Archive for gennaio 2011

BUON COMPLEANNO

gennaio 31, 2011

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CAIRO+SUEZ+ALESSANDRIA

gennaio 29, 2011

Al Jazeera sta mettendo in rete video amatoriali e non dall’Egitto con una licenza cc che permette a chiunque di diffonderli.

Indirizzo utile:

http://cc.aljazeera.net/asset/language/arabic/footage-egyptian-protests-3

EGITTO

gennaio 28, 2011

http://totallycoolpix.com/2011/01/the-egypt-protests/

All’indirizzo qui sopra essenziali fotografie su quanto sta succedendo in Egitto. Splendide e inedite.

MEMORIA

gennaio 28, 2011

La memoria è una forma di resistenza.

Oggi non voglio dimenticare:

 

CAIRO+SUEZ

gennaio 27, 2011

Non so se il Ministro Frattini è mai stato in Egitto, cioè non come turista o in visita istituzionale, ma proprio sappia qualcosa di vita della popolazione. Certo è che, a confronto dell’oscenità italiana, un dittatore come Mubarak non può che sembrargli persona “saggia”. Agitare lo spauracchio del fondamentalismo poi, è solo l’ennesimo esempio di colonialismo duro a morire tipico della mentalità europea, convinta di sapere qualcosa di democrazia (o semplicemente qualcosa di medioriente), ben sapendo di vivere in stati autoritari che di democrazia non hanno più nulla, nemmeno il nome. Nel frattempo al Cairo, ma soprattutto a Suez, assediata dall’esercito e isolata telematicamente (e giornalisticamente, visto che le viscide canaglie italiane di nome giornalisti ritengono più importanti le intercettazioni della Minetti), si combatte. Qui sotto alcuni video che qualcuno è riuscito a diffondere. Attenzione: Suez è come Tian An Men.

Cairo:

Cairo:

Suez (palazzo del Governo):

Suez:


A ROMA C’E’ UN LAGER

gennaio 25, 2011

Roma: CIE di Ponte Galeria. Se lo Stato crede che non sia chiara la verità su questo sporco, corrotto e assassino regime italiano.

LA COSA REALE IS BACK! (IO E IL MOGWUMP)

gennaio 21, 2011

Prima o poi doveva succedere.

In una lontana città europea ho incontrato un Mogwump.

DIARIO 2010 (IV)

gennaio 19, 2011

Settembre-Dicembre

Non so più come dirlo. Da circa dieci anni negli Stati Uniti i veri capolavori sono le serie tv. E lo sono non tanto per purezza d’invenzione e di scrittura (che non lo sono mai, pure), ma per l’intuizione con cui attingono libertà dal piano industriale che fu della Hollywood delle origini e poi di quella degli anni Trenta e Quaranta. Si prendano The Wire e Mad Men, cioè rispettivamente Baltimora oggi e New York anni Sessanta: due immense pinacoteche che al collezionismo uniscono l’interpretazione, all’affresco la rielaborazione, alla dinamica industriale lo slancio sperimentale. Qui dentro ci sono Griffith e Allan Dawn, Hawks e Ford, Wiseman e Siegel, Pynchon e Lynch. Con in più, nel fondo nero seriale, il segreto desiderio che l’immagine continui a bruciare, che il racconto non smetta di ricominciare. L’intensità (di nuovo) malinconica del sapersi sideralmente postumi tanto quanto vanamente profetici: che è lo stato in moto di tutti gli spettatori: l’eterno ritorno del narrare (e si sa, da entrambi i lati del nastro, si aprono altrettanti abissi). Sia chiaro, il contrario dell’essere fiduciosi. Qua si lavora sui margini, o meglio, come direbbe Derrida (che alla seria serie dei serial si sarebbe appassionato) su ciò che resta del fuoco.

