SUPERCANNES 2010: JACQUES DOILLON

Articolo apparso su il manifesto di martedì 25 maggio 2010

Mentre a Cannes Classics si rivede La campagne de Cicéron di Jacques Davila (1989), che piaceva a Rohmer e che sarebbe piaciuto a Tati (o al Gianni Amico di Io con te non ci sto più), nelle salette del Marché passa Le Mariage à trois, ultimo Jacques Doillon, che ne richiama il pugnace tentativo di compromissione e messa a rischio del set (entrambi in partie de campagne). Irregolarità oscillazioni cadute scivolamenti, o ancora malintesi nevrosi urgenze esasperazioni, come sempre in Doillon, lungi dall’essere solo ripetizione o unicamente ossessione (al contrario: massima flessibilità di posture, come notava Deleuze già ai tempi di La Pirate), rilanciano piuttosto quelle costellazioni parentali, sulla cui anomalia, in termini di familiarità stessa con tutta una parte di cinema francese, si è giocata la storia di una generazione (da Eustache a Garrel a Vecchiali). Qui l’istituzione pubblica di relazioni e filiazioni private, la battaglia campale con cui la messa in scena attende l’irruzione di una scena ulteriore, sconosciuta e inattesa, privando l’attore di familiarità col personaggio e i figli di sicuri approdi paterni, ha i nomi di Julie Depardieu, Louis Garrel, Agathe Bonitzer (grande anfitrione il non a caso rohmeriano Pascal Greggory). Non si tratta tuttavia di una chiamata a raccolta, quanto invece di una spirale di febbricitanti corpo a corpo, che più si disperde e si devia, più si concerta e si concentra. Ripidissime e pericolosissime fughe amorose giù ai piedi del torrente (Garrel-Bonitzer), respinte e circuitazioni (Depardieu-Garrel), fantasmi del passato (Bonitzer-Greggory), nudi integrali (Greggory-Depardieu), rivalità e fascinazione (Garrel-Greggory). In gioco, nella grande villa immersa nel bosco, c’è una pièce le cui prove intensificano l’elettricità dell’intreccio, come fossero uno specchio artificioso dei rapporti (e in ogni caso, da ambo i lati, marcando la medesima distanza dal teatro o da qualsivoglia teatralità). Sorprende invece il modo in cui Doillon, sempre al centro della combustione, riesca nell’impresa di nascondere la macchina da presa, insieme elastica e invisibile come in un provino fiume, attento a cogliere tutte le potenze e a ridarle in forma di potenzialità pura (parlando di lui, molti anni fa, Philippe Garrel sintetizzava così: “Cara macchina da presa”). Se l’attore non è più chi recita o cosa recita, se non è qui né altrove, se non è se stesso né l’altro: cosa filma Doillon, cosa è il film Doillon? Appunto la zona indiscernibile, il punto di smarrimento, cui si può e si deve trovare la sua scena (“Ho sempre il sospetto che se faccio un’ellissi, è proprio quello il tempo che avrei dovuto filmare”). Si avranno abissali sospensioni e improvvisi smottamenti, vuoti impensabili e picchi insostenibili, ma è fra le due pose che bisognerà faticare a installarsi. Scelta tutta politica e etica di un regista che non teme l’incompatibilità, che cerca la perfezione nell’irrisolto, nell’opaco, nell’incerto. E chissà che tutti i ciak, una volta finiti, non si prolunghino altrove.

Lorenzo Esposito

Le Mariage à trois di Jacques Doillon

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