NON VOGLIO PIU’ SCRIVERE

Intervista con A. Gnoli da La Repubblica.

Dieci chili in meno e molta rabbia in più. Incazzatura vera contro i travisamenti, gli equivoci, le mezze frasi, le condanne che il grande circo mediatico ha pronunciato dopo la sua rinuncia all’Isola dei famosi. Oltre che come scrittore, Aldo Busi è unico come personaggio. Un combattente: ha già pronta una serie di querele contro chi lo ha accusato di apologia della pedofilia. Dice: “A memoria di uomo, di donna e perfino di frocio, non c’è traccia di un tale abominio, non dico in Aldo Busi persona e scrittore, ma in nessuna parte della mia famiglia. Quando parlo della pedofilia mi riferisco a quella altrui, così come quando parlo della frode fiscale il pensiero non va a me che ho sempre pagato le tasse, ma a tutti coloro che le evadono. E’ ora di finirla con l’idea che il criminale non è colui che commette il crimine ma quello che lo denuncia”.

L’accusano anche di avere dato dell’omofobo al Papa.
“Ma non mi riferivo a un papa specifico, bensì a un orientamento storico della Chiesa. Anche se, quando era cardinale, Ratzinger promosse in un documento la condanna più efferata dell’omosessualità. Da papa è certamente più cauto”.

Va via dall’Isola, torna in Italia, manda una lettera a Simona Ventura, in cui precisa alcune cose. La lettera viene letta in televisione, qualcuno subito dopo si è affrettato a dire che Busi ha fatto marcia indietro.
“Marcia indietro io? Ma siamo pazzi. Quando apro un sillogismo sono io a chiuderlo. Nessuno può farlo al posto mio. Fare marcia indietro equivarrebbe a rinnegare la mia opera, il mio passato di scrittore”.

Si è anche parlato di censura, di quello che si può dire o non dire in televisione.


“Ho infranto un tabù. Ho cercato di portare nel cosiddetto entertainment la società e la politica. Ho lavorato per otto anni ad Amici, vedevo questi ragazzi e ragazze completamente spersonalizzati. Ballano e cantano come fichi secchi caduti dal nulla”.

Un po’ come all’Isola dei famosi.
“Identica cosa: molto spettacolo, poca informazione. La grande tabe italiana è che il potere politico domina l’informazione e non il contrario. Se migliaia di ragazzi vogliono ballare, cantare, fare spettacolo e nessuno più desidera studiare fisica, matematica, biologia, medicina, letteratura, bisognerà spiegargli, prima o poi, che un paese così è destinato a morire”.

E’ quello che lei ha cercato di fare all’Isola?
“Vanamente. Dalle bocche degli altri naufraghi non è mai uscita una parola di preoccupazione per la politica, per l’economia, per il lavoro che non c’è, per le sorti del paese. Niente. Come se vivessero dentro una bolla di sapone. E sa cosa le dico? La bolla di sapone è di destra. Mentre l’acqua corrente e gratuita è di sinistra”.

Questa è la prima volta che la sento. Ma in fondo un naufrago pensa soprattutto alla propria sopravvivenza.
“Sbaglia. Un naufrago in compagnia, sopravvive solo se sopravvivono gli altri. Finché sei in un gruppo sei costretto a pensare anche agli altri”.

Diciamo la verità non sembravate proprio un gruppo compatto.
“Perché non eravamo dei veri naufraghi, ma naufraghi televisivi. E’ una cosa molto diversa. Non bisogna dimenticare che eravamo agiti dall’esterno. E’ questa la vera esperienza di isolamento che uno prova”.

Un isolamento un po’ affollato. Che cosa accade per sentirsi così?
“Accade che perdi la tua identità. A parte il fatto che io di identità ne ho a tonnellate, perché ho sempre saputo perderla nei momenti giusti, ma quando arrivi lì sull’Isola, devi consegnare documenti, portafoglio, carte di credito, telefonino. E non hai più accesso a nessun tipo di informazione. Ti svegli la mattina e non sai dove ti manderanno che cosa farai. E’ una sensazione orribile. Sembra di vivere un sequestro di persona”.