Ottobre

Vedo: The Expendables di Stallone (mutante, di finissima auto-ironia, fatto e rifatto di chirurgia plastica, di muscoli esacerbati dalla troppa eplosività, eppure di strana saggezza, di affascinante perspicacia da vecchia scuola); The Mistery Disk di Lynch (reperito per caso su youtube, con Lynch stesso che improvvisa parole al contrario, esibendosi in una danza asincrona, un rap dinoccolato su un palco bianconero a metà fra Eraserhead e Twin Peaks, mentre gli si affollano intorno strani oggetti e donnine suadenti, come se tutte le sue escrescenze visionarie fossero infine rientrate in lui dotandolo di un’energia aliena della quale ancora non è perfezionato il controllo); Killers di Robert Luketic (che si conferma regista opaco: quanto più sembra appiattito sui fatti facili e ripetitivi di tutte le sceneggiature, tanto più ne estrae ombre e fantasmi).

Novembre

Mistérios de Lisboa di Raul Ruiz. Un film e una serie tv (da Camilo Castelo Branco, già indagato da de Oliveira per il suo capolavoro Amor de Perdição). Caro diario, posso dire il film più bello di quest’anno? Sono mesi che aspetto di scriverne. E ora è difficile trovare le parole giuste, perché dovrebbero provare a avvicinarsi non tanto all’immagine ma al respiro del film, la cosa strabiliante che è riuscita a Ruiz, filmare il respiro (di un’epoca, delle sue dame e dei suoi cavalieri, dei suoi amori e delle sue vendette), scivolati e insieme mimetizzati in una complessa teoria di piani sequenza, spogliati però d’ogni virtuosismo, uno due tre finanche quattro movimenti che si innalzano e si intersecano e sempre naturalmente atterrano in un fiato, cullando e al tempo stesso squilibrando il mondo, o meglio sognando nuovi equilibri, facendo del ricordo l’avventura della digressione e orlando ogni piega di una diversa luce e di una differente ombra, ben sapendo Ruiz che il feuilleton è un labirinto, un organismo fatto di altezze irraggiungibili e di bassezze inimmaginabili (anche Ruiz – che dichiara: “Nel feuilleton puoi incontrare in un solo giro Balzac e della merda” – come Derrida amerebbe le serie tv Usa: ma nel suo caso c’è da scommetterci che già le conosce), sedotto da ciò che la labilità della memoria sempre sottrae e aggiunge all’inesistenza del presente.

Dicembre

The Social Network di David Fincher.  A rischio di apparire ossessivo, mi appunto qui la battaglia politica più urgente: non esiste il tempo, non esiste il presente, non esiste l’attualità. Una sola luce – cupamente calata su uomini e cose e reti come fa Fincher – è in grado di smascherare l’illusione del vivere, o più tragicamente, come fa la nostra epoca, la credenza di vivere ora. Salvo poi accorgersi a ventidue anni d’essere già vecchi, ma senza la saggezza e l’immensa meravigliosa gioventù che c’è nella vecchiaia. Il buco nero raccontato da Fincher – sempre più sorprendente per glaciale capacità di tramare alle spalle delle cosiddette novità, mentrre magari fluidifica in un sol colpo l’Hawks anni Trenta col Ford anni Quaranta – è la corsa maldestra di una vita fatta per interposta interfaccia e interposto tribunale, dove poco a poco il nostro protagonista e il nostro sogno di protagonismo prosciuga i cuori e finisce, in attesa del prossimo aggiornamento di status, per perdere anche la parola, o per ritrovarsi neonati (Benjamin Button) o invischiati in un’altra rete più grande senza nome e senza soluzione (Zodiac, su cui faccio ammenda, accorgendomi in ritardo che è uno dei film più importanti e incompresi degli ultimi anni). Dunque: siete tutti in cerca di un profilo? Di un posto al mondo? Di un vostro tempo? Ma il tempo è al massimo un’andatura, un tono (seriale, per di più). La questione è la conquista dello spazio (come genialmente sa Fincher che a un certo punto, nell’andirivieni temporale dei processi a Zuckerberg, azzera la consequenzialità, e rintraccia una traccia celibe senza più tempo, quando nel momento di maggiore cecità sembra proprio di vederci qualcosa).

