DIARIO 2010 (III)

Settembre-Dicembre

Che anno è l’anno in cui se ne vanno (in ordine di sparizione) Claude Chabrol, Arthur Penn, Blake Edwards, Nico Papatakis? Anche a voler stringere nel dettaglio (quell’unica sequenza che sembra occupare un posto minimo nella memoria e che invece è il raccordo vitale di tutta una storia personale, un punto minuscolo che al contrario è una stella pulsar, la pieguzza, il lacerto, che invece è l’aleph: Sylvia Kristel in Alice ou La Dernière fugue, sospesa fra Carroll e Borges, nuda in una casa sconosciuta e non sa perché, prova a scappar via come una bambina, ma il muro e la foresta aggiungono mattoni e intricano ramificazioni; Jodi Thelen in Four Friends attraversa la notte umida di Chicago con i suoi tre amici, e in un prato lontano, con dietro le ciminiere delle fabbriche, si sbottona la camicetta bianca, rivelando il seno bianco panico ai tre ragazzi muti e senza fiato; e certo, la corsa finale di Audrey Hepburn in Breakfast at Tiffany, dove pioggia dolore ardore finiscono tutti nell’ultimo vero bacio; Olga Karlatos in Gloria Mundi col suo calvario incompiuto, strappata all’artificialità del teatro attraverso il dramma e il piacere contraddittorio della tortura): cioè a far finta che del cinema resti poi giusto qualche film: bisogna ammettere che a mancare sono quattro idee di mondo, quattro ipotesi la cui grandezza sta nel mantenersi sempre insieme compattissime e anti-strutturali, in fin dei conti avverse al linguaggio perché indagatrici del mistero che è la lingua (del cinema), capaci, tanto più se solidamente assertive, di offrirsi sottoforma di domanda, di custodire e di donare la bellezza e il dramma dell’interrogazione. Annus terribilis. (No, davvero, voglio pensare a questi quattro cavalieri come a delle stelle pulsar, cui è sufficiente lo spazio di pochi secondi per emettere impulsi di grande intensità, che si incrementano con regolarità nel tempo, e siccome nella nostra galassia sono molto rare, e sanno di esserlo, la frequenza dei loro segnali è elevatissima).   

Luglio

Ad ogni modo, confermo che non è il tempo a ridefinire e a riorganizzare il punto di vista su un film (rivisto molti anni dopo o solo mai visto), ma il mutarsi dello spazio nel trascorrere del corpo nello spazio della visione (ci si fa spazio e ci si illude che sia tempo). Così spunta Luciano Salce La cuccagna (1962) con Donatella Turri e Luigi Tenco, che non è neorealismo, che non è nouvelle vague, che non è commedia (né grottesca né satirica né demenziale né italiana). Che potrebbe essere una cosa a metà fra Risi e Lattuada. Senza che so, la potenza del Genina di Tre storie proibite (il quale non solo se lo metteva alle spalle, ma proprio fingeva l’inesistenza del neorealismo), ma già con l’abissale malinconia del capolavoro di Pietrangeli Io la conoscevo bene. Che soprattutto fa paura per l’esattezza dell’ordito, tanto atipico filmicamente quanto profetico nell’analisi antropologica (e francamente non confermato dal seguito di carriera). Eppure non si tratta di fare la storia segreta del cinema italiano, perlomeno non più di quanto qualunque idea di nazionalità sfugga per principio a se stessa, ma dell’automatismo con cui l’immagine si ripensa mutando di continuo segno e senso, con l’unica costante di rivelarsi sempre, alla prima visione, invisibile. C’è insomma qualcosa, nella Storia, che si tramuta subito in storia, cioè nella propria narrazione, che sarà sempre anche il proprio mascheramento, accecamento, perdita di memoria e infine riaffioramento in altro punto dello spazio. (Come accade nel film di Salce, che semplicemente registrando ciò che vedeva mutarsi nell’Italia del boom economico, ne fa una radiografia profetica al punto da non poter immaginare allora, che quasi cinquant’anni dopo l’italica penisola non è cambiata, offrendo al mondo solo variazioni sempre più oscene della degenerazione originaria). Quando si verifica, tale risorgenza, essa si disfatta degli orpelli contestuali di nome attualità, e scevra da compromessi, si mostra per quello che è, denunciando di sé solo la verità.

Agosto

Ed ecco anche un fantomatico pacchetto Dziga Vertov, per giunta alla scadenza dei diritti, da vedere in fretta e furia in russo, estraendo dalla matassa per la messa in onda fuori orario due documenti eccezionali, il processo Mironov (1919) e il discorso di Stalin alla nazione per l’entrata in guerra contro la Germania (1941), un muto e un sonoro, che sembrano provenire da due mondi lontanissimi e diversissimi, pur appartenendo alla medesima accensione nazionale, vista però ora nel suo nucleo assoluto e sublime (una volta si diceva splendore del vero). Vertiginoso scrutare in un’unica sovrimpressione i volti degli imputati filmati genialmente uno a uno al loro arrivo davanti al tribunale, come fossimo in una diretta tv, e quelli di tutte le popolazioni sovietiche, cittadine e contadine, all’ascolto del dittatore che tuttavia li salverà dall’invasione tedesca: stessa rassegnazione, stessa fatale certezza della condanna, stessa luminosa domanda al fondo degli occhi, stessa paura, stessa dignità, stessa equità postuma della storia. E su tutto l’intelligenza e la passione del cineocchio, che sa già quanto poco resterà di tanto prodigioso apparato formale del montaggio, e quanto invece riemergerà di questo dolore muto e della pazienza dei popoli, come una cicatrice che pur riassorbita lascia un segno indelebile sulla pelle del mondo.

La cuccagna di Luciano Salce

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