Ma lei Busi perché ha deciso di fare questa esperienza? Sapeva fin dall’inizio di essere un corpo estraneo. Allora perché andare?
“Il motivo vero fino ad oggi non l’ho detto a nessuno. Ne ho accennato solo alla psicologa che era sull’Isola e che ascoltavo perché era un modo per aiutarla, per giustificarne la presenza”.

Argomento grave?
“Gravissimo. Ho desiderato schiantarmi con l’elicottero che mi trasportava sull’Isola o infrangermi con uno di quei barconi che ci trasferivano da un punto a un altro dell’Isola contro uno scoglio. Lo so, può sembrare assurdo, ma mi trovavo in una situazione molto particolare. D’altro canto sono troppo spiritoso per suicidarmi. Ma non mi va nemmeno di continuare a vivere in Italia. Anche se, andandomene mi sembrerebbe di prosciugare l’unica linfa vitale che esiste, cioè io”.

Quando dice situazione particolare a cosa pensa?
“Penso che vivere in Italia e aver scritto in italiano le mie opere, mi sconsola talmente tanto d’avermi fatto desiderare di morire. Mi dispiace molto che in questo pensiero di catastrofe, sarebbero state coinvolte altre vite umane. Mi sento per questo colpevole. E’ la verità, semplice e brutale”.

Diciamo una fantasia. Poi c’è il principio di realtà. Ora è fuori dall’Isola, nella sua Montichiari. Cosa ha percepito di quel mondo finto e vero allo stesso tempo?
“Le posso dire che come esperienza è stata superflua. Niente che non avessi già vissuto altrove”.

Le relazioni con gli altri naufraghi?
“Deludenti. Tra l’altro sono stato accusato di essere andato sull’Isola con la mia superiorità culturale e di aver mancato di umanità. E’ un rimprovero che non accetto. Credo di essere stato in più di una circostanza affettuoso. E poi, le dirò francamente, che mentre loro litigavano con me, io procuravo sketch da mandare in onda”.

Si dice che senza Busi l’audience dell’Isola sia sceso molto.
“Per forza, nessuno di loro conosce l’arte dell’intrattenimento. Mi chiedo che cosa ci stessero a fare. Sono persone che rimbalzano contro i loro muri mentali. Io potrei andare avanti all’infinito. C’è anche una cattiveria degli umili e dei vinti, non solo dei forti e dei vincitori”.

Lei come si definirebbe?
“Un lottatore, se qualcuno cade, ma davvero, sono pronto ad aiutarlo”.

Un lottatore con il fantasma della morte. Come convivono le due cose?
“Ho fatto tantissime cose, ma a 62 anni quello che porto a casa è molto poco. Non potevo inventarmi un 1789 a Brescia. Da solo non ce la fai. Indubbiamente godo di una libertà sconosciuta ai più. Però sono anche uno che alla fine se la suona e se la canta. Allora la libertà o è un valore che trasmetti e condividi con altri, oppure è il sogno di un pazzo. E io mi vedo più pazzo che sognatore. E poi a me non basta vedermi, voglio sapere come sono visto. E’ questo il mio inferno. La mia follia mentale che fa sì che io sia equamente distribuito fra tutti i miei personaggi”.

Letteratura e vita a volte coincidono. Dicono che vogliono rispedirla sull’Isola. Ci va?
“Vado solo a Capri. Oppure in studio dalla Simona Ventura, mi sono invaghito di lei”.

La sua avventura diventerà un libro?
“Neanche con un anticipo di un milione di euro. Un dirigente della Mondadori si è fatto avanti. Gli ho detto che non voglio più scrivere, soprattutto in italiano. Devo prima poter riacquistare fiducia nel mio paese e nei miei lettori”.

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