DIARIO 2010 (IV)

Settembre-Dicembre

Non so più come dirlo. Da circa dieci anni negli Stati Uniti i veri capolavori sono le serie tv. E lo sono non tanto per purezza d’invenzione e di scrittura (che non lo sono mai, pure), ma per l’intuizione con cui attingono libertà dal piano industriale che fu della Hollywood delle origini e poi di quella degli anni Trenta e Quaranta. Si prendano The Wire e Mad Men, cioè rispettivamente Baltimora oggi e New York anni Sessanta: due immense pinacoteche che al collezionismo uniscono l’interpretazione, all’affresco la rielaborazione, alla dinamica industriale lo slancio sperimentale. Qui dentro ci sono Griffith e Allan Dawn, Hawks e Ford, Wiseman e Siegel, Pynchon e Lynch. Con in più, nel fondo nero seriale, il segreto desiderio che l’immagine continui a bruciare, che il racconto non smetta di ricominciare. L’intensità (di nuovo) malinconica del sapersi sideralmente postumi tanto quanto vanamente profetici: che è lo stato in moto di tutti gli spettatori: l’eterno ritorno del narrare (e si sa, da entrambi i lati del nastro, si aprono altrettanti abissi). Sia chiaro, il contrario dell’essere fiduciosi. Qua si lavora sui margini, o meglio, come direbbe Derrida (che alla seria serie dei serial si sarebbe appassionato) su ciò che resta del fuoco.

Ottobre

Vedo: The Expendables di Stallone (mutante, di finissima auto-ironia, fatto e rifatto di chirurgia plastica, di muscoli esacerbati dalla troppa eplosività, eppure di strana saggezza, di affascinante perspicacia da vecchia scuola); The Mistery Disk di Lynch (reperito per caso su youtube, con Lynch stesso che improvvisa parole al contrario, esibendosi in una danza asincrona, un rap dinoccolato su un palco bianconero a metà fra Eraserhead e Twin Peaks, mentre gli si affollano intorno strani oggetti e donnine suadenti, come se tutte le sue escrescenze visionarie fossero infine rientrate in lui dotandolo di un’energia aliena della quale ancora non è perfezionato il controllo); Killers di Robert Luketic (che si conferma regista opaco: quanto più sembra appiattito sui fatti facili e ripetitivi di tutte le sceneggiature, tanto più ne estrae ombre e fantasmi).

Novembre

Mistérios de Lisboa di Raul Ruiz. Un film e una serie tv (da Camilo Castelo Branco, già indagato da de Oliveira per il suo capolavoro Amor de Perdição). Caro diario, posso dire il film più bello di quest’anno? Sono mesi che aspetto di scriverne. E ora è difficile trovare le parole giuste, perché dovrebbero provare a avvicinarsi non tanto all’immagine ma al respiro del film, la cosa strabiliante che è riuscita a Ruiz, filmare il respiro (di un’epoca, delle sue dame e dei suoi cavalieri, dei suoi amori e delle sue vendette), scivolati e insieme mimetizzati in una complessa teoria di piani sequenza, spogliati però d’ogni virtuosismo, uno due tre finanche quattro movimenti che si innalzano e si intersecano e sempre naturalmente atterrano in un fiato, cullando e al tempo stesso squilibrando il mondo, o meglio sognando nuovi equilibri, facendo del ricordo l’avventura della digressione e orlando ogni piega di una diversa luce e di una differente ombra, ben sapendo Ruiz che il feuilleton è un labirinto, un organismo fatto di altezze irraggiungibili e di bassezze inimmaginabili (anche Ruiz – che dichiara: “Nel feuilleton puoi incontrare in un solo giro Balzac e della merda” – come Derrida amerebbe le serie tv Usa: ma nel suo caso c’è da scommetterci che già le conosce), sedotto da ciò che la labilità della memoria sempre sottrae e aggiunge all’inesistenza del presente.

Dicembre

The Social Network di David Fincher.  A rischio di apparire ossessivo, mi appunto qui la battaglia politica più urgente: non esiste il tempo, non esiste il presente, non esiste l’attualità. Una sola luce – cupamente calata su uomini e cose e reti come fa Fincher – è in grado di smascherare l’illusione del vivere, o più tragicamente, come fa la nostra epoca, la credenza di vivere ora. Salvo poi accorgersi a ventidue anni d’essere già vecchi, ma senza la saggezza e l’immensa meravigliosa gioventù che c’è nella vecchiaia. Il buco nero raccontato da Fincher – sempre più sorprendente per glaciale capacità di tramare alle spalle delle cosiddette novità, mentrre magari fluidifica in un sol colpo l’Hawks anni Trenta col Ford anni Quaranta – è la corsa maldestra di una vita fatta per interposta interfaccia e interposto tribunale, dove poco a poco il nostro protagonista e il nostro sogno di protagonismo prosciuga i cuori e finisce, in attesa del prossimo aggiornamento di status, per perdere anche la parola, o per ritrovarsi neonati (Benjamin Button) o invischiati in un’altra rete più grande senza nome e senza soluzione (Zodiac, su cui faccio ammenda, accorgendomi in ritardo che è uno dei film più importanti e incompresi degli ultimi anni). Dunque: siete tutti in cerca di un profilo? Di un posto al mondo? Di un vostro tempo? Ma il tempo è al massimo un’andatura, un tono (seriale, per di più). La questione è la conquista dello spazio (come genialmente sa Fincher che a un certo punto, nell’andirivieni temporale dei processi a Zuckerberg, azzera la consequenzialità, e rintraccia una traccia celibe senza più tempo, quando nel momento di maggiore cecità sembra proprio di vederci qualcosa).

Mistérios de Lisboa di Raul Ruiz

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