CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [25]

“Nomi Jack, nomi. Chi altro c’è là fuori?”

La grande spianata orientale. Lì davanti, senza più vie di mezzo, senza più guerre a medio termine. L’acuta sensazione, soprattutto, di un inerte gioco di parole (l’Oriente o è medio o è lontano). La sabbia si alzò in un alito leggero (strizzando gli occhi è possibile che il giallo incontri l’azzurro). Eppure non è più solo una questione di linee fra cielo e terra. È l’assenza assoluta d’amore, lo scrittore che impara a restare freddo, che, sperimentandola, si ritrae dalla parola. Subito dopo malattia, istintiva pulsione al fallimento. Sbattere gli occhi, tenerli in vibrazione convulsa epilettica, vuol dire forse tenere la luce fuori? Pezzo di cielo in un lampo, là. Cioè, si prendono appunti per ricordare a se stessi un giorno di quel viaggio di tanto tempo fa. Ad ogni modo l’imperscrutabile Oriente ha bisogno di un mucchio di sole per digerirlo. Per questo si rimane fermi, velati, sui fili invisibili del deserto. Acrobata dell’aria, Jack inghiottì raggi solari (lo stomaco brucia fiamme che schiariscono la vista). Ricordò ancora il Cairo, gli architetti che sognavano impossibili intrichi tombali. E ricordò la regione indiana dove gli uomini, dopo orribili stenti, si trasformavano in elefanti. Non c’è ragione di trovare un senso. L’amore vola via insieme alle parole. È questo contro cui tutti combattono (placido fiume sporco di sangue).

Cairo. Lunghe file di mattoni portati verso l’alto dal formicaio in schiavitù. Uno sguardo solo li abbraccia tutti. L’architetto usa l’ingegno contro il ricatto. Un sistema di passaggi segreti. Un’unica chiave al montaggio. La sua morte non vale la visione. La regina delle piamidi.

India (grandi pianure). Protuberanze facciali. Verdi arbusti e pezzi di terra melmosa sul volto. Quando scende la notte le cose non sembrano le stesse. Somma di mutazioni. Qualcosa dello spirito se ne va. L’uomo si ritrovò nel corpo di un elefante. Un barrito verso il sole. Libero, ora.

Jack si limitò a dire: “Se ci sono nomi, sono solo nominazioni, tracce di una resurrezione, epigrafi. Si fallisce sempre, per questo si scrive”.

Il linguaggio allora, di cui la parola è la prima e più immediata contraddizione, prese il sopravvento, sostituendo l’interrogatorio. Jack perse l’ordine dei ricordi e ne fu quasi felice. Restò muto, mentre le parole avanzavano. Il Comando ebbe allora la fastidiosa impressione di essere solo un personaggio di un romanzo in fase di elaborazione (strofinio assordante di sedie dietro le scrivanie fino all’ultimo ufficio). Questo romanzo sempre in procinto di distendersi in una narrazione più articolata e continua, quasi ottocentesca, ma incessantemente costretto a fare i conti con un raccontare che è esso stesso il primo a stancarsi, tanto da porre qui e là conclusioni e ricominciamenti, tagli netti e preziosità in subordine, conquistando semmai una cifra nodosa e claudicante. Jack sognò di essere uno scrittore di fine secolo, uno di quelli che di giorno fanno il mestiere di poeta e la notte sfruttano l’insonnia per lanciarsi in fughe filosofiche sul linguaggio capaci, per solennità e imponenza del piano dell’opera, di sbarazzarsi dei versi diurni. Lume di candela, tavolino di legno a fare da perno nel punto in cui le pareti della stanza formano un angolo. Quattro del mattino, fresco albeggiare alle spalle. L’opera consta di almeno sei volumi. Nel silenzio il respiro della veglia. Giunsero radenti immagini del futuro, quando il creduto poeta venne derubricato nel campo dei filosofi, anche se l’intenzionalità postuma dell’aforisma, tecnica scelta per l’opera, lo trattenne in un limbo d’incertezza e di mistero – senza contare coloro che videro il poeta nel filosofo e scoprirono il filosofo nel poeta, i più arditi e acuti individuando in entrambi lo scrittore.

Queste notti durarono tutta la vita. Il lampo aforistico aveva l’andatura e l’intensità dei piccoli segreti, degli anonimi scricchiolii notturni, quei cigolii delle vecchie case padronali, una tosse secca e regolare. Jack si impose un certo rigore: non appena qualcuno degli altri inquilini si fosse svegliato, riporre le carte e la penna, fermarsi, ridiventare poeta. Ecco già l’astrazione propria di ogni linguaggio – il sogno. La parola è la sua prima verifica, ma anche la sua balbettante precisazione, il fantasma di un pensiero (a proposito degli altri inquilini, la regola non impediva a Jack di sfruttare per un lungo momento la sospensione della penna fra le dita, soffermarsi sul loro risveglio, lentamente identificarli dal passo, dal sesso, dalle vesti, riconoscere quell’andatura strascicata e quell’altra cauta e felpata, notare il fruscio delle sottane, immaginare le scollature casuali, gli occhi appiccicosi, la processione a tentoni, qualche flebile luce, ora si sente la vita dove sembrava assopita, fuori dalle finestre, nel piccolo giardino fiorito, i primi languidi passerotti, lo scrittore percepiva le parole morire in quel preciso istante, le vedeva precipitarsi laggiù in una scia lontana e ciò che poteva fare era solo memorizzarne il riverbero all’orizzonte e prepararsi a cercarle altrove). L’impossibilità del mondo di risolversi in qualcosa di differente da sé, sta in questa doppia entità d’ogni parola. Parte dell’uomo più ancora del sistema nervoso e così automatica da impedire quasi del tutto una seppur minima conoscenza del modo in cui si genera, la parola assolve il compito di fare chiarezza su questo inconoscibile.

Coricandosi, nelle ritrovate vesti di poeta, parve a Jack di soffocare sotto il peso del paradosso. La frase è uno spettro dell’idea (sussulto indignato del Comando per la spregiudicatezza del plagio). Che fare di quest’uomo confuso stordito sconfitto? Jack, personaggio senza futuro. Lui, lo scrittore-filosofo ritornato scrittore-poeta, si soffermò sul fantasma di un lontano amore, ricordò quel giorno particolare, la luce del tramonto, la sabbia sotto i piedi, il volto disteso che lo fissava d’un tratto, e scrisse i primi versi della giornata:

 

Che bella luce che hai,

addosso,

e negli occhi.

 

(fine capitolo 3) [continua]

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