CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [26]

Capitolo 4.

L’agente di controllo M12 sentì la familiare leggera scorticatura strisciante sulle pareti polmonari. Reagì come sempre. Serrò le labbra e trattenne il dolore (solito fottutissimo battito di palpebre). Gli occhi si smarrivano, diffidenti con il meraviglioso nuovo mondo degli agenti segreti. Il corpo invece si riusciva a tenerlo sotto controllo, rigido nel cappotto grigio d’ordinanza, fingendo un tutt’uno pelle e ossa, immaginando una corazza invisibile capace di respingere gli affondi inesorabili della libertà di pensiero, problema irrisolto di tutti gli agenti… Ma con l’attività oculare non c’era scampo. Dover vedere prima di agire, dover vedere agendo, dover vedere i risultati ottenuti. Il ritorno all’occhio dell’immagine – nessuno finora ha trovato una soluzione al ripetersi sempre uguale di tale percorso – attivava il pensiero, così che essere agenti segreti significò subito e prima di tutto imparare a difendersi dal pensiero, mandarlo là in cenere, in vulnerabile finissima polvere, testimonianza di ciò che fu il fuoco di un’idea, del suo bruciante passaggio.

Questa pratica d’isolamento della vista dai pensieri, senza cui a nessuno era permesso salire al rango di agente, produceva un unico effetto collaterale: gli occhi sbattevano le palpebre, evocazione non richiesta di una perplessità inconscia, pugno di cenere negli occhi. (Fra gli agenti girava la storia di un loro predecessore che per eliminare il problema riuscì a isolare un concentrato di immagini. Attraverso un procedimento che mescolava scorie radioattive e lacerti di carne umana ottenne un preparato di immagini, che erano le immagini che ognuno aveva di se stesso, cioè esattamente l’ineffabile fondamento del guardare. Chiuse il preparato in una scatola fatta di pelle umana, salì sulla collina, la aprì e rilasciò le immagini nell’aria. Questo gli permise di agire con precisione e sicurezza senza più dover vedere se stesso all’opera, ma i doppi radioattivi stavano morendo in ogni parte del mondo e inoltre stavano contagiando con il virus dell’immagine città intere. I contagiati morivano di stenti di fronte ai nuovi se stessi e altrui immaginari, e mentre morivano rilasciavano nell’aria un’indefinibile mistura di carne e odio, un’ultima entità rabbiosa negli occhi freddi della morte che impallidisce il volto. Il Comando emise un ordine di cattura, ma l’agente immaginario non fu mai trovato. Oggi, fra le leggende degli agenti in attività, spicca quella dell’agente immaginario che compare nei loro sogni per consigliarli e accudirli nelle difficoltà).

M12 guardò Jack. Lo guardò e in una nuvola di fumo pronunciò la domanda successiva, stancamente presente all’inevitabilità del non poter ricevere risposta, perchè non esiste risposta alla maggior parte delle domande e l’interrogatorio, o il processo, sono inutili figure retoriche di una burocrazia lontana, dove ci si ostina a credere che le regole siano più di una semplice parola, lampi a colori di invisibili strutture poliziesche la cui certa efficienza sta appunto nel loro freddo inapparire. Nessuno pone domande nessuno risponde, facile trovare il colpevole.

“Dove? Qui? Là? In che luogo si situano le parole sulla pagina?”.

(continua)

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