Quaderni dal carcere

Il farsi e il disfarsi dello spazio fuori di noi è una tessitura inesplicabile che inesorabilmente si dis-fa. Quando questo tessersi delle cose viene percepito, quando viene percepito il suo annodarsi indipendentemente da noi, allora si entra nel tempo, e per un istante lo si chiama presente. Nel Paese dove vivo, questa tragica e appassionante dimensione dell’umano, lungi dall’essere correttamente interpretata (gli ‘artisti’ sono coloro che scolpiscono lo spazio e lo trasformano in tempo, non come qui gli scrittori o i cineasti o i musicisti o i presentatori televisivi etc), produce invece una confusione assoluta sui termini e sulle identità. Tutti si credono presenti. Tutti credono che esistano degli argomenti cui presenziare. Così, per esempio, viaggia sui binari illusori del tempo, da destra a sinistra, la parola sicurezza. In realtà si dovrebbe dire ordine pubblico, visto che nessuno può essere sicuro di nulla (e anche così, cinque stupri all’anno sono poca cosa rispetto alle tensioni che agitano il vivere comune). Invece si dice sicurezza, illudendosi di essere proprio noi qui in questo momento (magari nel vuoto a rendere di un blog). L’unica cosa su cui una popolazione dovrebbe richiedere sicurezza è sul lavoro, sulla salute, sull’istruzione – tanto per dire una cosa sullo spazio vitale di una sinistra che non c’è perchè crede nel tempo.

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