INVITO ALLA LETTURA (1)

(Capitolo finale di un romanzo intitolato Plagio e mai pubblicato. Prima parte.)

L’inizio è uno sguardo nel vuoto. La prima e ultima immagine in movimento. Una fotografia presa dal finestrino dell’automobile in corsa. Acciaio fuori e pellicole nella testa. Il cavalcavia è il primo non luogo. Fidarsi della propria banalità costituisce la base della presunzione di ogni scrittore.

 

Bisogna filar via veloci per accedere al mondo statico che verrà.

 

Anche solo mimato il movimento genera una dialettica parallela. Il flusso contrastato dall’ellissi, forato ovunque, disarticolato. L’inizio è un vuoto bucato pieno di bugie.

 

La ruota ha il suo ingranaggio. Primo obiettivo smarcarsi dal meccanismo giocandolo tutto dall’interno. Ecco il genere. Ecco la donna.

 

Qualche falso raccordo: città, hotel, nazioni…

 

Verde. Bianco. Verde scuro. Arancione.

 

Come un occhio gelido preso in trappola dai suoi stessi tratti rotatori.

 

Già visto. Già fatto. Già pensato.

 

Schemi. Gli schemi sono alibi. Passione per gli schemi.

 

Comincia una pressione come un doppio fondo. Schermi allora, più che schemi. Schermi come specchi.

 

Lavorare nel riflesso.

 

Doppio. Riflesso. Generazione automatica del plagio. Già visto. Già fatto. Già pensato. Come.

 

Al tempo stesso introdurre il concetto di variazione.

 

Sonoro della ripetizione. Nella parola. Nella voce. Nei fatti.

 

I fatti sono la donna. Il fatto è la finzione plagio. Lei: Donatella. Il plagio: omicidio e investigazione.

 

La variazione è l’esplicitazione del furto. Il plagio che discorre sul plagio. Dicendo: io.

 

Io è l’alibi primario. Io è la costante che produce la variazione. Esibizione del plagio e cancro che erode la scrittura.

 

Questo vetro come un panno trasparente oltre cui si specchia il mondo. Questo vetro filtro patina piegato nella curva polverosa di una città lontana. Molle nel giallo seppia esploso nel grigio livido dei sogni di tanto tempo fa. Se riuscissi a dire del sottile formicolio elettrico in polvere che lo trascolora. Se potessi dare un nome a questo dolore. Invece nella notte stellata ho dato il mio corpo in prestito e ho goduto della lama gelata sul petto e al posto del sangue è uscito muco una mano si è infilata nella colonna vertebrale la schiena spaccata in due si è spalancata sul nero il cuore cercava una via d’uscita dalla bocca è rimasto fra i denti intrappolato.

 

In realtà si tratta di un disperato tentativo di dar voce all’inconscio di un bambino di dieci anni che perde la madre. Parlare con le parole che lui non sa dire. Che non sapeva di dire.

 

Nell’impossibilità, don’t be afraid. C’è il plagio. La vicenda altrui. L’illusione di essere veramente IO.

 

Non si tratta di inventare ricordi, ma di sbattersi in faccia la paura e il rimosso. Solo allora sarà l’ALTRO a fare da sé.

 

Non c’è modo mamma di ricordare le tue mani. Non c’è modo di sapere il suono della tua voce. La fibra dei tuoi capelli. Il tatto della tua pelle. Carne senza peso. Nella luce del sole mentre svieni. Nel cuore della notte mentre vegli la mia febbre. L’ora dorata in cui mi insegni a non avere paura del mio cazzo. Il sangue marrone del tuo vomito da lontano. Il brivido del tuo orgoglio smisurato mentre mi leggi. La severità tagliente delle tue punizioni. I colpi precisi di una donna decisa a fare di me un uomo. La dolcezza. L’assenza. Vorrei affondare le mani nel tuo corpo malato.

 

Riprendere il filo.

 

Finzione.

 

Ferite come terra che si apre inghiottita nell’abisso.

 

Fingere il flusso. Invece puro controllo. E semmai perdersi nell’accostamento ingenuo.

 

Cuore teorico?

 

Citare copiare plagiare rielaborare occultandone i segni a uno a uno.

 

Soggetto. Oggetto. Tempo.

 

Guerra. Film. Sesso. Romanzo. Filosofia. Etica. Bello. Sublime. Musica. Psicosi. Malattia. Donna. Scrittura. Politica. Pittura. Poesia. Genetica. Nascita. Morte. Plagio. Amore.

 

Riprendere il filo. Fingerne la ripresa.

 

Vorrei che ci fossero orecchie disposte a ascoltare la mia canzone. Occhi pronti a confondersi. Volti che mi riconoscano senza che io debba dargli un nome. Sorrisi improvvisi e non richiesti. Ma la città lontana affonda nel vuoto e i suoi bambini corrono a guardare giù nel burrone e nulla più ci appartiene del ventre che diede la vita. Non ci sei madre mentre si accorre nei locali a guardare le nuvole cadere come pioggia bianca che spoglia i cieli. Non ci sei sotto il cielo verde d’armi chimiche dove uomini e donne scompaiono lasciando macchie d’anima sulle case. Schermi piegati nel fango riflettono il ricordo d’una proiezione lontana.

 

Aggiungere qualche dato e immediatamente disperderlo.

 

L’indagine prosegue in brevi fughe che dimenticano la soluzione.

 

Nell’orizzonte stretto dell’occhio soffocato Donatella è la fuga di colore, il tratto che rimescola tutti gli altri, la parola che parla della parola, l’immagine filtrata dall’immagine. Il raccordo fantastico. La curva e la retta. L’arresto e il moto.

 

Un solo protagonista ormai. Il corpo e il suo sfaldarsi.

 

Ironia e banalità del corpo letterario. Patetico sfinirsi del corpo umano.

 

Nuova finzione. Fingere di saper scrivere.

 

Tre sogni.

 

Stop.

 

Fermo in moto.

 

Crisi.

 

Crisi e decisione.

 

(ultimo deragliamento)

 

Crisi e decisione.

 

Una confessione. Una telefonata d’amore.

 

La ragazza dell’ultima riga.

 

Advertisements

Tag: , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: