Archive for luglio 2010

I CORPI DEL CINEMA: RAYMOND BELLOUR E TOMMASO POMILIO

luglio 26, 2010

(articolo apparso su “Alias” del 24/07/2010)

Si sa che, quando si tratta di cinema, la Storia si ammanta di congiunzioni. Quasi che cercasse una giustificazione alla morte precoce subito prefigurata nel linguaggio (e a nulla valse la geniale sfiducia, invece poi profetica, dei Lumière), al cinematografo si affiancano determinazioni di luogo e di tempo (cioè, lo striminzito spazio accademico), via via erose e sintetizzate dalla fatidica e, così poco incline a far saltare i discorsi e  così sedotta dall’allineamento in strategiche dichiarazioni di valore (il cinema come derivazione bassa e schizofrenica di letteratura, pittura, ecc.), o al massimo di universale integrazione (Canudo: cinema settima arte). Snocciolando così fino ai nostri giorni: cinema e letteratura, cinema e storia, cinema e pittura, cinema e psicanalisi, cinema e filosofia, cinema e mass media (qualcuno, più accorto o più astuto, smette allora la parola cinema e introduce audiovisivo).

E tuttavia, cosa succede se a congiungersi non sono arti e saperi, ma qualcosa che racconta, già solo a cercare di definirlo, una separatezza in sé e dal principio, che si articola per curve e salti e zoppicamenti e vuoti e allucinazioni, come il corpo del cinema? Cosa succede se la congiunzione diventa avverbio, via via declinando e precisando: come, contro, verso? È solo una questione di identità verbale, o il fatto che il cinema prima di tutto si scriva, rinnova il nucleo e la contesa decisiva di parola e immagine?

Per vie narrative e biografiche apparentemente lontanissime, è ciò su cui si interrogano rispettivamente due libri recenti: Le Corps du cinéma – hypnoses, émotions, animalités di Raymond Bellour (P.O.L., Paris 2009) e Cinema come Poesia – Capitoli sui Bordi di un’Immagine di Tommaso Pomilio (Editrice ZONA, 2010), lasciando subito intendere, dalle specifiche dei sottotitoli (sui quali torneremo, ma attenzione agli opposti sistemi di minuscole e di maiuscole), l’intreccio incandescente e sintomatico delle materie in gioco.

Che la domanda, in quanto domanda, non includa risposta univoca, lo si capisce già solo dallo ‘spessore’ dei due testi: ampio e stratificato, quasi il compimento di un’intera storia critica e di pensiero, quello di Bellour; veloce, appuntito, ma anche denso e alla ricerca dell’obliquità labirintica che è già dei suoi romanzi (ma lì la firma è Tommaso Ottonieri), quello di Pomilio. D’altra parte, il cinema, abbastanza spesso, è la parola giusta per l’immagine sbagliata (e viceversa): il punto invisibile in cui si annoda non la generazione, ma la messa in crisi dei codici, compresi quelli di chi ne scrive, compresi quelli con cui si scrive (non lo citano, ma entrambi sembrano d’accordo col motto di Godard: “Il cinema è il contrario della cultura”).

Meglio dunque addentrarsi nella nebulosa. L’immagine fra magnetismo animale e ipnosi umana, cioè provare a sondare il contatto neurologico che origina luce e movimento, ciò che per Bellour è, appunto, il corpo del cinema (per inciso, e proprio perché l’immagine giusta potrebbe essere la parola sbagliata, mi permetto di preferire, nel caso, la dizione corpo dell’immagine). Acutamente Bellour individua nel termine corpo lo snodo per mettersi alle spalle le allitterazioni e le cacofonie di un’intera stagione semio-psicanalitica, che peraltro splendidamente ripercorre, notando semmai che sono proprio, nei confronti del cinema, i più reticenti – Freud e Foucault, per esempio – e i più smaliziati e maliziosi – i Lumiére – a fare costantemente, attraverso il corpo, la storia dell’immagine. Se da un lato sembrano incapaci di accettare che il desiderio diventi un’arte plastica (Dreyer o Mizoguchi stanno lì a contraddirli), dall’altro alludono esplicitamente al modo in cui il corpo, in quanto dispositivo ipnotico, porta in sé, intatto, il corpo del film, intuendo anche che l’intervento tecnico e psicosomatico (macchina da presa più spettatore), non fa altro che flettere l’energia necessaria a ritrovarlo, il corpo-cinema, nel mondo (Renoir, Rossellini, Ozu). Ecco allora che il corpo del cinema non è altro che la bruciante linea di congiunzione (senza più la lettera e) fra corpo del film e corpo dello spettatore, cioè fra emozione animale e ipnosi data dal dispositivo (Bellour prova a tracciare un ideale tragitto di tale potentissima macchina psichica: Mesmer, Balzac, Epstein, Fritz Lang, Murnau, Hitchcock, Daney, Deleuze…).

