Archive for marzo 2010

2X2: HENRY DARGER, DAVID LYNCH

marzo 25, 2010

H. Darger

D. Lynch

H. Darger

D. Lynch

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NON VOGLIO PIU’ SCRIVERE

marzo 23, 2010

Intervista con A. Gnoli da La Repubblica.

Dieci chili in meno e molta rabbia in più. Incazzatura vera contro i travisamenti, gli equivoci, le mezze frasi, le condanne che il grande circo mediatico ha pronunciato dopo la sua rinuncia all’Isola dei famosi. Oltre che come scrittore, Aldo Busi è unico come personaggio. Un combattente: ha già pronta una serie di querele contro chi lo ha accusato di apologia della pedofilia. Dice: “A memoria di uomo, di donna e perfino di frocio, non c’è traccia di un tale abominio, non dico in Aldo Busi persona e scrittore, ma in nessuna parte della mia famiglia. Quando parlo della pedofilia mi riferisco a quella altrui, così come quando parlo della frode fiscale il pensiero non va a me che ho sempre pagato le tasse, ma a tutti coloro che le evadono. E’ ora di finirla con l’idea che il criminale non è colui che commette il crimine ma quello che lo denuncia”.

L’accusano anche di avere dato dell’omofobo al Papa.
“Ma non mi riferivo a un papa specifico, bensì a un orientamento storico della Chiesa. Anche se, quando era cardinale, Ratzinger promosse in un documento la condanna più efferata dell’omosessualità. Da papa è certamente più cauto”.

Va via dall’Isola, torna in Italia, manda una lettera a Simona Ventura, in cui precisa alcune cose. La lettera viene letta in televisione, qualcuno subito dopo si è affrettato a dire che Busi ha fatto marcia indietro.
“Marcia indietro io? Ma siamo pazzi. Quando apro un sillogismo sono io a chiuderlo. Nessuno può farlo al posto mio. Fare marcia indietro equivarrebbe a rinnegare la mia opera, il mio passato di scrittore”.

Si è anche parlato di censura, di quello che si può dire o non dire in televisione.


“Ho infranto un tabù. Ho cercato di portare nel cosiddetto entertainment la società e la politica. Ho lavorato per otto anni ad Amici, vedevo questi ragazzi e ragazze completamente spersonalizzati. Ballano e cantano come fichi secchi caduti dal nulla”.

Un po’ come all’Isola dei famosi.
“Identica cosa: molto spettacolo, poca informazione. La grande tabe italiana è che il potere politico domina l’informazione e non il contrario. Se migliaia di ragazzi vogliono ballare, cantare, fare spettacolo e nessuno più desidera studiare fisica, matematica, biologia, medicina, letteratura, bisognerà spiegargli, prima o poi, che un paese così è destinato a morire”.

E’ quello che lei ha cercato di fare all’Isola?
“Vanamente. Dalle bocche degli altri naufraghi non è mai uscita una parola di preoccupazione per la politica, per l’economia, per il lavoro che non c’è, per le sorti del paese. Niente. Come se vivessero dentro una bolla di sapone. E sa cosa le dico? La bolla di sapone è di destra. Mentre l’acqua corrente e gratuita è di sinistra”.

Questa è la prima volta che la sento. Ma in fondo un naufrago pensa soprattutto alla propria sopravvivenza.
“Sbaglia. Un naufrago in compagnia, sopravvive solo se sopravvivono gli altri. Finché sei in un gruppo sei costretto a pensare anche agli altri”.

Diciamo la verità non sembravate proprio un gruppo compatto.
“Perché non eravamo dei veri naufraghi, ma naufraghi televisivi. E’ una cosa molto diversa. Non bisogna dimenticare che eravamo agiti dall’esterno. E’ questa la vera esperienza di isolamento che uno prova”.

