palestina libera

PS:

Vittorio scriveva qui  http://guerrillaradio.iobloggo.com/ rileggiamolo.

CHI HA PAURA D’AMARE JOHN CARPENTER?

aprile 12, 2011

 

Chi ha paura d’amare John Carpenter? Probabilmente chi non ammette che il cineasta vero lo si vede sempre nel film su commissione e se possibile a basso budget (anche se non ammettere questo volesse dire mancare del tutto uno dei più grandi di sempre come Howard Hawks e il suo più decisivo erede come John Carpenter). E sicuramente chi non sa che al cinema per ‘film minore’ non si intende meno riuscito o sottotono (se non nel bla bla bla accademico medio mediatico mainstream), ma segreto, opaco, misterioso, una variazione seducente di temi già affrontati, una bruciante sottolineatura, una necessaria messa a fuoco, un’incursione tanto apparentemente laterale quanto cruciale e centrale. (Visto che sono quasi lo stesso film, è affascinante notare qui che a Carpenter in The Ward riesce con luminosa naturalezza ciò in cui, pur forse desiderandolo ardentemente, fallisce del tutto lo Scorsese di Shutter Island: ossia essere finalmente Hawks più Jacques Tourneur più Joseph H. Lewis, ma mascherato nel vibrante chiaroscuro del b-movie. E Carpenter ci riesce perchè ha nell’umiltà e nell’assoluta anarchica assenza di senso di colpa verso l’immagine due doti che Scorsese o non ha o ha smarrito).

Intanto anche qui stupisce l’afflato minnelliano – nel ricordo di The Cobweb – non tanto per il sistema paranoico, la terapeutica del disegno e la trama adolescenziale, ma per quel calore e per l’attenzione alle materie da plasmare, dove la tela (del quadro e del ragno) è sí essa stessa premonizione dell’incubo, ma anche paradossale stilizzazione del principio barocco (come per Brooks la sit-comedy anche qui lo specchietto per le allodole è la sponda di genere, l’horror), che si ossessiona a non essere una copia,  sempre pronto, prima di scendere in picchiata, a sorvolare (la retrodatazione agli anni sessanta e a un evento scatenante negli anni cinquanta è un altro indizio del lavoro malinconico sul tempo). Con incredibile sapienza Carpenter accarezza il vuoto e anzi spinge l’addensamento schizofrenico inconscio originario (che è sempre delle immagini) alla sua riconquista, perimetrandolo e ri-finendolo con le lunghe carrellate nei corridoi e con gli inserti notturni e al neon di stanze, vetrate e sottoscala. Un autentico film nel film, il cui obiettivo dichiarato sembra il non darsi a vedere, visto che a vista ci sono già le personalità multiple, le quali giocano e danzano il gioco pericolosissimo di arrivare all’occhio e rimanerci (bellissima, e rivoluzionaria anche per Carpenter, la sequenza del ballo delle ragazze interrotte interrotto dal temporale).

L’intersezione dei piani, davvero un’intelaiatura visionaria, così attenta, nell’alternarsi del medio e del totale, a torcere la bolla temporale psicotica fino ad assestarla nel cuore di una filmicità che si credeva perduta, contraddice di continuo l’ovvietà della commissione (sarò sincero: non riconoscere in questo il cinema che più amiamo, autonomo folle isolato romantico rarissimo, è un gigantesco peccato). Come nei sublimi titoli di testa, l’immagine qui è un vetro in frantumi che cola brani d’altre immagini dal passato, riducendosi via via a schegge, gocce, filamenti, che tuttavia funzionano come risonanze e ritmi fissati nel tempo e nello spazio (è tale ossessione per il filmico che fa di Carpenter tutto tranne un regista di genere).

Carpenter, come Hawks e Minnelli, sa che dal film, mentre si fa, più che entrare, bisogna saper uscire (altra cosa che difetta a Scorsese). E allora ciò che conta non è il racconto ma il racconto delle intensità che conducono l’immagine a respirare. Fra eccesso e controllo, il distacco da sé, è ciò che dell’identità è così difficile a toccarsi e a riconoscersi (do you remember the thing?), che sia la poderosa macchina identificante del cinema o quella funerea della scrittura, entrambe tuttavia vicinissime a scuotersi nell’esperienza della mutazione e della morte.

IL PROSSIMO VILLAGGIO

aprile 8, 2011

A maggio esce il mio libro di racconti intitolato IL PROSSIMO VILLAGGIO.

Qui sotto il booktrailer di lancio.

THE OTHER SIDE OF THE WIND

aprile 5, 2011

Inediti ovvero quello che non vedremo mai. Per esempio questa opera ultima di Orson Welles, di cui esisono brevi lancinanti frammenti, mentre il resto è bloccato da mille peripezie giudiziarie sugli aventi diritto.

Sinceramente non c’è nient’altro che vorrei vedere.

ORDINE PUBBLICO (E ALTRE PSICOGEOGRAFIE)

aprile 2, 2011

Avrete visto tutti la contestazione dell’altro ieri a Roma davanti a Montecitorio nei confronti di Ignazio La Russa. E’ interessante notare che ne sia nata una polemica con Roberto Maroni sintetizzabile nella domanda: come mai le persone sono arrivate fin sotto la Camera (ovvero: dov’era la polizia che Maroni si diverte tanto a sguinzagliare per tutto il centro storico di Roma?). Ora ve lo spiego io.

Per chi conosce la zona e le strade limitrofe, se fosse passato lì alla mattina avrebbe trovato la seguente situazione: ogni entrata verso Montecitorio bloccata da una camionetta blindata. Ma non solo le strade con l’imbocco diretto, anche alcune intorno: per esempio Via dei Bergamaschi, che unisce Piazza di Pietra a Piazza Colonna (con gran sollazzo dei negozianti, che ormai subiscono periodicamente questo autentico coprifuoco, visto che a nessuno era permesso passare di lì, neanche se dicevi di voler andare all’ottico di fronte…). E come mai? Perchè c’era una manifestazione di un bel gruppo di abusivi provenienti dalla Campania, i quali protestavano perchè una volta ricevuto e pagato il condono, il governo comunque pare che ora non gli permetta di costruire…. Alla domanda posta a un poliziotto su cosa stava succedendo, la risposta è stata: “C’è un sit-in di abusivi napoletani e fanno bene a protestare” (sic!).

Dunque il coprifuoco dura circa cinque ore. Passate le quali, e conclusasi la manifestazione, tutti i poliziotti spariscono, perchè 1)Il turno è durato pure troppo 2)Nessuno gli pagherebbe gli straordinari per la manifestazione successiva, che viene fra l’altro organizzata e autorizzata in fretta e furia, tanto quanto improvviso risulta essere stato il blitz del governo…

Le persone che accorrono non trovano nessuno a fermarle e finalmente possono esprimere la propria rabbia assediando il potere. Civilissime, fra l’altro, paragonate al provocatore La Russa.

Morale: due coprifuochi al giorno sono troppi pure per Roberto Maroni.

PS:

Ringrazio F.M. per avermi segnalato il tutto.