Mistérios de Lisboa di Raul Ruiz

DIARIO 2010 (III)

gennaio 18, 2011

Settembre-Dicembre

Che anno è l’anno in cui se ne vanno (in ordine di sparizione) Claude Chabrol, Arthur Penn, Blake Edwards, Nico Papatakis? Anche a voler stringere nel dettaglio (quell’unica sequenza che sembra occupare un posto minimo nella memoria e che invece è il raccordo vitale di tutta una storia personale, un punto minuscolo che al contrario è una stella pulsar, la pieguzza, il lacerto, che invece è l’aleph: Sylvia Kristel in Alice ou La Dernière fugue, sospesa fra Carroll e Borges, nuda in una casa sconosciuta e non sa perché, prova a scappar via come una bambina, ma il muro e la foresta aggiungono mattoni e intricano ramificazioni; Jodi Thelen in Four Friends attraversa la notte umida di Chicago con i suoi tre amici, e in un prato lontano, con dietro le ciminiere delle fabbriche, si sbottona la camicetta bianca, rivelando il seno bianco panico ai tre ragazzi muti e senza fiato; e certo, la corsa finale di Audrey Hepburn in Breakfast at Tiffany, dove pioggia dolore ardore finiscono tutti nell’ultimo vero bacio; Olga Karlatos in Gloria Mundi col suo calvario incompiuto, strappata all’artificialità del teatro attraverso il dramma e il piacere contraddittorio della tortura): cioè a far finta che del cinema resti poi giusto qualche film: bisogna ammettere che a mancare sono quattro idee di mondo, quattro ipotesi la cui grandezza sta nel mantenersi sempre insieme compattissime e anti-strutturali, in fin dei conti avverse al linguaggio perché indagatrici del mistero che è la lingua (del cinema), capaci, tanto più se solidamente assertive, di offrirsi sottoforma di domanda, di custodire e di donare la bellezza e il dramma dell’interrogazione. Annus terribilis. (No, davvero, voglio pensare a questi quattro cavalieri come a delle stelle pulsar, cui è sufficiente lo spazio di pochi secondi per emettere impulsi di grande intensità, che si incrementano con regolarità nel tempo, e siccome nella nostra galassia sono molto rare, e sanno di esserlo, la frequenza dei loro segnali è elevatissima).   

Luglio

Ad ogni modo, confermo che non è il tempo a ridefinire e a riorganizzare il punto di vista su un film (rivisto molti anni dopo o solo mai visto), ma il mutarsi dello spazio nel trascorrere del corpo nello spazio della visione (ci si fa spazio e ci si illude che sia tempo). Così spunta Luciano Salce La cuccagna (1962) con Donatella Turri e Luigi Tenco, che non è neorealismo, che non è nouvelle vague, che non è commedia (né grottesca né satirica né demenziale né italiana). Che potrebbe essere una cosa a metà fra Risi e Lattuada. Senza che so, la potenza del Genina di Tre storie proibite (il quale non solo se lo metteva alle spalle, ma proprio fingeva l’inesistenza del neorealismo), ma già con l’abissale malinconia del capolavoro di Pietrangeli Io la conoscevo bene. Che soprattutto fa paura per l’esattezza dell’ordito, tanto atipico filmicamente quanto profetico nell’analisi antropologica (e francamente non confermato dal seguito di carriera). Eppure non si tratta di fare la storia segreta del cinema italiano, perlomeno non più di quanto qualunque idea di nazionalità sfugga per principio a se stessa, ma dell’automatismo con cui l’immagine si ripensa mutando di continuo segno e senso, con l’unica costante di rivelarsi sempre, alla prima visione, invisibile. C’è insomma qualcosa, nella Storia, che si tramuta subito in storia, cioè nella propria narrazione, che sarà sempre anche il proprio mascheramento, accecamento, perdita di memoria e infine riaffioramento in altro punto dello spazio. (Come accade nel film di Salce, che semplicemente registrando ciò che vedeva mutarsi nell’Italia del boom economico, ne fa una radiografia profetica al punto da non poter immaginare allora, che quasi cinquant’anni dopo l’italica penisola non è cambiata, offrendo al mondo solo variazioni sempre più oscene della degenerazione originaria). Quando si verifica, tale risorgenza, essa si disfatta degli orpelli contestuali di nome attualità, e scevra da compromessi, si mostra per quello che è, denunciando di sé solo la verità.