Un isolamento un po’ affollato. Che cosa accade per sentirsi così?
“Accade che perdi la tua identità. A parte il fatto che io di identità ne ho a tonnellate, perché ho sempre saputo perderla nei momenti giusti, ma quando arrivi lì sull’Isola, devi consegnare documenti, portafoglio, carte di credito, telefonino. E non hai più accesso a nessun tipo di informazione. Ti svegli la mattina e non sai dove ti manderanno che cosa farai. E’ una sensazione orribile. Sembra di vivere un sequestro di persona”.

Ma lei Busi perché ha deciso di fare questa esperienza? Sapeva fin dall’inizio di essere un corpo estraneo. Allora perché andare?
“Il motivo vero fino ad oggi non l’ho detto a nessuno. Ne ho accennato solo alla psicologa che era sull’Isola e che ascoltavo perché era un modo per aiutarla, per giustificarne la presenza”.

Argomento grave?
“Gravissimo. Ho desiderato schiantarmi con l’elicottero che mi trasportava sull’Isola o infrangermi con uno di quei barconi che ci trasferivano da un punto a un altro dell’Isola contro uno scoglio. Lo so, può sembrare assurdo, ma mi trovavo in una situazione molto particolare. D’altro canto sono troppo spiritoso per suicidarmi. Ma non mi va nemmeno di continuare a vivere in Italia. Anche se, andandomene mi sembrerebbe di prosciugare l’unica linfa vitale che esiste, cioè io”.

Quando dice situazione particolare a cosa pensa?
“Penso che vivere in Italia e aver scritto in italiano le mie opere, mi sconsola talmente tanto d’avermi fatto desiderare di morire. Mi dispiace molto che in questo pensiero di catastrofe, sarebbero state coinvolte altre vite umane. Mi sento per questo colpevole. E’ la verità, semplice e brutale”.

Diciamo una fantasia. Poi c’è il principio di realtà. Ora è fuori dall’Isola, nella sua Montichiari. Cosa ha percepito di quel mondo finto e vero allo stesso tempo?
“Le posso dire che come esperienza è stata superflua. Niente che non avessi già vissuto altrove”.

Le relazioni con gli altri naufraghi?
“Deludenti. Tra l’altro sono stato accusato di essere andato sull’Isola con la mia superiorità culturale e di aver mancato di umanità. E’ un rimprovero che non accetto. Credo di essere stato in più di una circostanza affettuoso. E poi, le dirò francamente, che mentre loro litigavano con me, io procuravo sketch da mandare in onda”.

Si dice che senza Busi l’audience dell’Isola sia sceso molto.
“Per forza, nessuno di loro conosce l’arte dell’intrattenimento. Mi chiedo che cosa ci stessero a fare. Sono persone che rimbalzano contro i loro muri mentali. Io potrei andare avanti all’infinito. C’è anche una cattiveria degli umili e dei vinti, non solo dei forti e dei vincitori”.

Lei come si definirebbe?
“Un lottatore, se qualcuno cade, ma davvero, sono pronto ad aiutarlo”.

Un lottatore con il fantasma della morte. Come convivono le due cose?
“Ho fatto tantissime cose, ma a 62 anni quello che porto a casa è molto poco. Non potevo inventarmi un 1789 a Brescia. Da solo non ce la fai. Indubbiamente godo di una libertà sconosciuta ai più. Però sono anche uno che alla fine se la suona e se la canta. Allora la libertà o è un valore che trasmetti e condividi con altri, oppure è il sogno di un pazzo. E io mi vedo più pazzo che sognatore. E poi a me non basta vedermi, voglio sapere come sono visto. E’ questo il mio inferno. La mia follia mentale che fa sì che io sia equamente distribuito fra tutti i miei personaggi”.

Letteratura e vita a volte coincidono. Dicono che vogliono rispedirla sull’Isola. Ci va?
“Vado solo a Capri. Oppure in studio dalla Simona Ventura, mi sono invaghito di lei”.

