Contro la comunicazione: nel bel ‘mezzo’ di niente

Ciò che non si finisce mai di ri-scrivere è l’identità. Tutti i sistemi audiovisivi digitali radicalizzano questo processo, attraverso un conflitto permanente fra identità singolari e identità collettive. La domanda non è più cosa si modifica nell’immagine sottoposta allo sguardo, ma come si modifica l’occhio, cioè le persone, nella convulsione e modificazione continua dell’immagine. Ipotesi mabusiane e profezie orwelliane semplicemente fanno i conti con l’identità tecnica fra controllori e controllati. L’economia del soggetto diventa un’economia di contesto, precipitazione e convergenza di un numero tale di fonti e di manipolazioni e di interpretazioni, che non ha più molto senso parlare di copia e di originale. Soprattutto si incrinano le sicurezza della comunicazione, la vocazione o il sogno di accorciare sempre di più la distanza dagli eventi. Da questo punto di vista l’epoca digitale  è l’effetto della crisi globale che ha colpito la rincorsa alla contemporaneità perseguita dai mass media per oltre mezzo secolo. Come ha mirabilmente scritto Thomas Pynchon l’informazione è per sua natura postuma: cosa succede se il razzo prima esplode e poi lo si sente arrivare? Paradossale, per chi si definisce medium, non riuscire mai a stare completamente nel mezzo (o forse è questa la sua più pericolosa qualità?)

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