Agosto

Ed ecco anche un fantomatico pacchetto Dziga Vertov, per giunta alla scadenza dei diritti, da vedere in fretta e furia in russo, estraendo dalla matassa per la messa in onda fuori orario due documenti eccezionali, il processo Mironov (1919) e il discorso di Stalin alla nazione per l’entrata in guerra contro la Germania (1941), un muto e un sonoro, che sembrano provenire da due mondi lontanissimi e diversissimi, pur appartenendo alla medesima accensione nazionale, vista però ora nel suo nucleo assoluto e sublime (una volta si diceva splendore del vero). Vertiginoso scrutare in un’unica sovrimpressione i volti degli imputati filmati genialmente uno a uno al loro arrivo davanti al tribunale, come fossimo in una diretta tv, e quelli di tutte le popolazioni sovietiche, cittadine e contadine, all’ascolto del dittatore che tuttavia li salverà dall’invasione tedesca: stessa rassegnazione, stessa fatale certezza della condanna, stessa luminosa domanda al fondo degli occhi, stessa paura, stessa dignità, stessa equità postuma della storia. E su tutto l’intelligenza e la passione del cineocchio, che sa già quanto poco resterà di tanto prodigioso apparato formale del montaggio, e quanto invece riemergerà di questo dolore muto e della pazienza dei popoli, come una cicatrice che pur riassorbita lascia un segno indelebile sulla pelle del mondo.

La cuccagna di Luciano Salce

DIARIO 2010 (II)

gennaio 17, 2011

Marzo

Vedo, recuperati, Frammenti elettrici n. 6 – Diario 1989. Dancing in the Dark (2009) di Yervant Gianikian e Angela Ricci-Lucchi, che scorrono come un album ingiallito immagini girate vent’anni prima, in giro per le Feste dell’Unità in Emilia e in Romagna, subito prima la caduta del Muro. E non ho mai visto aprirsi, tranciante e sottile, ipnotico e allibito, un tale abisso. La cinepresa, segreta, come nascosta da una tenda invisibile, ai piedi dei palchi, o accecata dai riflettori, o intermittente fra teste e volti, sceglie non i dibattiti, ma i balli, le danze di gruppo, le esibizioni miste, fra vecchia balera e balletti post-flash-dance, i concerti, centinaia e centinai di anziani che osservano lo spettacolo: e tutto tutto tutto va in rovina, senza che si possa fare o dire nulla, come fosse già rovinato, e non è che l’ultimo barbaglio di un’illusione: la scomparsa di un’umanità e l’umanità terribile della scomparsa.

Aprile-Maggio

Due cose immense: le puntate finali delle serie tv Dexter (quarta stagione) e Fringe (seconda stagione). Non tanto per l’ipnosi seriale che sempre si assapora, soprattutto nel climax ascendente della fine (che magari è un rilancio o un arrivederci), quanto per la simile frattura etica, giocata sul raddoppio psicanalitico di una scrittura medusea che riannoda tutti i fili e insieme li intorbida. Se ti sentivi sicuro, ora ti manca la terra sotto i piedi, se ti eri identificato, ora scopri che non c’è identità, che anzi la narrazione è sempre la ricerca dell’identità, e a te non restano che le ferite, lo specchio nero in cui rivedi il medesimo collasso, la paura. (Per inciso, e per rimanere al grande J. J. Abrams di Fringe, finisce anche, alla sesta stagione, l’altra sua creatura Lost, la cui ultima puntata, a parte qualche trascendentalità di troppo, ha il pregio di disporre linee e tracce e varianti e aperture e inconclusioni, che mandano all’aria il puzzle, giustamente e più di quanto già non fosse disseminato. Ci vorranno vent’anni per un’altra serie così).

Attorno a questo ruotano anche le uniche due stagioni concesse a Joss Whedon (già creatore di Buffy l’ammazzavampiri) per il suo sorprendente Dollhouse (di cui dirige pure tre episodi). Ciò che siamo è in realtà il surrogato di un miscuglio d’identità immaginato da qualcuno che a sua volta prolifera di anima in anima. Con in più, e grazie alla splendida protagonista Eliza Dushku (ma nel serial è fondamentale pure l’apporto di Olivia Williams, questa scoperta british erotica ambigua tormentata già vista nel ruolo di spia in The Ghost Writer di Polanski), il tentativo di incunearsi anche sul piano strettamente narrativo (che, lo ripeto, nelle serie tv è l’unico piano filmico), con due puntate in coda alle due stagioni che anticipano il futuro, spiegando anche il presente, e sintetizzando forse altre tre stagioni (e infatti HBO si rifuta di mandarle in onda perché rivelano troppo!). In ogni caso, annotiamo senz’altro: seguire Joss Whedon.

