CITTA’ D’ORIENTE (romanzo inedito) [24]

“Ora la diffusione, Jack. Quadri intermedi, dirigenti, semplici affiliati, teorici, attivisti. Tutto, tutto sulla diffusione della parola. Questo è solo l’inizio, Jack”.

Un sole pallido e pieno. La risposta è in questa fissità che sembra a portata di mano, ma solo a sfiorarla brucia vivi (pelle che sfrigola e si arrossa). Oriente, questa pienezza e questa lontananza… Jack mormorò appena: “Non è facile addomesticare la parola…”. L’uomo si aggira per le strade e i quartieri familiari cercando di dare un nome a questa memoria che sente automatica e fragilissima. Basta costruire un ponte in più per perdere l’Orient-amento. Allo stesso modo la parola trovata difficilmente sarà quella giusta, eppure questa sua volubilità e indeterminatezza saranno già diffuse.

“La diffusione ha inizio nel momento esatto in cui la parola viene indagata. La ricerca smuove detriti sepolti d’altre parole che innescano una circolazione non prevista, a sua volta in cerca d’una qualche finalità provvisoria. Memoria, è la parola. Così debolmente luminosa e insieme così precisa, soprattutto rispetto a ciò che dimentica. La memoria richiede e genera architetti invisibili. Prima di prendere la penna in mano lo scrittore è un architetto” (linee veneree sul legno, segatura in caduta libera).

Jack si ricordò di Shanghai. Nella zona stagna di Shanghai, un piano terra oscuro e commerciale galleggiante famelico fra i pilastri che sorreggono i livelli superiori (torri sospese indicano lo spazio lassù), l’assenza assoluta di cielo visibile aveva prodotto negli abitanti l’abitudine di compiere qualsiasi operazione guardando per terra (piedi, scarpe, nervi d’asfalto). Alcuni giovani cominciarono a piegarsi negli angoli fra i negozi, testa bassa sulle ginocchia, occhi allungati sul terreno. All’inizio si rannicchiavano e basta, poi qui e là comparvero i primi blocchi di fogli bianchi, piccoli quaderni da riempire, matite, penne. In breve la parola si diffuse. Un piano orizzontale che trascinava verso il basso l’architettura sopraelevata. Linee terrene contro vettori celesti.

Così nella zona stagna si organizzarono letture collettive. Si alzavano in due tre quattro insieme e declamavano ad alta voce pagine delle loro scritture. Le voci si mischiavano, le parole convergevano, il romanzo casuale in formazione premeva sui pilastri e provocava lo smottamento in allungo delle torri (grida infastidite dall’alto).

Esempio di romanzo collettivo urlato con assalto parallelo (due giovani e una ragazza compaiono fulminei con i quaderni in mano, tutte le altre nere figure accovacciate smettono di scrivere e mostrano la faccia triste e beata dell’estasi della parola, gli altri passeggeri si tendono nell’ascolto, per uno strano fenomeno di decompressione quelli che provano a proseguire il cammino finiscono per ruotare su se stessi, piccole stelle con la marcia in folle): “Madre, non lasciarmi! L’esercito di orfani passò in un vento di primavera. Pianeti fuori atmosfera accorsero per lo spettacolo. La madre è anche Shanghai, che invasa dagli agenti anti-parola si chiude su se stessa, li mastica e li risputa sui marciapiedi degli scrittori. Vomito leggero l’altro giorno, verdure più che altro. La nausea per questa notte senza fine. Com’era il cielo, mamma? Piccolo parco giochi nell’intrico d’acciaio della metropoli spazzato via da una grande luce, ultima immagine la madre che grida qualcosa con le mani trafitte dal filo spinato. Bambino sullo scivolo ridotto in cenere prima di arrivare a terra. Colonna sonora una tromba lontana che sembrava non aspettare altro. Le pagine finiranno. Qualcuno scrive sui muri. Retate contro gli imbrattatori folli. Campi di tortura per scribacchini di tutti i tipi. Sogno di una città sepolta dal peso dei suoi edifici. Una pattuglia subito neutralizzata progettava l’assalto al cielo. L’azzurro com’è? Acqua. Niente per specchiarsi. Vermi sottovuoto. Abbiamo portato queste torri sulle spalle tutto questo tempo! Scrittori ingobbiti al lato della strada. Le torri pesano meno della parola torri. Dissolvenze ovunque. Margini incerti. Società segrete scoperte prima di formarsi. Nuovi mestieri: l’infiltrato, la spia, il delatore. Fantasmi con la bava distruggono la città in un risucchio. Di che odore è la tua pelle? Ancora un viaggio per carità! Gli abitanti premono alle porte della città per partire. Nessun posto dove andare. Pezzi di pelle scorticata sul muro. Vogliamo scrivere! Madre, è azzurro il cielo? Shanghai si rifiuta di rispondere. Nuovi obiettivi sensibili: gli architetti, gli architetti prima che si trasformino in scrittori. Dopo la città ora è a rischio la parola!…”.

Jack, su specifica richiesta del Comando, insegnò ai cittadini delle torri come coordinare i propri movimenti e rimanere stabili durante il festival della parola terrorista. Osservò la parola ingigantirsi fino a diventare un velenosissimo fungo arancione. La zona stagna esplose. Le torri, grazie ai suoi insegnamenti, resistettero. Jack, poco prima dell’esplosione, mise in salvo tre quaderni e un centinaio di fogli sparsi (questo non c’è nel rapporto al Comando).

Alzò la testa e finì di rispondere. “La parola è un piano inclinato che scivola se stesso senza sosta”.

(continua)

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