INVITO ALLA LETTURA (2)

(seconda parte dell’ultimo capitolo di un romanzo inedito)

 

L’inizio è velo svelato. L’inizio è ascolto di palpebre sbattute.

 

Nel sole bruciarono pellicole. La notte fulminò i colori.

 

Scrivere di una donna attesa da sempre è come cercare la musica giusta per la vita. Non c’è più finzione. Ma bisogna intendere il ricordo come un vuoto di memoria. La donna è la distanza dalle cose. Scrivere di una donna attesa da sempre è scrivere di questa distanza.

 

Anche se davvero esistessero dei fatti cui aggrapparsi per il racconto, essi sarebbero già svaniti nel semplice gesto di star dinanzi al foglio bianco con l’intenzione di scriverne.

 

Il primo incontro ha già in sé l’ipotesi narrativa. Il che esclude la possibilità che si scrivano ancora romanzi.

 

Il primo incrocio di sguardi include in vertiginosa sintesi tutti quelli successivi. Il che esclude la più piccola possibilità che si facciano ancora film.

 

È allora che D comincia a far da sola. Finzione e racconto di quella finzione.

 

Stupore.

 

Abbandono.

 

Noi.

 

Vidi la mia morte come un riflesso nello specchio. Presi il vetro e usai il sole per segnalarla al mondo. Si voltarono solo i volti diafani dei malinconici robot bambini e mi lanciarono i fiori azzurri che portavano come fermagli sui capelli. Qualcuno gridò aiuto. Io volevo solo che non finisse mai, desideravo solo un’onda ferma nel lampo, speravo di trovare il volume giusto che fosse un’unica cosa col braccio e la mano febbrili dell’utopia dello scrivere. Scambiai l’effetto con la causa.

 

Parlare d’amore è parlare della morte.

 

Davvero l’amore dura più a lungo?

 

Quanto dura la morte?

 

Favole per D.

 

La pioggia acre d’acido scorticante fece rabbrividire l’asfalto. L’insetto più piccolo fu colpito dal fendente ghiacciato perfetto di una lama precipitata dal cielo. Arrestai nell’aria le mani vicino ai bottoni della sua camicia a fiori. Qualcunò gridò suonerò questo flauto tutti i giorni e tutte le notti. Scricchiolio d’ossa. Violini.

 

Parlare di questo tremito improvviso che può essere una mano serrata sul cuore. Dire di questo dolce dolce riconoscere la frequenza dei battiti e del continuo stupirsene.

 

D è la città ultima che contiene l’intero spettro dei miei occhi lucidi e stanchi.

 

 

L’inizio e la fine come un’unica corsa ininterrotta.

 

In realtà tutta questa ricognizione è il plagio ulteriore. Come ogni a ritroso. Peggio ancora, solo un esperimento per vedere se si è capaci di riprodurre esattamente quello scrittore. Vennero le squadre speciali e obbligarono i popoli alla trasparenza. Le strade si riempirono di radiografie. Saluto vicendevole di gelate forme articolari. Poi qualcuno fece una giravolta e i tumori si riversarono sui marciapiedi e la terra si raggrinzì in una morsa. Oplà.

 

Mi piace quando le carezzo il volto e D sbatte gli occhi e accenna un sorriso appena appena come a dire si.

 

Fuga per le città. Fuga di musica. Fuga erotica.

 

E. Un bambino capace di respirare sott’acqua sogna la strada del funerale e allora si ferma e fa sedere la sorella più grande che si posa lentamente sulla pietra in attesa e le mostra questo grande insetto fra le mani e lei apre le sue intrecciate a una lunga lunga collana e muove leggermente le labbra come a dire si.

 

Rileggo tutto ad alta voce sulle rive dell’Oceano musica in cuffia perché voglio sentire lo svolgersi sonoro delle parole e se mi fermo anche solo un attimo vuol dire che ho sbagliato qualcosa correggo e ricomincio daccapo ad alta volce sopra le onde.

 

Ho in mente altre cose. Sono stanco e annoiato dalla prima persona singolare. Dov’è più quella musica familiare. Chi sa scrivere qualcosa sul tutto che cambia di continuo producendo sempre le stesse cose e d’altra parte è di questo inconfondibile tepore che abbiamo bisogno?

 

In fondo me ne frego.

 

Non mi sembra ci sia molto altro da dire. Di questo. Che tu D mi hai salvato la vita. Gli uomini furono tutti deportati nelle prigioni sotterranee dalle amazzoni ipnotiche. Le donne furono tutte prostituite. I bambini erano già tutti volati via. Tutte le canzoni vennero prese e ricantate da voci irriconoscibili. Non ci furono più città ma solo aria incerta fra sopra e sotto. Le immagini si ripercuotevano sul pianeta in un terreo loop retrodatato. Gli ultimi animali vennero cacciati e cucinati in un’unica poltiglia di ossa e sangue. Il sole bruciava i corpi al primo albeggiare. La notte li congelava. I cannibali cominciarono a cibarsi di loro stessi. I colori si confusero in un decrepito nulla. I venti smisero di sferzare gli alberi. Gli alberi affondarono nel terreno. Le acque scomparvero in una pozzanghera. Armi senza padrone attesero il nemico. L’ossigeno divenne una morsa senza fiato. I sogni si riversarono sull’esterno moltiplicando all’infinito ciò che già non era più vero. In fondo tutto ma proprio tutto era lì, a portata di mano. E qualcuno cominciò a farne a meno. Guardai fuori dalla finestra e mi vidi aprire una botola e sparire nel sottosuolo.

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