Pomilio, nel fronteggiare questo senso interiore che è in relazione con tutto l’universo e che è un’estensione della vista, non è da meno (Mesmer e Epstein, anche qui, rimangono un punto di riferimento). “Neutralizzare le impalcature del ‘codice’ di partenza, il sistema adottato (che, nelle arti verbali, coincide con la Lingua stessa), per trasmettere, quasi mesmerizzare, altro attraverso le medesime ristrettezze di quel ‘codice’, è la sfida u-topica che l’arte a partire dal Moderno non si stanca di lanciare a se stessa”. Il cinema sarà dunque contro la letteratura e poi verso la poesia, anzi propriamente verso poesia (anche qui scompare la congiunzione), e infine come poesia, dove forse l’avverbio, in qualche modo avversativo, nasconde l’identità (cinema uguale poesia), il corpo misterioso ancora tutto da tratteggiare (motivo per cui due tiranni come Nabokov e Kubrick metteranno in scena, in sede di sceneggiatura di Lolita, tutta una battaglia di parole in più e di sequenze in meno). Futurismo e Barjavel, Godard e Antonio Pizzuto, Stan Brakhage e William Burroughs: non è il film che diventa più narrativo e la letteratura sempre meno verbale: è che “non si evade dall’iride”, che ogni volta si provi a fare una genealogia del cinema, ciò riguarda l’ombra e la morte, il suo cadavere squisito, come se il fotogramma, fra arresto e ripresa, una volta dato il movimento, desse sempre anche la sua fine (il suo doppio interiore, o già formicolante in un’altra vita da… pixel). (Ancora un inciso: curiosamente nessuno dei due autori, su questi temi, sulla tessitura ipnotica fra parola e immagine, cita Raoul Ruiz, che sulle basi neurologiche di tale conflitto ha costruito un alfabeto di oltre centoventi film, arrivando alla conclusione che il corpo del cinema agisce secondo una doppia dimensione psico-fisica, che né la psicanalisi né i biologi del cervello sono mai riusciti a spiegare pienamente).

Quello che risulta inspiegabile è il modo in cui l’ipnotizzatore, il film, viene continuamente ipnotizzato, proprio a partire dai suoi picchi di ripetizione e circolarità (molto belle qui le pagine di Bellour su Minnelli, mentre Pomilio, per converso, fa notare il legame fra Brakhage e il Rilke ‘duinese’). In ballo, come sempre, c’è la traslazione dell’Io, che capitola – cioè muore e al tempo stesso stacca paragrafi – sui Bordi di un’Immagine, come sottotitola, rilanciando, Pomilio. Quale Io, si chiede Bellour? L’ipnotizzatore? L’ipnotizzato? La cinepresa? E in che modo il corpo del cinema fa eco al processo ipnotico? L’identità, la sua progressiva dispersione e disaggregazione, è ancora la questione, soprattutto oggi che in dubbio c’è da ultima l’identità del dispositivo stesso. Bellour e Pomilio su questo sembrano concordare e arrischiano: l’unica materia è l’in-corporeo, l’intervallo, l’istante erratico che porta alla luce pezzi di mondo, letteralmente flettendo il film e la sua percezione. Bellour dice ancora e semplicemente: Ozu. Pomilio chiosa: “Sotto un film scorre un altro film”.

Lorenzo Esposito

POESIA BARCELONETA

luglio 24, 2010

coda di vele e vela di metallo

(spiaggetta stretta affetta: Barceloneta):

una Babele incrina lo stallo

(russo francese arabo brasiliano italiano catalano):

(e  non c’è stress tutti in topless!):

a vedermi qui solo e ramingo non posso che citarlo:

Ne l’ultimo schianto crudele …

le vele le vele vele

POESIA + ACQUARIO SOL LEVANTE

luglio 20, 2010

simmetria inestricabile, spoglio minuto monocromo:

ocra bianco lattiginoso, brunito metallico:

rilievi creste sartie, filiformi cellule poligonali:

brusche atrofizzazioni nervature irregolari:

tele tessute nel vuoto distese cesellate sezioni trasversali:

moduli affrancati dal ritmo, processioni immobili:

NO ALLA TESSERA DEL TIFOSO

luglio 19, 2010

(sempre grazie al sig. Ministro Maroni…)

Ho un po’ studiato, leggendo documenti ufficiali, questa famosa circolare (NON UNA LEGGE), con cui si sta per procedere a un ulteriore schedatura di massa dei cittadini non-liberi della Repubblica Poliziesca Italiana.

E posso finalmente dire che:

1) La tessera del tifoso non è altro che una carta di credito che trasforma i tifosi in clienti. Cioè: è un business messo su dall’inedito trio: Polizia-Lega Lombarda-Banche.

2) (Il fratello di Giancarlo Abete – Presidente FIGC – è vicepresidente dell’Associazione Bancaria Italiana e presidente della Banca Nazionale del Lavoro): CAPITO?

3) La tessera del tifoso è di fatto una limitazione delle libertà personali. Basti questo: per essere concessa ci vuole il benestare della Questura e delle Società (a delinquere) di Calcio, cioè sono loro a decidere chi può entrare allo stadio, CIOE’, se c’è qualche voce fuori dal coro, ma che si muove entro la legalità, LA SI ELIMINA.

4) Il progetto, oltre che economico, è sociale: uno stadio di persone zitte, sedute, col portafogli gonfio (inciso: lo spot che passa sulle reti RAI, che usa vergognosamente i bambini per ripetere frasi a comando, ovviamente fa in modo di non spiegare nulla della Tessera)

5) Ultima chicca: il microchip sulla Tessera è molto simile a quello che c’è nei cellulari… CAPITO?

6) Nota: in tutta Europa, dove la democrazia è certamente un sistema in crisi, ma dove resistono regole e diritti dei cittadini (cioè un barlume di democrazia): SE LA RIDONO.

sempre grazie al Ministro Maroni e ai suoi leccapiedi d’ogni risma (leggi: calciatori, presidenti, giornalisti, ecc.)

P.S.:

7) Oggi è una Tessera per lo stadio, domani…

POESIA (5)

luglio 18, 2010

…e il nostro eroe (di buon mattino)

dopo aver ossequiato (con energia e bell’aspetto)

le ossequiose esigenze fecali,

passando poi, con dovizia di particolari,

a nettarsi il buco suddetto:

fu pronto a espellere dell’altro e

a inarticolar l’analogo antro:

scrivere insomma sulla vagina:

bianca però, e detta pagína.

POESIA (4)

luglio 17, 2010

e tutto questo pensato e archiviato in cinque minuti? sfuggito

al suono della sveglia

in forma di ruggito: