Archive for febbraio 2009

Ahimè

febbraio 27, 2009

Ogni critico, ahimè, è la triste fine di qualcosa che è iniziato come sapere, come delizia di mordere e di masticare.

Julio Cortazar

Quaderni dal carcere (4) – Università (in Italia)

febbraio 26, 2009

“Perchè le Università italiane non esercitano nel paese un influsso di regolatrici culturali?”, si chiedeva A. Gramsci poco meno di un secolo fa. Ho partecipato a un concorso per un posto da ricercatore, in cui:

1) Mi si è chiesto sostanzialmente di far numero, altrimenti diventava complicato assegnarlo alla persona per cui il concorso era stato ‘chiamato’ (la persona in questione, fra l’altro preparatissima, se lo è meritato comunque: curioso caso in cui causalità e casualità coincidono)

2)Mi si è detto: non passerai, ma l’Università ti sarà debitrice e al prossimo concorso… (il fatto che oggi i sistemi di valutazione si auto-definiscano ‘creditizi’ è esemplare).

3)E’ stato molto bello il discorso del Presidente di commissione sulla serietà richiesta (“Non come a Medicina!”): dovete avere solo la penna in mano, i compiti devono essere anonimi, se dovete andare in bagno vi accompagnamo noi.

4)La commissione ha sostenuto, durante l’orale, che risultavo troppo atipico e che non mi ‘capiva’.

5)E’ andato tutto, ma proprio tutto, come previsto.

6)In tre giorni di lavori (due scritti e un orale) mi sono sentito più fuori dal mondo di quando scrivo una pagina di un romanzo che so non verrà mai pubblicato.

Che influsso può avere, risultati a parte, un organismo per cui la cultura è il sintomo e l’approdo della propria burocrazia? Dovrebbe forse  spingere se non a una rivolta generalizzata, perlomeno a un’opposizione radicale. Ma anche queste è previsto che non ci siano.

Umano, troppo umano

febbraio 24, 2009

Se si considera come ancora oggi tutti i grandi eventi politici si insinuino in scena segretamente e velati, come vengano nascosti da avvenimenti insignificanti e appaiano piccoli in loro vicinanza, come solo molto tempo dopo il loro prodursi mostrino i loro profondi influssi e facciano tremare il suolo: quale importanza si può allora annettere alla stampa, qual essa è oggi, col suo giornaliero dispendio di polmoni, per gridare, per assordare, per eccitare e spaventare – è essa più del cieco chiasso permanente, che svia le orecchie e i sensi in una falsa direzione?

Friedrich Nietzsche

Quaderni dal carcere (3)

febbraio 23, 2009

Essere laici significa indicare la distanza necessaria all’uomo per non soccombere sotto il peso delle proprie illusioni (giustizia, uguaglianza, fraternità). Indicare la distanza dell’uomo dall’uomo, individuando il “puzzo di cadavere che trapela dal belletto”. E almeno, così facendo, opporsi all’illusorietà delle forme contingenti (gli odiosi e insulsi contesti), cioè opporsi al pensiero di destra, che di quelle illusioni non attacca la forma, ma il contenuto, cioè l’umanità, cioè ancora la possibilità di sbagliare, la libertà di commettere un errore, il sentimento.

Poesia (palestinese) per una ragazza ebrea

febbraio 21, 2009

Fra Rita e I miei occhi si leva un fucile.

Quelli che conoscono Rita,

s’ inchinano e pregano I suoi occhi di miele divino.

Ho baciato Rita bambina,

lei si è stretta a me, lo ricordo…

I suoi capelli mi coprivano il braccio.

Ricordo Rita

Come l’uccello ricorda la sua fontana.

Oh, Rita!

Un milione di immagini

Un milione di uccelli

Un milione di appuntamenti

Sono stati assassinati da un fucile.

In nome di Rita, festa per le mie labbra.

Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue.

Per due anni, mi sono perduto in lei.

Per due anni lei si è distesa sul mio braccio,

uniti nel fuoco delle nostre labbra,

siamo resuscitati due volte.

Oh, Rita!

Chi avrebbe potuto sciogliere i nostri sguardi,

prima che si levasse un fucile?

Oh, notte di silenzio!

C’era una volta…

Una luna è calata all’alba…

Lontano, in occhi di miele

E la città ha cancellato Rita e le canzoni…

Fra Rita e I miei occhi si leva un fucile.

Mahmud Darwish

Dalla nube alla Resistenza

febbraio 20, 2009

Non bisogna dar più nulla per scontato. Girarsi indignati senza spiegare è semplicemente sintomo di debolezza o egoismo, perchè in realtà non si crede più alla fatica e al lavoro della parola. Se un abisso ci separa dagli altri, gettarsi a capofitto verso il fondo. Tenere alto il conflitto. Posizionarsi. Chiarire la differenza. Non bisogna essere ‘normali’ né ‘tranquilli’: bisogna essere rigorosi. Si chiama minoranza? Ebbene si, ma talmente solida da mettere l’altro in ascolto. Che sia scrivere filmare manifestare, l’essere politico è ciò che non permette di mediare, anzi che toglie sicurezze, e solo così ci restituisce al mondo. Il resto è narcisismo, accademia, ricerca del potere.

La fine della democrazia

febbraio 18, 2009

Immaginate un missile che si sente arrivare solo dopo che è esploso. Alla rovescia! Un frammento di tempo reciso con precisione… qualche metro di pellicola fatta scorrere al contrario… il razzo, arrivato più veloce del suono, scoppia – poi, dalla sua stessa esplosione, scaturisce il rombo della sua discesa, ricongiungendosi alla morte e al fuoco che ha già causato… un fantasma nel cielo…

T.P.

Quaderni dal carcere (2)

febbraio 17, 2009

Uno dei motivi per cui bisogna essere sempre contro la comunicazione, risiede nella melassa che comunemente chiamiamo attualità. Oggi che la facilità d’accesso alle informazioni produce anche l’eccesso di fonti e di ‘comunicazioni’, se da un lato si moltiplicano le forme di contro-informazione, dall’altro si pone la questione della selezione: come individuare sacche di rilevanza all’interno di un flusso insieme trasversale e interconnesso? Si prenda la comunicazione politica italiana, tutta basata su una sorta di bollettino lottizzato di dichiarazioni. Poichè rilasciare un commento non costituisce nessun evento, e quindi nessuna traducibilità in notizia, la realtà è che ci viene comunicato quotidianamente il nulla, fingendo che nient’altro sia accaduto, o che sia accaduto altrove. Chi comunica questo altrove? Il problema dell’attualità, questa sciocchezza della contemporaneità, dell’essere presenti agli eventi (che in quanto tali sono già passati), è che, ammettendo pure che esista, essa si produce a ridosso degli accadimenti,  e che questo lasso di tempo, caratterizzato da un seppur minimo ritardo, è anche la zona di massima manipolabilità, il luogo in cui ciò che vorrebbero far passare per comunicazione è al contrario una forma di controllo su ciò che si deve sapere e su ciò che no e soprattutto sul come. Gli strumenti che ci rendono liberi, sono gli stessi che ci controllano.

Oltre lo zero

febbraio 16, 2009

Troppo semplice e troppo facile dividere semplicemente il mondo in due. Ecco come funziona il capitale. Un po’ così, forse. Uno povero e uno zero uguale uno meno povero. Uno meno povero e ancora uno zero uguale uno più ricco. Uno più ricco e ancora uno zero uguale uno ancora molto più ricco. Il capitale funziona così. A un certo punto addiziona, e ciò che addiziona, sono gli zeri. Si, ma zeri che rappresentano decine, centinaia, migliaia di voi  e di me, dirà il capitalista, quindi di fatto non proprio degli zeri. Bisogna vedere. Imparare a vedere che queste decine, centinaia, migliaia di me e voi, quando si tratta di pagare, quando è ora di fare il totale delle disfatte e delle vittorie, ce l’hai nel culo, ce l’hai nel culo per ciò che non si è voluto vedere. Tu neanche, lei neanche e lui neanche ha voluto vedere che tutti questi sogni sono rappresentati. Non ha voluto vedere che tutti questi sogno sono rappresentati a un dato momento. Dati e ripresi da zeri che li moltiplicano. Siccome sono zeri, moltiplicano mentre annullano. Non c’è quindi stato il tempo di vedere che è in quel momento, in quel posto, che le nostre speranze sono state ridotte a zero.

Jean-Luc Godard e Anne-Marie Mieville

Tragedie inavvertite

febbraio 14, 2009

Una piccola storia dell’occhio in forma di plagio: che cosa si deve vedere dietro l’immagine? che cosa si deve vedere sull’immagine? che cosa si deve vedere nell’occhio? – credendo che basti, a far la storia, lo scambio continuo delle cause con gli effetti. Ma, come ricorda Max Aub, “Fummo, non siamo storia”. Si può chiamare progresso un benessere che forse avrà termine domani per il solo fatto di esistere? Un occhio di vitello senza peli e truccato, molle come un fegato e albino come la Luna: c’è chi ha saputo per poco che la contemporaneità non va comunicata, ma creata. Oggi, che all’attore si dice “Guardi lassù, c’è un dinosauro”, come allora “Guardi dalla finestra. Sta sfilando un esercito”, si dimentica, sotto il peso delle notizie, che il taglio è il trucco: che l’arte e la vita tessono l’ombra l’una dell’altra, come la doppia lama di un rasoio liquido.