La sua avventura diventerà un libro?
“Neanche con un anticipo di un milione di euro. Un dirigente della Mondadori si è fatto avanti. Gli ho detto che non voglio più scrivere, soprattutto in italiano. Devo prima poter riacquistare fiducia nel mio paese e nei miei lettori”.

JEAN-LUC GODARD: FILM SOCIALISME (2)

marzo 19, 2010

Secondo trailer del nuovo Godard: l’intero film velocizzato.

ECSTASY OF THE ANGELS

marzo 18, 2010

Film altamente consigliato. Ecstasy of the Angels di Koji Wakamatsu (1972)

FINZIONI

marzo 17, 2010

Questa storia potrebbe cominciare in un bar molto popolare di un quartiere popolare di una grande citta’ italiana. Oggi si gioca una partita assai sentita, fra la squadra della citta’ e quella della maggiore citta’ piu’ vicina. In questo bar si radunano tutte le domeniche gli abitanti del quartiere, fieri sostenitori della compagine cittadina. Loro e solo loro. Ma poiche’ del doman non v’e’ certezza, ecco che oggi, proprio oggi che la sfida e’ cosi’ infida, entrano nel bar due tifosi dell’altra citta’, due emigranti che hanno nostalgia di casa. Benche’ il loro accento li scopre subito, i tradizionali avventori fingono di non vederli e cominciano a colorare il match con i soliti agguerriti epiteti d’incitamento. Diciamo subito che la partita finira’ in pareggio, un bel 2-2, che tuttavia lascia l’amaro in bocca al bar di quartiere, in vantaggio 2-0 fino a pochi minuti dal termine. Il problema e’ che i due ospiti decidono di non guardare la partita in silenzio, ma di commentarla a alta voce, dichiarandosi sportivi, cioe’ commentandola soprattutto dal punto di vista tecnico, e nonostante qualche protesta degli astanti (perche’, si sa, il proprio beniamino non sbaglia mai!), appellandosi alla liberta’ d’opinione e di pensiero, ancora e ancora alla sportivita’, lamentandosi pure che l’Italia sia finita cosi’ male, che non si puo’ vedere la partita insieme ai rivali senza esserne insultati, senza cioe’ che i rivali riconoscano, come loro fanno cosi’ bene, le verita’ di cio’ che accade sul terreno di gioco. Perche’, dicono, noi siamo democratici (ammesso e non concesso che a parti invertite sarebbe lo stesso). Tanto e’ vero che la nostra squadra sta perdendo 2-0, ma aspetta, 2-1, no di piu’, 2-2! “Avete avuto culo! Potevamo anche vincere alla fine!” Non ce l’hanno fatta a trattenersi, e la quasi rissa che ne segue, e’ ovviamente colpa dei comuni frequentatori del bar, inospitali, in tanti contro pochi ecc.

Ecco: ennesimo caso di crisi e di fine della democrazia, basato sull’ipocrita capovolgimento delle regole. Come di quelli che intendono civilizzare un altro popolo con la loro perfetta democrazia, anche a forza di invaderlo e di bombardarlo, se proprio non capisce. Se si va a casa d’altri, ci si adatta o no? Si. E il rispetto e’ o non e’ la concessione all’altro di agire secondo le proprie abitudini e costumi? Fingersi piu’ democratici e’ la prima spia dell’autoritarismo: come di chi pensa di vivere in una democrazia solo in quanto vi sono libere elezioni (anche se poi a votare ci va la meta’ della popolazione). Sportivita’ e’ sinonimo di ipocrisia: sportivo e’ chi entra nel bar avversario, si guarda la partita in silenzio, si beve una birra e se ne va a casa. La democrazia e’ conflitto, non sportivita’. Non esiste liberta’ d’opinione, esistono dei limiti, ossia la strenua difesa della liberta’ d’opinione altrui, anche se questa dovesse significare stare zitti due ore durante una partita.

