L’ITALIA E’ UNA DITTATURA E UNO STATO DI POLIZIA (MARONI COME PINOCHET)

(ormai è una saga: PERCHE’ L’ON. MARONI E’ UN CRIMINALE).

La cosa più sfiancante, mentre la melma giornalistica balla il bunga bunga, disinteressandosi dei fatti gravissimi che fanno dell’Italia il paese più autoritario e pericoloso d’Europa, è che, diciamoci la verità, nessuno, chi scrive compreso, ha la forza o il coraggio o la capacità di aggregazione per assediare, che so, il parlamento, rivendicando pochi ma ineliminabili diritti civili e etici. Davvero crediamo che non serva? O che non ne valga la pena? Vogliamo fare qualcosa?

(qui sotto da “il manifesto” 28/10/2010)

Non c’era nessun Ivan il terribile, ieri nello stadio di Catania. A dirla tutta, non si giocava nemmeno una partita di calcio. C’erano invece 128 immigrati appena sbarcati, e tutto ciò che accadeva si svolgeva a porte chiuse. Come nei peggiori rovesci delle democrazie, come se la consuetudine di escludere i giornalisti non bastasse a cancellare quanto stava accadendo dalle cronache, questa volta non era consentito l’ingresso nemmeno all’Unhcr, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati. Come se, oltre agli spettatori, fosse tenuto fuori anche l’arbitro. Era accaduto in Libia qualche mese orsono e il mondo aveva giustamente condannato. Si è ripetuto ieri in Italia, ed è bene non tacere.
La maggior parte dei migranti avevano dichiarato all’arrivo di essere palestinesi, prima di essere sequestrati dalle nostre autorità. Improbabile, visto che dalla prigione Palestina oggi è praticamente impossibile fuggire. Ma il punto non è questo. Semmai si tratta di capire cosa si nasconda dietro quelle porte chiuse: la paura che la tolleranza zero fosse messa in discussione da qualche doverosa richiesta di asilo politico che avrebbe allungato i tempi dell’espulsione e dall’impossibilità di mandar via quei 48 che non avevano ancora raggiunto la maggiore età, l’esigenza di dimostrare che gli immigrati non sbarcano più sulle nostre coste come quando al potere c’era qualcun altro, non ultimo un malcelato fastidio per le regole della democrazia.
Al termine di una giornata che nessuno potrà raccontare con dovizia di particolari, in 68 sono stati messi su un aereo e spediti in Egitto. Non è un caso ma l’esecuzione di una volontà politica, se è vero che meno di un mese fa la stessa sorte, e negli stessi tempi, è toccata a un altro pugno di «palestinesi» sorprendentemente sbarcati sulle coste laziali. Non sapremo mai quanti fra loro fossero davvero aspiranti profughi e quali storie si portassero dietro, solo gli attivisti di Fortress Europe pazientemente cercheranno di associare un volto e un nome a quei numeri. Sappiamo invece chi è l’artefice di tutto ciò. Si chiama Roberto Maroni, fa il ministro dell’Interno e nel tempo libero suona l’organo Hammond in una band della sua città. Se oggi l’Italia è un paese aperto a tanti Ivan il terribile che nemmeno parlano serbo e chiuso al mondo è soprattutto colpa sua e del governo che rappresenta. Non sarebbe il caso di rimpatriarlo a Varese?

LA LEGGE DI MARONI

Angelo Mastrandrea

SBARCHI

Sequestrati allo stadio e rimpatriati

Il Viminale impedisce all’Unhcr, al Cir e all’Arci di incontrare gli immigrati
Intercettati a largo di Catania, i clandestini sono stati rinchiusi nel palazzetto sportivo della città

