Diario di viaggio – Damasco

Damasco, gennaio 2009

In un film di Amos Gitai del 1994, Au pays des oranges, il regista riesce a entrare a Gaza e la sua macchina viene circondata da palestinesi, ragazzi e uomini, che semplicemente non riescono a capire perchè non gli è permesse uscire dalla città per andare a lavorare (in Israele). 1994: non si può fare a meno di pensare allo stallo che affligge questa antica regione del mondo. Anche adesso, mentre seguo il giovane Ahmed, che ci guida (me e mia moglie) attraverso i vicoli del campo profughi palestinese di Damasco, Yarmouk. In realtà il campo è un vero e proprio quartiere della città e accoglie oltre cinquecentomila rifugiati. E’ sera, le strade interne sono buie e deserte e su ogni portone o dalle finestre sventolano bandiere a lutto che si confondono con la notte. In fondo invece, la strada principale che taglia in due il quartiere è illuminata a giorno dai ristoranti e dai negozi sempre aperti. In una piccola piazza c’è una tenda dove ogni giorno si svolgono dibattiti e incontri. Lì davanti un gruppo di ragazzetti ha disegnato per terra con dell pietre la cartina della Palestina e ora la circonda in veglia con in mano delle candele. Visitiamo un centro d’accoglienza in cui si svolgono workshop, campi estivi, attività politiche e di volontariato. C’è una sala con dei computer e un cinema. La discussione verte sul fatto che quasi tutte le bandiere delle nazioni mediorientali sono una variazione di quella palestinese (il caso limite la Giordania: stessa bandiera, ma con una stella). Diceva Nietzsche in uno dei suoi aforismi più spericolati e veggenti: “Farsi inermi, quando si era più armati – è questo il mezzo per la vera pace”. Il più forte che a un certo punto depone tutte le armi, disarmando anche il contendente. Ma Israele non sembra concepire questa possibilità rivoluzionaria. Qualcuno chiede: “Ma allora dov’è la Palestina?”. La risposta è la domanda.

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