SPETTATORI

marzo 15, 2010

Noi spettatori siamo di troppo.

M. Foucault

DURATE IN-NATURALI

marzo 10, 2010

Da Bergen a Oslo in HD, fra le montagne, nei luoghi dove George Lucas fece girare alcune sequenze di The Empire Strikes Back. Qui dieci minuti circa, ma la versione integrale è di 7 ore (disponibile su torrent). Il video è sotto licenza CC, dunque riutilizzabile da chiunque, previa semplice citazione della fonte. Per saperne di più:  http://nrkbeta.no/2009/12/18/bergensbanen-eng/

FINE DELLA DEMOCRAZIA

marzo 9, 2010

E’ una crisi di regime di Stefano Rodotà (“Repubblica”)

CHE COSA indica la decisione del Tar del Lazio che, ritenendo inapplicabile l’assai controverso decreto del Governo, ha confermato l’esclusione della lista del Pdl dalle elezioni regionali in questa regione? In primo luogo rivela l’approssimazione giuridica del Governo e dei suoi consulenti, incapaci di mettere a punto un testo in grado di superare il controllo dei giudici amministrativi. Ma proprio questa superficialità è il segno della protervia politica, che considera le regole qualcosa di manipolabile a proprio piacimento senza farsi troppi scrupoli di legalità. E, poi, vi è una sorta di effetto boomerang, che mette a nudo le contraddizioni di uno schieramento politico che, da una parte, celebra in ogni momento le virtù del federalismo e, dall’altra, appena la convenienza politica lo consiglia, non esita a buttarlo a mare, tornando alla pretesa del centro di disporre anche delle materie affidate alla competenza delle regioni.

Proprio su quest’ultima constatazione è sostanzialmente fondata la sentenza del Tar del Lazio. La materia elettorale, hanno sottolineato i giudici, è tra le competenze delle regioni e, partendo appunto da questo dato normativo, la Regione Lazio ha approvato nel 2008 una legge che ha disciplinato questa materia.Lo Stato non può ora invadere questo spazio, sostituendo con proprie norme quelle legittimamente approvate dal Consiglio regionale. Il decreto, in conclusione, non è applicabile nel Lazio. I giudici amministrativi, inoltre, hanno messo in evidenza come non sia possibile dimostrare alcune circostanze che, in base al decreto del 5 marzo, rappresentano una condizione necessaria per ritenere ammissibile la lista del Pdl. In quel decreto, infatti, si dice che il termine per la presentazione delle liste si considera rispettato quando “i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale”. Il Tar mette in evidenza due fatti. Il primo riguarda l’assenza proprio del delegato della lista che ha chiesto la riammissione. E, seconda osservazione, non è possibile provare che lo stesso delegato, presentatosi in ritardo, avesse con sé il plico contenente la documentazione richiesta.

Se il primo rilievo sottolinea l’approssimazione di chi ha scritto il decreto, il secondo svela la volontà di usare il decreto per coprire il “pasticcio” combinato dai rappresentanti del Pdl. Che non è frutto, lo sappiamo, di insipienza. È stato causato da un conflitto interno a quel partito sulla composizione della lista, trascinatosi fino all’ultimo momento, anzi oltre l’ultimo momento fissato per la presentazione della lista. È una morale politica, allora, che deve essere ancora una volta messa in evidenza. Per risolvere le difficoltà di un partito non si è esitato di fronte ad uno stravolgimento delle regole del gioco. La prepotenza ha impedito anche di avere un minimo di pazienza, visto che la riammissione da parte dei giudici dei listini di Formigoni e Polverini ha eliminato il rischio maggiore, quello di impedire in regioni come la Lombardia e il Lazio che il partito di maggioranza avesse un suo candidato. Si dirà che, una volta di più, i giudici comunisti hanno intralciato l’azione di Berlusconi e dei suoi mal assortiti consorti? È possibile. Per il momento, però, dobbiamo riconoscere che proprio i deprecati giudici hanno arrestato, sia pure provvisoriamente (si attende la decisione del Consiglio di Stato), una deriva verso la sospensione di garanzie costituzionali.