Leo Lancari
ROMA
Prima li hanno rinchiusi al «Palanittta», un palazzetto sportivo alla periferia di Catania. Poi gli hanno impedito di incontrare i legali delle associazioni umanitarie che avrebbero dovuto informarli sui loro diritti. Infine, ieri sera, li hanno imbarcati su un aereo e rispediti in Egitto, loro presunto paese d’origine, con la presenza in aeroporto di un funzionario del consolato egiziano che aveva il compito di verificarne la nazionalità. Il tutto in meno di 48 ore.
E’ quanto accaduto a un gruppo di 131 immigrati, tutti uomini, intercettati all’alba di martedì al largo di Riposto, nel catanese, mentre a bordo di un peschereccio egiziano cercavano di raggiungere le coste siciliane. Gli unici del gruppo che alla fine sono riusciti a restare in Italia sono stati i 46 minori che si trovavano a bordo dell’imbarcazione e che nel pomeriggio di ieri sono stati trasferiti in cinque case famiglia. Altre 19 persone, tra le quali anche tre minori, sono invece accusate dalla procura di Catania di essere gli scafisti che hanno guidato il peschereccio fino in Italia e sono state arrestate per reati connessi all’immigrazione clandestina. Per tutti gli altri il Viminale, attraverso la prefettura di Catania, ha imposto la linea dura, impedendo alle associazioni di incontrare i migranti.
Un giro di vite che ha colto di sorpresa le stesse associazioni: «Siamo molto preoccupati per quanto è accaduto», spiegava ieri sera Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati politici. Preoccupazione condivisa anche da Cristopher Hein, presidente del centro italiano rifugiati (Cir): «Accertare la nazionalità di una persona in aeroporto, un momento prima di rimpatriarlo è a dir poco irrituale – ha detto Hein -. E comunque se anche fossero stati tutti egiziani, per la normativa italiana anche loro avrebbero diritto a richiedere asilo politico».
Di fronte alle proteste delle associazioni la prefettura ha spiegato il divieto di poter incontrare gli immigrati con le esigenze di riservatezza legate alle indagini. Divieto confermato anche quando dallo stesso pm titolare delle indagini, Angela Consoli, è arrivato il nulla osta che autorizzava gli incontri. Nulla da fare. «la prefettura – è spiegato in una nota dell’Arci – non ha consentito l’accesso e ha verbalmente motivato la decisione con il presunto ‘ripensamento’ da parte della procura».
Mentre il rimpallo di responsabilità andava avanti, davanti al Palanitta si radunavano decine di appartenenti a svariate associazioni, decisi a chiedere il rispetto dei diritti degli immigrati. Cir, Unhcr, Arci, Comitato immigrati di Catania, Save the Children, Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) hanno chiesto al ministero degli Interni di intervenire per sbloccare la situazione, ma inutilmente. «Stiamo assistendo a gravissime violazioni dei diritti di questi cittadini stranieri che vengono trattenuti in detenzione e ai quali viene pregiudicato il loro diritto alla richiesta di protezione internazionale» hanno denunciato le associazioni, per le quali il peschereccio con a bordo il gruppo di extracomunitari sarebbe stato bloccato in mare utilizzando la forza.
L’atteggiamento del ministero degli Interni risulta ancora più incomprensibile se si tiene conto che le stesse associazioni fermate ieri a Catania, da tempo partecipano in Sicilia al progetto «Praesidium», finanziato dallo stesso Viminale per informare gli immigrati che arrivano in Italia sulle procedure di ingresso regolare nel nostro paese. «In cinque anni – ha ricordato Laura Boldrini – il progetto ha contribuito a una gestione trasparente dell’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo giunti in Italia attraverso il Mediterraneo, consentendo a chi ne aveva bisogno di richiedere la protezione internazionale».
L’atto finale della vicenda si è avuto ieri sera, dopo che nel Palanitta sono entrati due pullman vuoti. I 68 immigrati ancora presenti nella struttura sportiva sono stati prelevati e trasportati all’aeroporto dove, di fronte a un funzionario del consolato egiziano, si è svolta una veloce pratica di identificazione. «Il rimpatrio di oggi – ha spiegato in serata una nota del Viminale -, avvenuto dopo solo un giorno dal rintraccio dei clandestini, è la diretta conseguenza degli ottimi rapporti di cooperazione da tempo instaurati con le autorità egiziane».

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