DIARIO 2010 (I)

Gennaio

Avatar, cioè: This is It. Così è, quando si comincia subito ritardandosi e attardandosi su un film che non ti aspetti (al punto che non sai come scriverne): ne arriva un altro, che ricuce la smagliatura e rilascia, attraverso quel pezzetto di filo, un bel po’ di parole. Perciò This Is It di Kenny Ortega si guadagna una citazione nei migliori film 2009, ma la scrittura è tutta per il capolavoro di Cameron. Eppure, se si dovesse fare un esempio per definire l’Avatar, nulla sarebbe più sideralmente esatto di Michael Jackson, dinoccolato e quasi svitato (separato dalla vita: s-vitato; o separato in vita: dal bacino in giù le gambe roteano e si attorcigliano da sole, affrancate non solo dal resto del corpo, ma dalla gravità tutta; ecco, infine, un vero giro di vite!): per nulla mutante, ma donatore naturale di silhouettes sublimi e subliminali, che si accendono e si spengono come micce, alla scena del mondo, essenze di luce e d’ombra, che anticipano e alludono vorticose velocissime un numero troppo grande di vite, cui non bastano il gioco degli schermi e dei duettanti (ballerini e musicisti), né il fascio stroboscopico, né il braccio meccanico che porta su su Jacko nel suo fantastico dolly, né il falso allineamento del palco, né gli zombi replicati uguali uguali al videoclip di Landis, né i bad men ripetuti, cui all’epoca prestò l’occhio (quando credeva ancora nel suo allungo oblungo, ben prima di Kundun) Scorsese, né la ricerca della nota che suoni proprio come nel disco: perché solo lui, Jackson, la sente, con chissà quale zona di sé, già spiccato il volo altrove (e che l’oscuro Mabuse, inquietante strisciante padre padrone psicanalitico, regista del concerto di cui si fanno le prove, Kenny Ortega, sembra saper gestire e mesmerizzare, o almeno così il tenero Jackson gli lascia credere, visto che anche Kenny non è altro, infine, che una delle sue innumerevoli emanazioni).

Febbraio-Marzo

Ad ogni modo, confermo che i film più belli si misurano sulla capacità che hanno di far-si mancare le parole (perché le includono come segni di una lingua sconosciuta). E che proprio su questa voragine si installano, prendendo le distanze e trovando la distanza giusta. Polvere portata via dal vento in ciò che resta della detenzione e della resistenza. Lettera che si cancella, faldone paranoico in cui la verità si nasconde fra le righe cupa e ancora ventosissima. Rispettivamente Invictus di Clint Eastwood e The Ghost Writer di Roman Polanski (apriamo subito parentesi, su Polanski, dicendo che il suo film sembra riuscire, fra l’altro sembrandone qui e là una sorta di doppio opaco, in tutto ciò che manca Shutter Island di Scorsese, dove il film in lotta con la regia e la regia in lotta col film finiscono per esplicitare ogni anfratto, mostrandosi ben oltre il consentito (dico per uno che sa quanto di urticante e di infuocato c’è nel classico), dimenticandosi che l’immagine è il mistero, non la sua sceneggiatura paranoica, cioè non riuscendo più, Martin, a far coincidere i propri sensi di colpa con la forma liquida dell’occhio, ma accontentandosi dell’ossessione del contenuto: e questo nonostante la sempre più affascinante e magnifica parabola di Leonardo Di Caprio, che pare addossarsi anche quello da cui Scorsese ormai rifugge, quel sacrificio e quella follia che stanno sempre insieme in qualunque singola immagine e che, per esempio, sembrano molto più in grado oggi di arrischiare, non a caso incompresi, il suo ex-compagno di viaggio Paul Schrader e soprattutto il geniale Coppola, tanto per limitarsi a una certa generazione).

E allora Nelson Mandela /Morgan Freeman è l’unico grande ghost writer della terra e della Storia africana (da questo momento temporale in cui scrivo, fa tremare le vene ai polsi, in fatto di rivelazione fatale e malinconica della verità, cioè del suo meraviglioso smarrirsi per darsi a vedere, l’inquadratura breve e lancinante, di uno massimo due secondi, durante la finale dei mondiali di calcio Spagna-Olanda, di Mandela medesimo, seduto in disparte in tribuna, col cappello verde che indossa anche nel film e che indossò davvero all’epoca dei mondiali di rugby, assorto e doloroso, col capo abbandonato alla mano che tiene la guancia, e qualcuno, nel posto dove vedo la partita, esclama “Ehi, guarda, c’è Morgan Freeman!”): lo sa così bene Eastwood, che riesce a mettersi quasi in disparte, dolcemente affidandosi alla mischia del campo (storico), come se il film, potentissimo, potesse consegnarsi alla visione utilizzando invece una nota più bassa, quasi atonale, saggiamente divergente e epica (Rossellini e Ford insieme).

E lo sa bene Polanski, nel suo film più chabroliano e langhiano, ma soprattutto più munkiano (finalmente!), che fa d’ogni scultoreo tragitto e d’ogni vaga deriva (fra Hitchcock e Chinatown), l’indizio che qualcosa sta mutando, ed è qualcosa cui non si dà ancora nome (infatti i campi di concentramento non ha bisogno, Polanski, di mostrarli, come fa Scorsese, fra l’altro nelle sequenze in assoluto più discutibili (Scorsese che si dimentica di George Stevens e Samuel Fuller e pensa a Benigni: mah!): sono lì, il pianista suona fra le macerie e siamo sempre sull’orlo dell’abisso, come paradossalmente insegna la scandalosa reclusione elvetica del regista polacco), che non si fida, ma anzi sfibra drammaturgie e naturalismi, raccontando ancora e di nuovo la banalità del male attraverso lo spaesamento di nome cinema.

Gennaio-Giugno

Segnalo (e mi segnalo) tre film americani spazialmente sfalsati, quasi volutamente indeboliti dal voler ricavare l’immagine, o l’aura di un’immagine, che non aderisca al corso degli eventi, inattuale e asincrona. Piccoli, inconsueti, circolano aria fragile, come quei film tutti invenzione alla Corman, che ti portano lontanissimo e poi, con uno sberleffo, risolvono la scena in men che non si dica: e tu ti sei ormai perso, con l’immagine che viene via con te, ma non sai dire in quale fondo delle tasche. Moon di Duncan Jones (il figlio di David Bowie: una specie di Douglas Trumball senza spinte al melodramma), Surrogates (Il mondo dei replicanti) di Jonathan Mostow (notevolissimo Bruce Willis fatto e artefatto, notevole l’intenzionalità b-movie, quasi spassosa, anche qui di provenienza avatariana), The Crazies di Breck Eisner (remake dell’omonimo capolavoro di Romero, qui anche produttore esecutivo, che curiosamente diffonde il virus all’aperto, alla Shyamalan, ma senza quel cuore ventoso sublime, ciò che nel capostipite era claustrofobico e cupamente nervoso).

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