Non possiamo dimenticare, infatti, che la democrazia è anche procedura: e  il decreto del governo manipola proprio le regole del momento chiave della democrazia rappresentativa. La democrazia è tale solo se è assistita da alcune precondizioni: e le sciagurate decisioni della Commissione parlamentare di vigilanza e del Consiglio d’amministrazione della Rai hanno obbligato al silenzio una parte importante dell’informazione, rendendo così precaria proprio la precondizione che, nella società della comunicazione, ha un ruolo decisivo. Non dobbiamo aver paura delle parole, e quindi dobbiamo dire che proprio la congiunzione di questi due fatti, se dovesse permanere, altererebbe a tal punto le dinamiche istituzionali, politiche e sociali da rendere giustificata una descrizione della realtà italiana di oggi come un tempo in cui garanzie costituzionali essenziali sono state sospese.

Comunque si concluda questa vicenda, il confine dell’accettabilità democratica è stato comunque varcato. Una crisi di regime era già in atto ed oggi la viviamo in pieno. Nella storia della Repubblica non era mai avvenuto che una costante della vita politica e istituzionale fosse rappresentata dall’ansiosa domanda che accompagna fin dalle sue origini gli atti di questo Governo e della sua maggioranza parlamentare: firmerà il Presidente della Repubblica? Questo vuol dire che è stata deliberatamente scelta la strada della forzatura continua e che si è deciso di agire ai margini della legalità costituzionale (un tempo, quando si diceva che una persona viveva ai margini della legalità, il giudizio era già definitivo). Questa scelta è divenuta la vera componente di una politica della prevaricazione, che Berlusconi ha fatto diventare guerriglia continua, voglia di terra bruciata, pretesa di sottomettere ogni altra istituzione. Da questa storia ben nota è nata l’ultima vicenda, dalla quale nessuno può essere sorpreso e che, lo ripeto, rivela piuttosto quanto profondo sia l’abisso nel quale stiamo precipitando,
A questo punto, la scelta di Napolitano, ispirata com’è alla tutela di “beni” costituzionali fondamentali, deve assumere anche il valore di un “fin qui, e non oltre”, dunque di un presidio dei confini costituzionali che arresti la crisi di regime. Ma non mi illudo che la maggioranza, dopo aver lodato in questi giorni l’essere super partes di Giorgio Napolitano, tenga domani lo stesso atteggiamento di fronte a decisioni sgradite in materie che già sono all’ordine del giorno.

Ora i cittadini hanno preso la parola, e bene ha fatto il Presidente della Repubblica a rispondere loro direttamente. Qualcosa si è mosso nella società e tutti sappiamo che la Costituzione vive proprio grazie al sostegno e alla capacità di identificazione dei cittadini. È una novità non da poco, soprattutto dopo anni di ossessivo martellamento contro la Costituzione. Oggi la politica dell’opposizione dev’essere tutta politica “costituzionale”. Dopo tante ricerche di identità inventate o costruite per escludere, sarebbe un buon segno se la comune identità costituzionale venisse assunta come la leva per cercar di uscire da una crisi che, altrimenti, davvero ci porterebbe, in modo sempre meno strisciante, a un cambiamento di regime.

(10) DECRETI INTERPRETATIVI

marzo 6, 2010

Sarò impopolare e dirò che:

1. Sono 15 anni che ogni decreto è un colpo di mano.

2. Ogni colpo di mano era ed è espressione di un sistema di valori e di una difesa di classe precisa e pervicace.

3. A non credere più alla lotta di classe, alla necessità cioè di dare al conflitto, mai sopito e necessario in qualunque società che si vuole democratica, una vitalità anzitutto culturale, e quindi politica, è stata la sinistra.