Vista anche la miniserie The Pacific, scritta e prodotta dal duo Steven Spielberg-Tom Hanks, una sorta di romanzo d’appendice sulla guerra nippo-americana nel Pacifico, didattico in maniera entusiasmante, capace di confrontarsi col Malick di La sottile linea rossa, senza forse quel magistrale istinto sonoro, dove tutto, sangue e vita, sembra colare via, ma con una precisione e una forza epica, che rendono giustizia anche del malfermo Saving Private Ryan. Ma, diciamolo, qualunque cosa Spielberg tocchi negli ultimi otto anni, si trasforma in un gioiello.

Maggio

Recupero: Visage di Tsai Ming-liang. Mi colpisce moltissimo per come svolge in apparente naturalezza una concezione complessa stratificata disarticolata, fondata com’è, fra l’altro, sulla rimessa in circolo di una famiglia ideale, di un progetto romantico e segreto di filiazioni e di genealogie (su tutte: Jean-Pierre Leaud-Lee Kang-sheng… ma poi Fassbinder, Pasolini, Antonioni, Truffaut, Jean Moreau, Fanny Ardant). Anche qui (lo scriveva anche Daniela Turco un anno fa) c’è una Medusa: Laetitia Casta, che è come se la si vedesse per la prima volta, fredda e romantica, a fare delle immagini pietre accecanti, che quanto più si stagliano, tanto più avviano la metamorfosi.

Vedo (al Marché di Cannes): quello che mi sembra, fin d’ora, uno dei più bei film di quest’anno, About Her Brother del giapponese Yôji Yamada, uno che ha girato oltre settanta film dall’inizio degli anni sessanta (tanto per ribadire che nulla sappiamo). Semplice, chiaro, straziante. Con una delle più belle morti mai filmate. E una poetica di piccoli passi, di brevi segnalazioni, che a poco a poco si accumulano e si intensificano, sfociando in un’ora almeno di spaventevole bellezza, dai requisiti ozuiani, che non calca su nulla, filma e basta.

Maggio-Giugno

In attesa di parlare dell’ultimo grande Raoul Ruiz Mistérios de Lisboa (sarà a San Sebastian: basti sapere, per ora, che è il punto più alto raggiunto dal cineasta cileno), riesco finalmente a vedere un suo film tv per l’INA che, ai tempi della Retrospettiva organizzata da “Filmcritica”, non eravamo riusciti a scovare: Petit manuel d’histoire de France (1979). Una storia di Francia fatta attraverso un repertorio di film (maggiori e minori: Rossellini/Luigi XIV, Gance e qualche sconosciuto) e di ricostruzioni tv, con fuori campo dei testi letti da alcuni bambini. Affascinante il modo in cui il montaggio (di Valeria Sarmiento), riesca a trasformare il tutto in un’atmosfera alla Ruiz: la Storia fatta da un alchimista (bella la citazione iniziale da “L’età del ferro”), come un labirinto di formati.

Giugno

Lady Blue Shanghai di David Lynch. Apparso solo in rete, questo corto di quindici minuti circa, è in realtà uno spot pubblicitario di una borsetta (da cui sprigiona luce aldrichiana), commissionato a Lynch da Dior. Fuga di donna a Shanghai. Immagini smarginate, che perdono contorni sbavando colori (nello stesso set l’episodio Tombée de nuit sur Shanghai, dal film collettivo O estado do mundo, firmato Chantal Akerman nel 2007, si allucinava similmente, perdendo orientamento, sulle fughe di luci e immagini dei maxi-schermi pubblicitari), molto vicine ai nudi bucati mutilati decapitati che Lynch fotografa in bianco e nero (qui come corretti a olio, fusi di colore). Suadente (pure troppo) sollecitazione che incurva tutto, anche la pelle blu della borsa (ricordare scatola blu di Mullholland Drive), da cui erutta il misterioso fascio di luce. Ovunque porte e tende e pezzi di mondo che si afflosciano, ansiogeni e anfibi, fuochi che camminano con me.

Visage di Tsai Ming-liang