DIARIO 2010 (II)

Marzo

Vedo, recuperati, Frammenti elettrici n. 6 – Diario 1989. Dancing in the Dark (2009) di Yervant Gianikian e Angela Ricci-Lucchi, che scorrono come un album ingiallito immagini girate vent’anni prima, in giro per le Feste dell’Unità in Emilia e in Romagna, subito prima la caduta del Muro. E non ho mai visto aprirsi, tranciante e sottile, ipnotico e allibito, un tale abisso. La cinepresa, segreta, come nascosta da una tenda invisibile, ai piedi dei palchi, o accecata dai riflettori, o intermittente fra teste e volti, sceglie non i dibattiti, ma i balli, le danze di gruppo, le esibizioni miste, fra vecchia balera e balletti post-flash-dance, i concerti, centinaia e centinai di anziani che osservano lo spettacolo: e tutto tutto tutto va in rovina, senza che si possa fare o dire nulla, come fosse già rovinato, e non è che l’ultimo barbaglio di un’illusione: la scomparsa di un’umanità e l’umanità terribile della scomparsa.

Aprile-Maggio

Due cose immense: le puntate finali delle serie tv Dexter (quarta stagione) e Fringe (seconda stagione). Non tanto per l’ipnosi seriale che sempre si assapora, soprattutto nel climax ascendente della fine (che magari è un rilancio o un arrivederci), quanto per la simile frattura etica, giocata sul raddoppio psicanalitico di una scrittura medusea che riannoda tutti i fili e insieme li intorbida. Se ti sentivi sicuro, ora ti manca la terra sotto i piedi, se ti eri identificato, ora scopri che non c’è identità, che anzi la narrazione è sempre la ricerca dell’identità, e a te non restano che le ferite, lo specchio nero in cui rivedi il medesimo collasso, la paura. (Per inciso, e per rimanere al grande J. J. Abrams di Fringe, finisce anche, alla sesta stagione, l’altra sua creatura Lost, la cui ultima puntata, a parte qualche trascendentalità di troppo, ha il pregio di disporre linee e tracce e varianti e aperture e inconclusioni, che mandano all’aria il puzzle, giustamente e più di quanto già non fosse disseminato. Ci vorranno vent’anni per un’altra serie così).

Attorno a questo ruotano anche le uniche due stagioni concesse a Joss Whedon (già creatore di Buffy l’ammazzavampiri) per il suo sorprendente Dollhouse (di cui dirige pure tre episodi). Ciò che siamo è in realtà il surrogato di un miscuglio d’identità immaginato da qualcuno che a sua volta prolifera di anima in anima. Con in più, e grazie alla splendida protagonista Eliza Dushku (ma nel serial è fondamentale pure l’apporto di Olivia Williams, questa scoperta british erotica ambigua tormentata già vista nel ruolo di spia in The Ghost Writer di Polanski), il tentativo di incunearsi anche sul piano strettamente narrativo (che, lo ripeto, nelle serie tv è l’unico piano filmico), con due puntate in coda alle due stagioni che anticipano il futuro, spiegando anche il presente, e sintetizzando forse altre tre stagioni (e infatti HBO si rifuta di mandarle in onda perché rivelano troppo!). In ogni caso, annotiamo senz’altro: seguire Joss Whedon.

Vista anche la miniserie The Pacific, scritta e prodotta dal duo Steven Spielberg-Tom Hanks, una sorta di romanzo d’appendice sulla guerra nippo-americana nel Pacifico, didattico in maniera entusiasmante, capace di confrontarsi col Malick di La sottile linea rossa, senza forse quel magistrale istinto sonoro, dove tutto, sangue e vita, sembra colare via, ma con una precisione e una forza epica, che rendono giustizia anche del malfermo Saving Private Ryan. Ma, diciamolo, qualunque cosa Spielberg tocchi negli ultimi otto anni, si trasforma in un gioiello.

Maggio

Recupero: Visage di Tsai Ming-liang. Mi colpisce moltissimo per come svolge in apparente naturalezza una concezione complessa stratificata disarticolata, fondata com’è, fra l’altro, sulla rimessa in circolo di una famiglia ideale, di un progetto romantico e segreto di filiazioni e di genealogie (su tutte: Jean-Pierre Leaud-Lee Kang-sheng… ma poi Fassbinder, Pasolini, Antonioni, Truffaut, Jean Moreau, Fanny Ardant). Anche qui (lo scriveva anche Daniela Turco un anno fa) c’è una Medusa: Laetitia Casta, che è come se la si vedesse per la prima volta, fredda e romantica, a fare delle immagini pietre accecanti, che quanto più si stagliano, tanto più avviano la metamorfosi.

Vedo (al Marché di Cannes): quello che mi sembra, fin d’ora, uno dei più bei film di quest’anno, About Her Brother del giapponese Yôji Yamada, uno che ha girato oltre settanta film dall’inizio degli anni sessanta (tanto per ribadire che nulla sappiamo). Semplice, chiaro, straziante. Con una delle più belle morti mai filmate. E una poetica di piccoli passi, di brevi segnalazioni, che a poco a poco si accumulano e si intensificano, sfociando in un’ora almeno di spaventevole bellezza, dai requisiti ozuiani, che non calca su nulla, filma e basta.

Maggio-Giugno

In attesa di parlare dell’ultimo grande Raoul Ruiz Mistérios de Lisboa (sarà a San Sebastian: basti sapere, per ora, che è il punto più alto raggiunto dal cineasta cileno), riesco finalmente a vedere un suo film tv per l’INA che, ai tempi della Retrospettiva organizzata da “Filmcritica”, non eravamo riusciti a scovare: Petit manuel d’histoire de France (1979). Una storia di Francia fatta attraverso un repertorio di film (maggiori e minori: Rossellini/Luigi XIV, Gance e qualche sconosciuto) e di ricostruzioni tv, con fuori campo dei testi letti da alcuni bambini. Affascinante il modo in cui il montaggio (di Valeria Sarmiento), riesca a trasformare il tutto in un’atmosfera alla Ruiz: la Storia fatta da un alchimista (bella la citazione iniziale da “L’età del ferro”), come un labirinto di formati.

Giugno

Lady Blue Shanghai di David Lynch. Apparso solo in rete, questo corto di quindici minuti circa, è in realtà uno spot pubblicitario di una borsetta (da cui sprigiona luce aldrichiana), commissionato a Lynch da Dior. Fuga di donna a Shanghai. Immagini smarginate, che perdono contorni sbavando colori (nello stesso set l’episodio Tombée de nuit sur Shanghai, dal film collettivo O estado do mundo, firmato Chantal Akerman nel 2007, si allucinava similmente, perdendo orientamento, sulle fughe di luci e immagini dei maxi-schermi pubblicitari), molto vicine ai nudi bucati mutilati decapitati che Lynch fotografa in bianco e nero (qui come corretti a olio, fusi di colore). Suadente (pure troppo) sollecitazione che incurva tutto, anche la pelle blu della borsa (ricordare scatola blu di Mullholland Drive), da cui erutta il misterioso fascio di luce. Ovunque porte e tende e pezzi di mondo che si afflosciano, ansiogeni e anfibi, fuochi che camminano con me.

Visage di Tsai Ming-liang

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