4. Non dico tutti, ma almeno la metà dei provvedimenti dell’era autoritaria di Silvio Berlusconi, si basano su precedenti indirizzi (politici, e quindi culturali) dati dal cosiddetto centro-sinistra (a cominciare, purtroppo, dall’indirizzo dato già da Prodi alla Protezione civile di Bertolaso).

5. E’ questa la nostra reale tragedia, la nostra crisi: che non c’è differenza in termini di valori, o meglio di interpretazione politica dei valori condivisi (ammesso che ci siano), fra le destre populiste autoritarie plebiscitarie e i beppegrilli, i popoliviola, le italiedeivalori, i transformersrutelliani.

6. Quando Di Pietro dichiara: “Ci vorrebbe l’esercito”, denuncia l’appartenenza a un sistema di valori del tutto affine a quello del suo principale nemico, cioè è essenzialmente un uomo di destra casualmente o per convenienza finito nel già confuso calderone di centrosinistra.

7. L’ipocrisia è totale: “Siamo solidali con gli italiani che pagano le multe” (Zingaretti). C’è qualcuno di noi, che pur pagandole, non cerca di non pagarle, o vede lo Stato come un nemico (e lo è!)?

8. La verità è che chiunque in Italia – ma per la sinistra è più grave – ha accettato l’odierno modello di sviluppo (globale), cioè crede nel progresso (progressisti riformisti ecc.), e non nel cambiamento o nella rigenerazione:  e quindi non è più di sinistra.

9. Alternativa non è la parola: la parola da usare è Alterità (rileggere Pasolini luterano). Con questa destra non c’è possibilità di dialogo su nulla. Qualunque parola usino bisogna usarne o trovarne una opposta. Bisogna ricostruire un mondo culturale, e quindi politico, contrario, irriducibile, a loro inaccessibile, un’altra lingua.

10. Non basta vincere delle elezioni, non basta più, l’obiettivo non può essere solo avere la maggioranza in Parlamento. Il fatto che (anche questo è stato detto) il voto sia l’ultima arma rimasta a chi si vuole opporre, è gravissimo sintomo di un regime non di una democrazia. Bisogna fare i preparativi per la rivoluzione.

OSTIA: ASPETTANDO LE ONDE ROSA

marzo 4, 2010

Non farò nomi. Riceviamo invito dalla Biblioteca Elsa Morante di Ostia, per partecipare a un incontro con delle classi di liceali sul tema (un po’ confuso o, a seconda dei punti di vista, molto allargato), la donna nella tecnologia in rapporto all’uomo (Onde rosa). L’uditorio, che ha in massa facebook, ma usa pochissimo twitter, è straordinario per capacità di unire intuito e vaghezza. D’altra parte le prime due donne chiamate a parlare: una piccola diciassettenne cui, con una di quelle trovate giornalistiche che non sono altro che storpiature della lingua italiana, hanno imposto l’etichetta di ‘nativa digitale’ e letteralmente non sa che dire; e una inviata di “Donna tv”, che è enormemente preoccupata della rappresentazione che della donna dà la televisione italiana, e costringe tutti a discutere del solito nulla nostrano fatto di grandi fratelli e marie de filippi (ma l’uditorio si oppone eccome, al tema) – rischiano le due ragazze di affondare per sempre in questo grigio e solitario litorale. Ma dalle acque tirano fuori la testa due sirene viaggiatrici, due esploratrici attive in medio oriente e sud america (un’insigne saggista e una scrittrice), che invitano a fregarsene della rappresentazione, a auto-rappresentarsi, a costruire agende eclettiche, a non fare le vittime, a dire infine “a noi gli uomini piacciono perchè sono diversi”, ‘fanculo uguaglianze ipocrite, pari opportunità, quote rosa, e improvvisamente il mare si ingrossa e il grigio si fa rosso e si può scegliere dove tuffarsi o verso dove navigare.